Everycult: Mary Poppins di Robert Stevenson

L'Everycult della settimana è dedicato a Mary Poppins, musical del 1964 prodotto da Walt Disney e diretto da Robert Stevenson.

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Nel 1934, l'adolescente Pamela Lyndon Travers, pseudonimo di Helen Lyndon Goff, pubblicò un romanzo intitolato Mary Poppins. Era nata nel 1899 e oltre cent'anni dopo, nel 2013, John Lee Hancock avrebbe diretto un film dedicato alla sua vita, Saving Mr. Banks, con la Travers interpretata da Emma Thompson, Tom Hanks nei panni di Walt Disney e poi ancora Colin Farrell, Paul Giamatti e B. J. Novak.
È circa a metà strada tra questi due estremi separati da un intero secolo che ha inizio l'Everycult di oggi, dedicato al capolavoro che Robert Stevenson diresse nel 1964: con l'arrivo nelle sale cinematografiche de Il Ritorno di Mary Poppins di Rob Marshall era inevitabile che la nostra rubrica in via del tutto eccezionale si spingesse così indietro nel tempo, superando di parecchio gli anni '80 verso i quali generalmente volgiamo la nostra attenzione.
Nominato a ben 13 premi Oscar durante la 37esima edizione degli Academy Awards (ne avrebbe vinti cinque, per il montaggio, gli effetti speciali, la colonna sonora, la canzone originale con Chim Chim Cher-ee e quello per la miglior attrice alla debuttante Julie Andrews), il film è diventato fin dalla sua uscita originale non solo un incredibile fenomeno della cultura popolare, ma anche un vero e proprio termine di paragone per la cinematografia mondiale, sia animata che non.
Mary Poppins, giocando con il nostro innato desiderio di provare gioia e riuscire a vivere la magia (elementi che avrebbero fatto la fortuna di Harry Potter), può essere considerato il precursore di tutti quei film il cui tema principale è l'irruzione del fantastico nella quotidianità. È dalla "tata volante" che viene E.T. di Steven Spielberg, se vogliamo, e lo stesso dicasi per Chi Ha Incastrato Roger Rabbit, unico film in grado di aggiungere qualcosa di innovativo e degno di nota al discorso tecnico di commistione fra riprese live-action e animazione.
Figlio tanto dei capolavori della Hollywood classica come Il Mago di Oz e Cantando Sotto la Pioggia, quanto dei successi animati che i Walt Disney Studios avevano trovato in Fantasia e Biancaneve e i Sette Nani, Mary Poppins è uno di quei pochi film che può vantarsi di avere il proprio nome impresso nella storia del medium e le proprie immagini e canzoni nella mente del pubblico di ogni generazione.

Qualcosa di strano fra poco accadrà ...

Non è necessario aver presenziato alla prima del film, tenutasi al Grauman's Chinese Theatre di Los Angeles il 27 agosto di 54 anni fa, per conoscere la parola "Supercalifragilistichespiralidoso" (che tra l'altro si può dire anche al contrario, osodilaripsehcistiligarfilacrepus, ma sarebbe un po' pretenzioso) tanto il film di Stevenson è saldamene ancorato nell'immaginario collettivo.
Arrivata di punto in bianco grazie allo stesso Vento dell'Est che porta Mary Poppins nella casa borghese della famiglia Banks, l'opera non cambia solo la vita dei protagonisti bambini (Michael e Jane, il cui ruolo che fu di Matthew Garber e Karen Dotrice nel sequel sarà ereditato rispettivamente da Ben Whishaw ed Emily Mortimer, che ne interpretano le versioni adulte) ma anche quella di tutti i bambini che la guardano per la prima volta.
Mary Poppins stessa dice che è già stata nelle case di altri pargoli in passato, e che alla sua partenza se ne andrà in tante altre, e così come Michael e Jane scoprono gli incredibili e allegri mondi fantastici della loro tata e di Bert, allo stesso modo il pubblico più giovane impara a comprendere le infinite possibilità dell'arte cinematografica e delle meraviglie che è in grado di trasformare in realtà.
Le canzoni eccezionali composte da Irwin Kostal e dai fratelli Richard e Robert Sherman semplicemente non si possono dimenticare perché legate a immagini indissolubili, con "Chim-Chim-Cher-ee" cantata da Dick Van Dyke che più di ogni altra spicca come una vera e propria hit contemporanea.

