Everycult: Predator, di John McTiernan con Arnold Schwarzenegger

L'Everycult della settimana è Predator, horror fantascientifico del 1987 diretto da John McTiernan e interpretato da Arnold Schwarzenegger.

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Non ce ne voglia il recente Venom, il cui prologo mostra [ATTENZIONE PICCOLO SPOILER IN ARRIVO] un'astronave aliena schiantarsi sulla Terra, forse nel tentativo di ricollegarsi all'epilogo di Life di Daniel Espinosa (che all'epoca si vociferava dovesse essere un prequel del film di Ruben Fleischer con Tom Hardy).
Già nel 1987 però abbiamo visto una sequenza simile: l'ha girata un allora semi-sconosciuto regista chiamato John McTiernan per il suo secondo lungometraggio, Predator, con un Arnold Schwarzenegger nel momento migliore della sua carriera, nella fase post-Conan il Barbaro (1982) e Terminator (1984) e pre-L'Implacabile (1987) e Atto di Forza (1990).
I due si sarebbero ritrovati nel 1993 con Last Action Hero - L'Ultimo Grande Eroe, vero e proprio zeitgeist dell'action anni '80 che McTiernan e Schwarzenegger avevano contribuito a plasmare: le coincidenze del cinema, come se firmate dalla mano di un Dio invisibile che muove le fila di Hollywood, hanno fatto sì che alla sceneggiatura di quel film ci fosse quello stesso Shane Black che nel Predator del 1987 aveva avuto una piccola parte da attore (era il soldato speciale Rick Hawkins, il primo del gruppo di protagonisti a sperimentare gli artigli dell'alieno yautja) e che oggi, esattamente 31 anni dopo, è nei cinema con The Predator, quarto film della saga che il regista di Iron Man 3 e Kiss Kiss Bang Bang ha scritto e diretto.

Anche questo nuovo Predator inizia con un'astronave, ma la sequenza prevede uno schianto sgraziato anziché un atterraggio strategico e rigorosamente calcolato: non che sia l'unica differenza fra i due film dato che Black, un po' per una sorta di timore reverenziale nei confronti del suo maestro McTiernan e un po' per tenere fede agli stilemi del suo cinema, l'astronave del franchise l'ha fatta virare in una direzione completamente opposta, preferendo la commedia fracassona alla suspense thriller che dominava le atmosfere del capitolo originale.
Come ampiamente condiviso dal collega Luca Ceccotti nella recensione del film, noi proprio non ce la sentiamo di condannare questo sequel chiacchierone, sanguinario e divertente, che amplifica la già di per se considerevole distanza di intenti e situazioni che questo brand ha avuto e sempre avrà col rivale storico Alien, nell'eterna battaglia intestina fra gli uffici della 20th Century Fox (durerà ancora adesso che la Disney ha acquistato la baracca? Chi vivrà vedrà).
Il film di McTiernan resta comunque "un'altra cosa" ed è lì che andremo con l'Everycult di questa settimana, in quella giungla di una non meglio specificata zona dell'America centrale dove un elicottero del governo USA, con a bordo un non meglio specificato ministro degli Stati Uniti, si è schiantato, forse lasciando il politico in questione in mano a un gruppo di guerriglieri operanti nella zona. O forse no...

"Non ho tempo di sanguinare"

