Everycult: Mad Max: Fury Road di George Miller

L'Everycult della settimana è dedicato a Mad Max: Fury Road, capolavoro del 2015 scritto e diretto da George Miller, con Tom Hardy e Charlize Theron.

rubrica Everycult: Mad Max: Fury Road di George Miller
Articolo a cura di

Superficialmente sembra impossibile che un film come Mad Max: Fury Road sia stato non tanto concepito quanto interamente realizzato da un signore settantenne a digiuno di cinema action da quasi quarat'anni: nella sua non esattamente prolifica carriera (dal 1979 appena nove film più uno spezzone dell'episodico Ai Confini della Realtà, insieme a John Landis, Steven Spielberg e Joe Dante), il regista australiano George Miller aveva interrotto ogni sorta di relazione con il genere che l'aveva reso celebre (e che aveva contribuito a ridefinire col suo film d'esordio, Interceptor, che lanciò la carriera di un allora semi-sconosciuto Mel Gibson) nel 1985, anno identificabile con quel Mad Max: Oltre La Sfera Del Tuono alias Mad Max 3 che aveva - apparentemente, o almeno per ben trent'anni - messo fine alla rombante saga post-apocalittica di Max Rockatansky, Max il Matto per gli amici e soprattutto per i nemici.
Eppure riflettendoci bene, un'opera come Fury Road - uno dei miglior film realizzati nel XXI secolo - non poteva che venire da uno come Miller: e non per essere il papà del franchise (un luogo comune, questo, fatto vacillare numerose volte da numerosi esempi nella storia del cinema, secondo i quali un regista subentrante può fare bene tanto quanto, se non addirittura meglio, dell'autore originale) ma proprio per il prolungato digiuno dalle scene.
Volendo attingere dall'immaginario religioso, si potrebbe quasi sostenere che Miller abbia deciso di mantenersi puro e casto per tutti gli anni che avesse trascorso separato dalla sua amata, rispettandone la memoria senza tradirla mai, nell'attesa-speranza di un insperato ricongiungimento - poi avvenuto proprio con Fury Road.


Incessante e mortifero

C'è una elemento che contraddistingue Mad Max: Fury Road, quarto capitolo della serie iniziata nel '79 con Mel Gibson e adesso passata nel corpo massiccio ma gentile di Tom Hardy, da tutti gli altri action conosciuti, sia quelli venuti prima che quelli venuti dopo. La velocità che dà ritmo alla vicenda solitamente è un'accelerazione intervallata da pause narrative, elemento che per chi guarda si traduce in improvviso entusiasmo, seguito da una pausa, da una nuova accelerazione e così via; in Fury Road questo ritmo è completamente azzerato, perché l'accelerazione arriva solo all'inizio e innesca una maratona dilatata di due ore, che a quel punto non trasmette più entusiasmo o slancio ma puro desiderio di sopravvivenza.

Se nel cinema action il momento dell'azione è sempre risolutivo per la narrazione, in Fury Road l'assenza di soluzione di continuità diventa per i protagonisti (e quindi per il pubblico) una condanna, una punizione inferta dal mondo infernale e furioso attraverso il quale i personaggi sono costretti a muoversi. Non esiste da nessun'altra parte una formula narrativa come questa, nel cinema d'azione: Miller se l'è inventata con questo film.
E l'equilibrio necessario a far funzionare questa idea squilibrata - quello che è essenzialmente un inseguimento di due ore - il cineasta di Brisbane di origini greche (il popolo cioè che ha sostanzialmente fondato le basi per la narrazione moderna) lo ritrova in una trama sì elementare nell'intreccio, ma allo stesso tempo incredibilmente potente per ciò che implica a livello allegorico, con personaggi-simbolo e idee visive pazzesche che spiegano tutto attraverso fotogrammi che diventano arte pittorica, grazie alla tecnica sopraffina dello storytelling di Miller e alla fotografia dalla tinta cromatica iper-satura di John Seale.
Con un montaggio chirurgico, Miller scandisce i toni di un mondo implacabile, che non ha tempo per tirare il fiato neppure di fronte alla morte (coerentemente crudele e bellissima la scelta di far fuori personaggi ai quali ci siamo affezionati e impedirci di piangerli se non per qualche breve secondo, perché la storia va avanti e l'inseguimento continua) perché tutto è morte, e bisogna correre e correre e correre per arrivare alla vita.


