Everycult: Gli Spietati di Clint Eastwood

L'Everycult della settimana è Gli Spietati, capolavoro western del 1992 scritto da David Webbs Peoples e diretto da Clint Eastwood.

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Per i "neonati" Stati Uniti d'America, il cinema è sempre stata la risposta culturale alle varie letterature e mitologie europee. Nel corso dei suoi circa 110 anni di età, non c'è niente che Hollywood abbia esaltato di più della retorica sul mondo e sull'immaginario del Far West.
Buffalo Bill, Jesse James, Geronimo, Toro Seduto, George Custer, Billy the Kid, Calamity Janenon sono altro che la versione a stelle e strisce di Ercole, Thor, Achille, Prometeo, Enea, personaggi da ammirare e temere al tempo stesso, con la morale europea della Provvidenza Divina traslata in quell'ideale di Destino Manifesto che fa un po' da progenitore al Sogno Americano. A cantarne le gesta i moderni Omero e Virgilio: John Ford (basti citare Ombre Rosse e Sentieri Selvaggi), Fred Zinnemann (Mezzogiorno di Fuoco) e Howard Hawks (Il Fiume Rosso, Un Dollaro d'Onore) per la Hollywood Classica, cui dalla metà degli anni '60 in poi sono seguiti i vari revisionisti Sam Peckinpah, Arthur Penn e i nostrani Sergio (Leone e Corbucci).
Tra la fine degli '80 e l'inizio dei '90 il genere è cambiato ancora avvicinandosi agli standard del cinema moderno, con Lawrence Kasdan e i suoi Silverado (1985) e Wyatt Earp (1994) e soprattutto Kevin Costner con Balla Coi Lupi (1991).

Nel 1992 arrivò il turno di Clint Eastwood, nome che forse più di ogni altro è associato al mondo cinematografico dei cappelli da cowboy, dei revolver fumanti e dei sigari penzolanti dalle labbra screpolate per il sole. Il film, scritto da quel David Webb Peoples che aveva "aggiustato" la sceneggiatura che Hampton Fancher aveva steso per Blade Runner esattamente dieci anni prima, venne intitolato Gli Spietati e arrivò nelle sale con aspettative non troppo alte: un altro western, l'ennesimo del sessantaduenne regista che aveva esordito dietro la macchina da presa oltre trent'anni prima e aveva diretto il suo primo nel 1973 (Lo Straniero Senza Nome, da lui anche interpretato). Secondo molti, aveva già detto tutto ciò che doveva dire, aveva già raccontato le sue epopee... proprio come il western, che ormai non interessava più a nessuno.
È da questo spunto che parte Gli Spietati: il western è finito, non ci sono più pregi da esaltare, tutta la bellezza della sua mitologia, delle sue icone e dei suoi topoi era stata già tramandata in ogni modo possibile. Il genere era morto, Clint Eastwood era morto, entrambi erano saliti in groppa al proprio destriero e avevano cavalcato verso ovest, dove va a spegnersi il sole scomparendo all'orizzonte. Il western era morto. Lunga vita al western.

William Munny, del Missouri

Gli Spietati inizia con un ex fuorilegge che ha trovato la pace nell'amore di una donna e che oggi, dopo anni di scorribande, razzie, violenze e bestemmie, vive in una casetta di legno coi suoi figli, passando le sue giornate ad accudire loro e i maiali. A piangere l'amata, scomparsa tre anni prima. Inizia, insomma, quando ogni altro film western sarebbe finito, col personaggio principale che finalmente aveva raggiunto quel briciolo di pace che tanto aveva cercato per tutta la sua vita.
Dedicando il film a Sergio Leone e a Don Siegel, Eastwood prende le teorie e le fondamenta dei suoi due maestri e le decostruisce, usandole per fare tutt'altro. Tutti gli stilemi e la retorica patriottica imposta dalla secolare filmografia western ne Gli Spietati vengono sistematicamente sottratti dalla scena, dal linguaggio e dalla narrazione, un approccio che infiacchisce la forza della mitologia al centro dell'impianto filmico ma ne esalta il verismo e la maniera.
Tutte le leggende e le storie che si narrano nel film sono fandonie o mezze verità ingigantite: dalla sorte della prostituta sfregiata Delilah (Anna Thomson), alla quale si dice abbiano tagliato perfino il seno, al numero di uccisioni confermate di Kid (Jaimz Woolvet), dalle gesta di Bob l'Inglese (Richard Harris) a quelle di Logan (Morgan Freeman), che si vanta di essere in grado di sparare negli occhi di un falco ma che, quando dovrà sparare per uccidere, si tirerà indietro. Più il film va avanti, più le storie che circondano i suoi personaggi vengono sminuite, ridimensionate, abbassate da uno status di leggenda a diceria, e da diceria a cruda, triste e impietosa realtà. L'unico personaggio che rigetta questo processo di risveglio morale è quello del protagonista, William Munny (Eastwood), al quale però paradossalmente tocca l'evoluzione inversa.