Andava così di fretta McTiernan che non aveva neppure il tempo di fornire una back story ai personaggi principali del film, figuriamoci prendersi una pausa per dargli il tempo di leccarsi le ferite. La battuta, pronunciata con un'ironia tagliente dal mascellone del soldato Blain di Jesse Ventura, riassumeva splendidamente il periodo della carriera del regista.
L'anno prima, il 1986, era stato particolarmente duro: il film d'esordio Nomad, un piccolo e stranissimo thriller horror con protagonista Pierce Brosnan incentrato su vampiri, punk nomadi sovrannaturali e fantasmi, non era piaciuto praticamente a nessuno ma di certo lo aveva messo in mostra. Dalla giungla urbana di Los Angeles, il regista si sposta quindi più a sud, molto più a sud, seguendo le scie di una navicella spaziale aliena che entra nell'atmosfera terrestre e atterra da qualche parte in America Centrale (nel 2010, il Predators di Nimród Antal avrebbe specificato che gli eventi del primo film si erano svolti in Guatemala).
McTiernan sale a bordo del primo elicottero militare a disposizione e arruola Carl Weathers (Magg. George Dillon), Sonny Landham (Billy), Bill Duke (sergente Mac Eliot), i già citati Jesse Ventura (Blain), Shane Black (Hawkins) e Richard Chaves (nell'iconico ruolo del ricognitore Poncho Ramirez).
La gang del bosco (anzi della giungla) era dunque al completo, sotto la guida dell'imponente Arnold Schwarzenegger che aveva l'ingrato compito non solo di dar vita a un eroe action (il Magg. Dutch Schaefer) che fosse in grado di rivaleggiare con quello del collega Sylvester Stallone (Rambo e Rambo 2 erano usciti rispettivamente nel 1982 e nel 1985, con un Rambo 3 già previsto per l'anno successivo all'uscita di Predator), ma che addirittura doveva risultare credibile come avversario principale per un letale alieno predatore venuto dallo spazio, nella gladiatoria battaglia senza esclusione di colpi che McTiernan stava cercando di allestire.

Nessuno nella storia del cinema aveva avuto o avrebbe più avuto il carisma e soprattutto il physique du rôle necessario per riuscire in una tale missione (forse solo The Rock, ma trent'anni dopo Schwarzenegger), dalla quale dipendeva l'esito dell'intero film: con Predator, lo scopo di McTiernan era riflettere sulla capacità che la violenza e l'istinto di sopravvivenza hanno nello spingere l'uomo a regredire allo status primordiale, ad abbandonare la propria civiltà per abbassarsi al livello delle bestie, svestendo i panni del soldato (e quindi del proprio esercito, della propria nazione, della propria società) per ricoprirsi di fango e armarsi di frecce e urlare alla luna in segno di sfida.
È importantissimo sottolineare come, senza il fisico statuario di questo adone greco di origini austriache, sarebbe stato letteralmente impossibile inserire nel film questa riflessione filosofica. Senza parlare del fatto che in questo film Schwarzenegger sembra davvero il campione della razza umana, l'unico uomo sulla faccia della Terra in grado di rivaleggiare con Predator: la camera di McTiernan questo lo sa molto bene, e lo riprende in continuazione come se fosse un semi-Dio della mitologia sceso dall'Olimpo per difendere i più deboli e affrontare il mostro leggendario di qualche racconto epico.
Non è un caso che l'inquadratura del maggiore Schaefer aggrappato alle radici dell'albero, di notte, con la pelle resa quasi argentea dal fango bagnato sul quale si riflette la luce della notte, ricordi a livello inconscio la posa del gruppo scultoreo del Laocoonte.

Cacciatori

In una delle battute più divertenti del film del 2018, Shane Black (che notoriamente riempie le proprie sceneggiature con frasi meta-testuali che consentono agli attori di commentare gli eventi del film attraverso i propri personaggi) dà alla dottoressa Casey Bracket di Olivia Munn il potere di revisionare il titolo della saga, sottolineando quanto esso sia sbagliato: l'alieno protagonista infatti è un cacciatore, perché dà la caccia alle sue prede per sport e non per necessità di sopravvivenza, che è la caratteristica saliente di un predatore.
La banda di sfigati e disadattati capitanata dal cecchino Quinn McKenna, interpretato da Boyd Holbrook, sembra essere d'accordo con la donna e in effetti la tesi di Black è inattaccabile, corroborata dal fatto che Hunter fosse proprio il nome originario pensato dai creatori del personaggio Jim e John Thomas, prima che optassero per il ben più accattivante Predator: la cosa certa è che, predatrice o cacciatrice che sia, la razza yautja è estremamente letale e nella storia del franchise solo le migliori forze d'elite del mondo sono riuscite a tenergli testa.
Per stabilire il rapporto di scala che separa e distingue la potenza degli alieni da quella dei soldati terrestri, McTiernan mette in scena un primo atto lungo e metodico nel quale chiarisce lapalissianamente l'abilità fuori dal comune del plotone di soldati speciali guidato dal personaggio di Schwarzenegger: in questo modo, quando Predator inizierà a farli fuori uno dopo l'altro senza troppa difficoltà, facendoli passare per assoluti incompetenti, al pubblico sarà facile rendersi conto della pericolosità del mostro.