L'acqua è femmina

Fury Road intesse un mondo che si racconta allo spettatore senza mai mostrarsi. Tutta l'ingiustizia del classismo della nostra società viene messa in scena con la grandiosa idea della verticalità (in contrapposizione all'orizzontalità del film), rappresentata da quella struttura rocciosa conosciuta come Cittadella e che è fatta di sabbia rossa alla base e alberi verdi in cima, dove risiede il covo-palazzo-quartier generale di Immortan Joe: dall'alto della sicurezza di questa Torre d'Avorio, scolpita dai movimenti geologici e annaffiata col sangue versato dei nemici caduti (il film non ce lo dice, ma basta guardare il design del villan per vedere tutte le persone che ha dovuto ammazzare per arrivare fin lassù), questo tiranno tumorato e terribile elargisce al suo popolo schiavo quel minimo quantitativo di acqua grazie alla quale i suoi sudditi continueranno ad avere la forza necessaria per servirlo, tornando da lui per chiederne ancora quando sarà il momento, in un vizioso ciclo vitale da fenomenologia hegeliana.

Ma l'acqua è femmina e non vuole padroni, e allora diventa Furiosa: è incredibile come nonostante la sopracitata assenza trentennale dall'action, Miller intuisca prima di tutti in che direzione si sta muovendo la società occidentale (e quindi il blockbuster) prendendo l'eroe che tutti erano venuti a vedere (Max) e rendendo la sua storia una sorta di costola (leggi: ribaltamento biblico) della ben più ampia e articolata avventura di una donna, l'Imperatrice Furiosa (una Charlize Theron bella e terribile come non mai nel ruolo della vita). Non bastano l'intuizione e il genio per una scelta sulla carta così rischiosa eppure così vincente, ma è necessaria una profonda conoscenza e capacità lungimirante di comprensione dei flussi migratori del cinema e della cultura popolare per metterla in pratica con una determinazione così marmorea.
E così l'eroe action di Mel Gibson, che adesso ha il volto e il corpo gentile di Tom Hardy, si ritrova per la prima volta in un post-apocalittico tutt'altro che grigio, né nella forma né tanto meno nella sostanza, un mondo dalla carne coloratissima e dallo spirito manicheo: qualsiasi altro film sul crollo della società avrebbe usato la distopia fantascientifica come scusa per raccontarci come le regole dell'uomo un domani smetteranno di avere senso, come il giusto e lo sbagliato rischino di confondersi in un'epoca senza leggi - ovvero lo spaghetti-western -, eppure Fury Road fa l'esatto opposto, la sua forza metaforica sta proprio nella capacità di giocare con le virtù cardinali di Bene Assoluto e Male Totale.

Ogni segno della Vita è associato alle donne, creature bellissime di bianco vestite, gravide e piene di latte, in grado di donare l'esistenza non solo tramite i bambini ma anche con le coltivazioni; la Morte invece è legata agli uomini, spesso deformi, quasi sempre pazzi, costantemente violenti, cultori di una nuova religione che mescola la passione per i motori ai tratti della mitologia norrena (il Valhalla), cioè una delle più cruente fra le tante conosciute.
Ma le donne sono poche e soprattutto da sole e gli uomini invece sono tantissimi, affamati e brutali, e vogliono conquistare e governare: il ribaltamento dell'ordine naturale delle cose che avviene nel finale assume un'aura profetica se guardato dalla prospettiva del 2019, e con diversi sequel/spin-off in lavorazione non vediamo l'ora di scoprire quale futuro abbia inventato Miller per il suo mondo morto che ha dovuto perdere ogni speranza prima di cedere finalmente il passo al progresso.

Che voto dai a: Mad Max: Fury Road

Media Voto Utenti
Voti: 68
8.6
nd