Lui, che è stato davvero uno dei più crudeli e spietati fuorilegge del selvaggio West, finge di non ricordare le gesta nefaste che si narrano sul suo conto, anzi è addirittura lui che le minimizza, confermando di essere stato al centro di "quella storia della contea di Jackson", quando sopravvisse a un duello armato uno contro due. Lui che oggi è un buon cristiano, che grazie agli insegnamenti di sua moglie non impreca più, non bestemmia, non maltratta più gli animali, non beve alcool, non va con le prostitute e soprattutto non uccide finirà a rifare tutte quelle cose di cui non vuole più sentir parlare, in un crescendo di perdizione morale e ricongiungimento con la parte più oscura della sua anima.
In un'affascinante lettura metacinematografica si potrebbe dire che William Munny rappresenta quella parte di Hollywood che vuole lasciarsi alle spalle la sua vera natura, che vuole chiudere per sempre col genere western e approcciarsi al nuovo millennio puntando su tutt'altro. Nessuno dei due sarà in grado di farlo, ovviamente, ed entrambi usciranno cambiati da quell'esperienza: esattamente come William Munny, al termine del suo viaggio, si renderà conto di aver passato gli ultimi dieci anni della sua vita a mentire a se stesso, Hollywood comprenderà che il western è così radicato nella sua propria essenza che lo abbraccerà senza più alcuna riserva, candidando il film a nove Oscar ed eleggendolo vincitore in quattro categorie (montaggio, attore non protagonista a Gene Hackman, miglior regia e miglior film a Clint Eastwood). Con le dodici candidature e i sette premi ricevuti l'anno prima da Balla Coi Lupi, il western era tornato definitivamente sulla cresta dell'onda.

"È una cosa grossa uccidere un uomo"

Ancor più difficile è uccidere un intero genere cinematografico, ma più o meno inconsapevolmente è proprio quello che finirà col fare Gli Spietati. Come avrebbe fatto sei anni più tardi Steven Spielberg con Salvate Il Soldato Ryan, il film di Eastwood si impone come unico modo possibile di intendere il genere da lì in avanti, e tutti i migliori esempi di western del XXI secolo per forza di cose hanno dovuto in qualche modo attingere dai dettami stabiliti dal capolavoro del 1992.
È stato un punto, Gli Spietati, alla fine di un periodo che durava dagli inizi del 1900 e al quale era arrivato il momento di andare accapo. Col suo approccio realistico, improntato all'essenzialità, l'opera è stata la fonte di ispirazione primaria di tantissimi epigoni, in pratica del 99% dei western di oggi: L'Assassinio di Jesse James Per Mano del Codardo Robert Ford di Andrew Dominic, Appaloosa di Ed Harris , il remake di Quel Treno Per Yuma di James Mangold, il recente Ostili di Scott Cooper, The Homesman di Tommy Lee Jones, Caccia Spietata di David Von Ancken, la serie tv Deadwood e il capolavoro di Netflix Godless.

Il film è quanto di più anti-climatico ci possa essere per un racconto simile e il genere stesso cui quel racconto appartiene. Di fronte alla morte si piange, si striscia nella polvere invocando un po' d'acqua come la pietà, con le brache calate e le chiappe poggiate sul legno umido e lercio di una vecchia latrina. Oppure si entra in un saloon, infilandosi nell'inquadratura quasi di soppiatto, e si fa una strage a colpi di doppietta. Niente frasi a effetto, niente eroismo, niente azione, niente cavalcate in campo lungo dirette verso l'orizzonte. Solo un dito sul grilletto, un colpo mortale e poi più niente.

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