I nostri eroi sono appena sei, armati fino ai denti e tatticamente inattaccabili, e da soli riusciranno a sbaragliare senza alcuno sforzo apparente un'intera squadriglia di guerriglieri ribelli nel corso di un raid militare violentissimo, durante il quale McTiernan mette in mostra le sue indiscutibili doti registiche.
Lui, che nel '75 aveva ottenuto un master nelle arti visive all'AFI Conservatory dove aveva imparato a memoria, fotogramma per fotogramma, i titoli più importanti del neorealismo italiano e della nouvelle vague francese, sapeva come mettere in scena l'azione e come riprenderla: nel campo di battaglia di quella giungla in Guatemala, che inconsciamente richiama il Vietnam (il maggiore Dutch è ovviamente un veterano di quella guerra) scatena le sue abilità fuori dal comune.
Pochi, nella storia del cinema, possono vantare di saper girare l'azione meglio di McTiernan. Il montaggio è frenetico, scandito da esplosioni fragorose o long take che illustrano la scena allo spettatore e delineano il campo d'azione dei personaggi. È una mattanza. umano contro umano, in pratica, non c'è partita. I nostri eroi sono i migliori sulla piazza. Poi però arriva il Predator.

Duro a morire

È come se McTiernan stesse rodando quegli stessi strumenti che appena l'anno dopo, nel 1988, avrebbe utilizzato per assemblare il capolavoro di cinema action che è il primo capitolo della saga di Die Hard - Duro a Morire: anche il film col John McLane di Bruce Willis, che in Italia arriverà con l'evocativo titolo da super B-movie Trappola di Cristallo, mostrerà un eroe solo contro un cattivo più furbo e pericoloso di lui, che come Predator utilizza le proprie abilità di camuffamento per provare a ingannare i sensi del protagonista, con la sola differenza che l'Hans Gruber dell'indimenticabile Alan Rickman è originario della Germania, e non di qualche misterioso pianeta extrasolare.
Quando nell'ultimo atto il maggiore Dutch e Predator rimangono le ultime due pedine sulla scacchiera (che è un modo elegante per dirlo; un altro potrebbe essere "quando Predator ha sterminato tutti gli altri membri della squadra del maggiore Dutch"), McTiernan arriva finalmente alla destinazione che aveva in mente fin dall'inizio per il suo viaggio selvaggio e sanguinario: per sopravvivere alla bestia, l'uomo deve diventare esso stesso una bestia.

È quello che succede a Schwarzenegger, che allo strapotere tattico e soprattutto tecnologico del suo avversario risponde con un tuffo nel passato di almeno mille anni, rinunciando alla modernità e riabbracciando le origini preistoriche dell'arte della caccia e del combattimento: niente più fucili mitragliatori e granate, niente più proiettili e mine, ai raggi laser di Predator il maggiore Dutch risponde fabbricandosi arco e frecce, o piazzando trappole artigianali sotto il fogliame, con le torce e il fuoco (la prima e più importante scoperta dell'umanità), cospargendosi di fango gelido per coprire la traccia di calore che l'alieno riesce a individuare col suo casco: l'eredità primigenia della nostra razza che risorge nel corpo cavernicolo dell'uomo che aveva interpretato Conan il Barbaro.
Perfino Predator ne rimane affascinato, tanto da concedergli un duello ad armi pari dopo aver avuto la sua vita letteralmente fra le mani. Ma a quel punto il maggiore Dutch è diventato un tutt'uno col suo mondo, ha riscoperto i valori della vita nella natura ed è diventato a sua volta una forza della natura. E la natura vince sempre.

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