Everycult: I Figli degli Uomini di Alfonso Cuaròn

L'Everycult della settimana è dedicato a I Figli degli Uomini, dramma distopico scritto, diretto e montato nel 2006 da Alfonso Cuaròn.

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Dopo esser stato presentato alla Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia del 2006 (dove ha vinto il premio Osella per il miglior contributo tecnico), I Figli degli Uomini è arrivato nei cinema di tutto il mondo in tempo per essere selezionato agli Academy Awards del 2007. Sorta di rivisitazione retrofuturista della parabola cristologica ispirata all'omonimo romanzo della scrittrice P.D. James, il film sceneggiato e diretto da Alfonso Cuaròn negli Stati Uniti è arrivato curiosamente - pensate un po' - proprio il 25 dicembre, il giorno di Natale del 2006: a livello commerciale è stato un mezzo disastro ($70 milioni di incasso a fronte di un budget di $76), perché come prevedibile nessuno all'epoca ha avuto voglia di andare a riempire i cinema per farsi raccontare la storia di un mondo distopico nel quale, inspiegabilmente, le donne non sono più in grado di rimanere incinte, non mentre fuori cadeva la neve e le canzoncine natalizie risuonavano all'unisono nei centri commerciali e nei salotti delle case.

Non c'era l'America, non c'era il Messico, non c'era il sesso e la trasgressione di Y Tu Mama Tambien né la magia fantasy di Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban, opera che solo due anni prima, nel 2004, aveva lanciato Cuaròn nel cinema mainstream e che, al di là delle cifre (una plusvalenza di incassi di quasi $700 milioni), rimane a oggi il miglior capitolo della saga di J.K. Rowling.
Al posto di tutti questi elementi spensierati, il film di Cuaròn rifletteva sul caos geopolitico, sul terrorismo, sui regimi totalitari e i campi di lavoro, addirittura sulla possibilità della fine della razza umana: analizzato oggi, dodici anni dopo, I Figli degli Uomini incute una paura tremenda per l'accuratezza quasi documentaristica con la quale ha saputo ritrarre una società che già all'epoca non sembrava appartenere a un futuro poi così remoto, ma che in questi ultimi scampoli di 2018 è diventata praticamente il nostro presente - per certi versi.

Y Tu Futuro Tambien

Con la Universal che, all'epoca, decise di spingere sulla promozione di United 93 per la settantanovesima edizione degli Oscar - film che, nell'anno dei "Tre Amigos", ottenne solo le nomination per miglior fotografia, sceneggiatura e montaggio, mentre i suoi compañeros Alejandro González Iñárritu e Guillermo Del Toro ebbero più gloria rispettivamente con Babel e Il Labirinto del Fauno - Cuarón si sentì tradito dal sistema Hollywood, al punto da prendere la decisione di ritirarsi dalle scene.
Sarebbe tornato ben sette anni dopo con Gravity, ma I Figli degli Uomini, per chi lo aveva apprezzato già al debutto, era rimasto e non era andato da nessuna parte.
Profetico e umanista come solo le più grandi opere cinematografiche della fantascienza sanno essere, il film di Cuaròn già rifletteva sulla Brexit e sul pericolo dell'isolazionismo, metteva in discussione le filosofie di una politica aggressiva (figlia dell'America di Bush, ma calzante oggigiorno con la figura di Donald Trump), ci apriva gli occhi sulla precarietà delle condizioni di vita nei campi profughi (curiosamente un anno prima de La Guerra di Charlie Wilson di Mike Nichols) e, più in generale, descriveva una società futura che di futuro non aveva nulla: e non solo per l'ovvia assenza di pistole laser, di androidi, di navicelle spaziali, di alieni o disastri ambientali, anche perché l'opera sottraeva dal contesto ogni idea di avvenire, estremizzando fino all'esasperazione, fino al punto di rottura, tutti i difetti del mondo presente.

Il collasso della società avviene quando le donne smettono di essere fertili (idea che avrebbe ispirato la fortunata serie The Handmaid's Tale) e non per fattori esterni: I Figli degli Uomini è un film di fantascienza senza fantascienza, spogliato da tutti gli stilemi classici del genere, con la distopia che non viene innescata da guerre nucleari, invasori da altre galassie o pandemie da film dell'orrore, e in questo senso la ricostruzione di un mondo sul proprio letto di morte è la più realistica che possa balzare alla mente; è molto probabile che quando il mondo finirà, finirà come ne I Figli degli Uomini, e non come raccontato altrove.

Il protagonista è Theo Faron (Clive Owen), un cinico ex attivista dedito all'alcool che il regista messicano sfrutta per portare il pubblico lungo le strade in putrefazione di una Londra cupa e sonnambula, sospesa, come in attesa del colpo di grazia. La sua missione, affidatagli dall'ex-moglie Julian (Julianne Moore), è quella di scortare una giovane rifugiata africana, Kee (Clare-Hope Ashitey), dalla capitale alla costa. Inizialmente Theo accetta solo per soldi, ma quando scopre che Kee è la prima ragazza a essere rimasta incinta negli ultimi vent'anni, la causa di Julian gli entra dentro e fa di tutto per portarla a compimento.
Cuaròn racconta la storia dal punto di vista di Theo, dunque, dandoci sempre l'impressione di essere - come il protagonista - solo di passaggio all'interno di un racconto molto più ampio e complesso, come se stessimo ascoltando i racconti della vita di un Apostolo, ben poca cosa al confronto delle gesta di Cristo, o come se ci fossimo particolarmente interessati a un minuscolo dettaglio che, nel contesto dell'intera Cappella Sistina, appare relativamente meno importante.