Gli stacchi musicali giocano un ruolo fondamentale in questo processo di associazione immagine-musica, cosa non troppo rara nei musical ma che in Mary Poppins trova nuova linfa. Il passaggio e/o commistione fra live-action e animazione avviene col gesto del saltare fisicamente all'interno dei disegni dello spazzacamino tutto fare Bert - erano gli anni '60, del resto, e in Disney gli allucinogeni usati per la produzione di Alice Nel Paese Delle Meraviglie erano evidentemente avanzati in dosi massicce - e poi via sulle note di "A Spoonful of Sugar", "Stay Awake", "Jolly Holiday", "Step in Time", "Feed the Birds" e "Let's Go Fly a Kite" (sappiamo che le state canticchiando, è inevitabile).
Come nei migliori musical di tutti i tempi, in Mary Poppins la colonna sonora non serve solo a intrattenere, ma soprattutto sviluppa la trama e i personaggi attraverso i propri testi. Nata per lo schermo e non adattata da Broadway, c'è la stessa potenza che carica i fotogrammi dei succitati Il Mago di Oz e Cantando Sotto la Pioggia, ma la magia qui viene enfatizzata piegando le leggi della gravità come in un wuxia di matrice orientale.

Femmine, a noi!

Se Van Dyke, che tornerà nel sequel di Rob Marshall riprendendo lo stesso ruolo del vecchio banchiere Dawes che già aveva interpretato nel '64 (con l'ausilio di trucco e parrucco), era già un attore alquanto affermato all'epoca dell'uscita del film, lo stesso non si può dire di Julie Andrews, che ha esordito grazie a Robert Stevenson.
E il fatto che in tutto il film, che già di per se è una delizia da vedere a livello grafico, non ci sia una singola inquadratura splendida come il viso della sua attrice protagonista fa capire piuttosto bene la lungimiranza dei direttori del casting. Del resto, se Mary Poppins (film) ha funzionato così bene e se la Mary Poppins (personaggio) è diventata così iconica nel corso degli anni, gran parte del merito va alla Andrews, che non è solo straordinariamente bella e finemente elegante nella recitazione ma è altrettanto perfetta nelle scene musical, nelle quali riesce ad emanare tutta la finezza e la lucentezza del personaggio attraverso la danza e il canto.

Il Ritorno di Mary Poppins è un film vincente perché la bravissima Emily Blunt è riuscita a replicare quella stessa classe, quella stessa leggiadria, quello stesso sorriso che la Andrews sfoggiava nel suo abito blu. La missione forse era ancor più rischiosa di quella affidata ad Alden Ehrenreich, che in Solo: A Star Wars Story di Ron Howard ha dovuto raccogliere l'eredità di Harrison Ford, con l'aggravante dell'elemento sequel: la nuova Mary della Blunt è un'evoluzione di quella della Andrews, a differenza del giovane Solo, ancora lontano dal diventare quello che i fan di Star Wars già conoscevano e che quindi poteva permettersi il lusso di conferire al personaggio una sua interpretazione.
Come si poteva competere con un fenomeno simile? Un uragano, vigoroso e deciso, che soffiava venti di rivoluzione: una donna che, negli anni '60, si rifiutava di obbedire agli ordini del suo datore di lavoro ("io non dò mai referenze, la ritengo una pratica antiquata"), che parlava di adeguatezze di salario e che pretendeva di avere come giorno libero ogni secondo lunedì del mese; riproporre oggi quest'eroina rivoluzionaria poteva essere disastroso, eppure Marshall e la Blunt hanno ottenuto lo stesso risultato di allora (o quasi). Così fantastico da diventare supercalifragilistichespiralidoso.

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