Everycult: Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo di Steven Spielberg

L'Everycult della settimana è dedicato a Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, capolavoro sci-fi diretto da Steven Spielberg.

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Accade una cosa incredibile nei minuti finali di Incontri Ravvicinati Del Terzo Tipo, un momento di cinema indimenticabile e probabilmente irripetibile nel modo in cui ha segnato l'intera narrativa cinematografica che lo ha seguito, un momento che fonde arte musicale e arte visiva in un corpo unico fatto di multicromatismo e magia.
È un lungo finale, il climax definitivo di un film che è concepito per essere un climax continuo, un cammino notturno verso una meta predefinita ma indistinta che viene via via delineata lungo il viaggio, a colpi di pennellate pollockiane scaturite da arcani impeti di creatività e sculture architettoniche che sembrano montagne ma che hanno la stessa consistenza dei tuberi.
È l'incontro ravvicinato del terzo tipo che in Incontri Ravvicinati Del Terzo Tipo mostra finalmente l'arrivo dell'astronave madre - che originariamente era stata concepita come un blocco nero simile al monolite di 2001: Odissea Nello Spazio - davanti alla quale confluiscono tutte le storie narrate nel film e che lo contraddistingue da tutta la fantascienza venuta prima di esso: l'opera, la cui importanza Jean Renoir paragonò ai lavori di Jules Verne e Georges Méliès, si svincolava da ogni retorica post-bellica e schivava i luoghi comuni della sua epoca, diventando non una metafora della guerra fredda, non una riflessione sulle paure della tecnologia, non una profetica avvertenza sulla società del domani ma una fiaba su come, a volte, l'ossessione possa portare a qualcosa di buono, a qualcosa di meglio, su quanto l'ignoto sia in grado di suscitare non per forza timore ma anche curiosità e fascino. Una fiaba sulla forza che la curiosità ha di arricchire l'uomo.
Per la prima volta gli alieni vengono sulla Terra in pace e nel farlo ci donano una delle migliori sequenze che la settima arte abbia mai sperimentato.


Colori

Maestosamente più grande della già di per se imponente Devil's Tower - la montagna che tutti sognano di raggiungere senza sapere dove andare, come in una fiaba nordica - l'Astronave si manifesta agli uomini affamati di conoscenza: c'è Spielberg in quell'astronave, il pubblico è ai piedi della montagna e ciò che accade è Storia del Cinema. Mescolando sound design con scenografie, effetti speciali, fotografia e musica, il film crea un'atmosfera che sembra sospesa nel tempo, che sembra voler tornare indietro agli albori del Cinema per rievocarne l'antico stupore, quel senso di prodigio artistico che solo un treno diretto a gran velocità verso la folla di un altro mondo, una donna sospesa a mezz'aria che sparisce con un trucco di montaggio-magia o il mondo fantastico scoperto attraverso un tornado da una ragazzina del Kansas erano stati in grado di suscitare decenni prima.

Il tema di cinque note creato da John Williams viene usato da Spielberg - capace come nessun altro di creare singole immagini che spiegano tutto, dal significato di una scena al pensiero di un personaggio - per creare un'associazione diretta con i colori: istantaneamente chi guarda - i protagonisti davanti all'Astronave, cioè noi dinanzi a Spielberg - comprende come la musica più il colore restituiscano insieme il linguaggio, ossia la comunicazione, la pace, in definitiva l'amicizia.
C'è tutto il film in quei colori, c'è tutto il cinema di Spielberg (pensate al padre di famiglia Richard Dreyfuss che se ne va nel finale come se ne andava il padre del regista, ma su una nota di positività, priva di rancore perché per una ragione più Alta), e c'è soprattuttto l'incredibile capacità che il cinema ha di instaurare un rapporto con chi guarda sfruttando solo i sensi dell'udito e della vista.


Il dopo

Al di là dei trionfi meramente artistici raggiunti dall'onnipotente terzo atto di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, un altro aspetto fondamentale del capolavoro cult di un allora trentunenne Steven Spielberg (trentenne all'epoca della produzione) è l'impatto che ebbe sul genere fantascientifico.
La fantascienza in quel preciso periodo storico forniva essenzialmente due cose allo spettatore, una fuga dalla realtà o un'esaltazione delle paure di quella realtà: l'unica eccezione è rappresentata dall'enormità travolgente e impenetrabile di Odissea nello Spazio, che fu per Incontri Ravvicinati ciò che Incontri Ravvicinati stesso fu per ciò che venne dopo: l'obiettivo di Spielberg era quello di prendere l'arte cinematografica e la portata del capolavoro di Kubrick per cambiarne le coordinate, indirizzandole dalla filosofia già alta alla bassa quotidianità delle persone reali, alla gente comune che vive nelle periferie del mondo e non ha nulla a che spartire con la scienza, figurarsi con la fantascienza.

L'incomprensibile per Spielberg diventa l'oggetto del culto di tutti, è alla portata tanto degli esperti in camice bianco quanto dei bambini, e in questo Incontri Ravvicinati ha aperto a uno spunto di riflessione che tutte le pellicole di genere considerate le migliori negli ultimi anni, le più riuscite, stanno ancora esplorando.
Che sia Prometheus o The Martian di Ridley Scott, che sia Interstellar o Gravity, o Ad Astra o Arrival - quest'ultimo da considerarsi quasi una sorta di remake di Incontri Ravvicinati per il modo in cui Denis Villeneuve allestisce una vera e propria rivisitazione in chiave nichilista-eternalista del lavoro di Spielberg - ritroviamo l'idea di esplorare l'ignoto, di comprenderlo perché affascinante nel suo essere misterioso, scegliendo di andargli incontro mossi da un senso di eccitazione per la scoperta che può eventualmente celare anziché scappare da esso per il timore che suscita.
Incontri Ravvicinati però rimane il primo contatto, un umanesimo rinascimentale della fantascienza che ha messo l'uomo al centro delle magnificenze dell'universo.

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