E a ben guardare sembra davvero esserci la mano di Michelangelo dietro le scene de I Figli degli Uomini, non solo per il cameo della statua del David (Ridley Scott avrebbe fatto una cosa simile nel prologo di Alien: Covenant) ma soprattutto per un Emmanuel Lubezki all'apice della sua carriera (tutti i suoi lavori successivi, compresi i tre Oscar consecutivi, vengono dalla tecnica affinata su questo set). Senza contare un Alfonso Cuaròn che dirige con l'accuratezza tattica di un generale veterano delle scene, assolutamente innovative nel modo in cui ritraggono l'azione, la cui matrice sarebbe stata riproposta, con le dovute proporzioni, anche nel recente Roma.

Salvate il soldato Theo

Cuaròn e Lubezki, prima di portarci nello spazio con un livello di dettaglio inedito fino a quel momento, erano riusciti a girare le migliori sequenze d'azione del XXI secolo: era dai tempi dello Sbarco in Normandia di Salvate il Soldato Ryan di Steven Spielberg che in un film simile non si respirava quel senso artistico di "cura improvvisata", quella tecnica così esteticamente sbalorditiva.
Com'era per Spielberg, il piano-sequenza ne I Figli degli Uomini tende a svincolarsi dai canoni del cinema d'intrattenimento per assumere tratti quasi documentaristici: Lubezki immortala tutto con lenti grandangolari e Cuaron fa andare avanti la ripresa per interi minuti, ininterrottamente, quasi rifiutando per partito preso il montaggio. Il realismo del mondo in cui la storia si sta svolgendo del resto schiva le convenzioni della narrativa fantascientifica, e allo stesso modo l'autore vuole che il suo storytelling risulti autentico: ritoccare una sequenza in fase di montaggio avrebbe alterato quel senso di cinema vérité che Cuaron stava cercando di trasmettere attraverso ogni singolo elemento dell'impianto filmico.
Ma se in Salvate il Soldato Ryan la scena madre è una e una soltanto - e, per giunta, apre il film - ne I Figli degli Uomini i momenti impressionanti sono due, ed entrambi perfettamente calati nella struttura dell'intreccio.

Il primo arriva al minuto 26 e va avanti per 247 secondi ininterrotti: mentre Theo, Julian, Kee, Luke e Miriam stanno attraversando la campagna in auto, un gruppo di predoni figli dell'immaginario stabilito da George Miller con la saga di Mad Max sbuca dagli alberi e li attacca; Cuaron filma tutto in un'unica ripresa, in uno scatto continuo che mette a fuoco ogni personaggio al momento opportuno, con la cinepresa sempre e comunque bloccata all'interno dell'auto eppure capace di movimenti fluidi a 360° gradi, teoricamente impossibili e linguisticamente agli antipodi rispetto a quelli di Gravity (dove, invece, lo spazio a disposizione per la camera è infinito, perché digitale).
Quando si guarda la scena per la prima volta, esattamente come per lo Sbarco in Normadia che apre Salvate il Soldato Ryan, sembra di trovarsi di fronte alla più grande sequenza mai realizzata.

Il lungometraggio poi prosegue e si arriva alla sequenza finale, composta da una sola inquadratura di 379 secondi senza stacchi in cui Theo, alla ricerca di Kee, deve attraversare un intero campo profughi che nel frattempo sta subendo un'offensiva dell'esercito: tra esplosioni, carri armati, militari e sparatorie, il livello di dettaglio della messa in scena, l'ambizione e la precisione in termini di pianificazione ed esecuzione fanno davvero scattare il paragone con il capolavoro di Spielberg, cui fino ad allora nessuno aveva potuto accostarsi.

Dopo questa mirabolante, tragica e soprattutto pessimistica epopea, che si apre con un'esplosione esattamente come si apriva Brazil di Terry Gilliam e si conclude con la sconfitta dell'eroe protagonista, è nell'ultima inquadratura, un dipinto impressionista che sembra firmato da Monet, che ci viene raccontata la storia di quel briciolo di speranza che forse ancora resta all'umanità. Una vicenda che, come nei successivi Gravity e Roma, si conclude bagnata dall'acqua, simbolo non solo di vita ma soprattutto di nascita, o di rinascita.
Theo non sopravvive per vederla, quella rinascita, perché I Figli degli Uomini non vuole parlare di speranza ma di baratri e chiusure, e il suo viaggio è quello del sacrificio. Non ci è dato sapere se ne sarà valsa la pena, perché quando il film su Theo finisce inizia quello su Kee e sua figlia, che però noi non vedremo mai. Eppure, possiamo riprendere a sperare. Alfonso Cuaròn ci ha insegnato a farlo.

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