Everycult: L'Esercito delle 12 Scimmie di Terry Gilliam

L'Everycult della settimana è dedicato a L'Esercito delle 12 Scimmie, dramma sci-fi del 1995 scritto da David Peoples e diretto da Terry Gilliam.

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Secondo la teoria dell'eternalismo, il passato si ripeterà costantemente e il futuro è già accaduto: sarebbe impossibile riuscire a cambiarlo anche venendone a conoscenza nel presente, dato che il domani sta solo aspettando l'oggi su un altro piano temporale differente, e l'oggi continuerà a divenire domani per l'eternità. Tutto, insomma, è già successo e succederà ogni volta allo stesso modo.
Terry Gilliam, che può essere considerato una sorta di nichilista, un eccentrico, un poeta maledetto, un comico, un "contadino monosillabico del Minnessota" (come si è definito lui stesso in una recente intervista) e soprattutto un ribelle, è senza dubbio pure un eternalista. Così come lo è il film L'Esercito delle 12 Scimmie, suo settimo lungometraggio e terza escursione nel genere fantascientifico dopo I Banditi del Tempo e Brazil (leggi anche Everycult su Brazil).
I viaggi nel tempo hanno spesso solleticato l'immaginazione dei più grandi cineasti della storia del cinema, e generalmente questo filone dello sci-fi può essere suddiviso in due grosse macro-sezioni: c'è il salto temporale che consente di cambiare le cose - si spera in meglio, come ad esempio è accaduto in Avengers: Endgame - e poi c'è il viaggio dei depressi, quello pessimista e nietzschiano, tipicamente definito loop, che ci dice che ogni cosa si ripete e che per essere interrotta necessita del sacrificio del viaggiatore.
L'eternalismo, però, non si spezza. Se una cosa è già successa, succederà sempre. Per l'eternalismo, la storia è incisa nel metallo, e quel metallo non arrugginirà mai. È proprio quello che accade ne L'Esercito delle 12 Scimmie.

Un esercito di 12 scimmie

Lo dirà l'affranto protagonista, James Cole, nelle prime fasi del film: col volto di Bruce Willis, Cole dal 2035 è tornato indietro al 1990, in un periodo storico in cui la star distava ancora quattro anni dal successo di Pulp Fiction e Die Hard 3 - Duri a Morire (leggi anche Everycult su Pulp Fiction ed Everycult su Die Hard 3) e nel quale Terry Gilliam stava girando La Leggenda del Re Pescatore per far dimenticare a tutti il flop commerciale de Le Avventure del Barone di Munchausen.
Nessuno di questi film comparirà ne L'Esercito delle 12 Scimmie (che però citerà con gran classe La Donna Che Visse Due Volte e Gli Uccelli di Alfred Hitchcock in una delle scene conclusive, fra le più belle ed evocative dell'opera) nel 2035, in un mondo dove 5 miliardi di persone sono state sterminate da un misterioso virus sulla cui origine indagherà il protagonista. Ovviamente una volta giunto negli anni '90 sarà ritenuto pazzo dagli scienziati e dagli psicologi che metteranno le mani su di lui, con le scene in manicomio che riecheggiano quelle di Brazil e che dieci anni più tardi Nicolas Winding Refn avrebbe palesemente citato in Bronson con Tom Hardy.

Gilliam, che è un regista tanto "pratico" nello sviluppo della trama quanto barocco e pomposo nella messa in scena, non perde tempo - saggiamente - nell'indugiare in quel tipo di ambiguità che anni dopo avrebbe fatto la fortuna dello Shutter Island di Martin Scorsese: nonostante gli strizzacervelli sostengano il contrario, e perfino quando lui stesso inizierà a mettersi in dubbio, lo spettatore sa per certo che il protagonista dice il vero, che la sua missione a ritroso nel tempo è reale tanto quanto il tragico fato che spetterà al mondo nel 1996. Accostato al Mito di Cassandra e alla sorte dell'omonima profetessa della mitologia greca, Cole è una sorta di metafora antropomorfa che simboleggia l'effimero valore della conoscenza, che diventa un vero e proprio tormento, una maledizione, una nuova forma di pazzia cui l'ignoranza è assai preferibile.

A Gilliam interessa - come sempre del resto - l'inutile affannarsi dell'uomo per migliorare la propria condizione. A differenza di Brazil la satira sociale - evidente figlia delle tematiche dei Monthy Python - qui scompare, lasciando il campo a riflessioni più intimiste, prettamente filosofiche e molto spesso di natura ecologica: James Cole diventa un antesignano di quegli scienziati che oggi si stanno sgolando attraverso i network e i vari social per far capire ai leader mondiali che la Terra sta andando incontro al collasso - collasso che non avverrà nel giro di cinquecento o mille anni, ma nel corso dei prossimi due-tre decenni.

In un ammirevole quanto audace braccio di ferro di schiettezza, il film non offre mai una contro-argomentazione a questi concetti. Non c'è un singolo personaggio che difenda il comportamento degli esseri umani, nessuno che sia pronto a giurare che il bene e l'amore alla fine trionferanno come accade spesso a Hollywood. Perfino Jeffrey (il personaggio di Brad Pitt), coi suoi discorsi sul lavaggio del cervello e sulle pubblicità (Gillian è ossessionato da quest'ultima), ha parecchie lance da spezzare in favore delle sue strambe tesi reazionarie.
Terry Gilliam ha cercato di avvertirci, Bruce Willis ce lo ha urlato in tutti i modi, Brad Pitt si è fatto venire i tic nel tentativo di farcelo capire, ma l'Esercito delle 12 Scimmie alla fine vince sempre. Perché ha già vinto.

Dejà-vu

È un film "di cerchi", L'Esercito delle 12 Scimmie, e "sui cerchi". Charles Fort sosteneva che è possibile misurare un cerchio partendo da qualsiasi punto, e di sicuro questa teoria si applica al film di Gilliam: se fosse possibile farlo andare avanti all'infinito, saremmo in grado di infilarci nella storia in qualunque momento e seguirla in maniera lineare senza tener conto di inizio, svolgimento e fine, in un costante ripetersi di eventi circolari di giottesca precisione.
La sceneggiatura di David Webb Peoples e di sua moglie Janet è un incastro perfetto, che Gilliam enfatizza a livello subliminale giocando non poco con la forma geometrica del cerchio: ci sono cerchi ovunque nell'opera, a cominciare dai graffiti-simbolo dell'omonimo gruppo rivoluzionario, passando alla disposizione dei letti nel manicomio del 1990 e arrivando alle scale a chiocciola nella villa del dottor Goines (Christopher Plummer) nel 1996, riprese dall'affusolato movimento circolare della camera del dop Roger Pratt; tra l'altro la scena serve a illustrare un passaggio di trama fondamentale, dato che è in questo preciso momento che capiamo che è stato il viaggio indietro nel tempo a innescare gli eventi che porteranno alla distruzione del mondo, in un tragico ciclo di eterno ritorno.

Eterno ritorno che però fa la felicità del protagonista, che così abituato com'è a un mondo degradato, rigido e ormai morto (quello del futuro) è l'unico in grado di vedere le piccole bellezze della nostra epoca, che gli abitanti del presente danno per scontate. Anzi, più il suo fervido senso della missione inizia a scemare, risucchiato lentamente dalla comprensione dell'impossibilità di modificare passato e futuro, più sfrutterà il suo ritorno agli anni '90 per potersi godere quelle bellezze.

Non solo la presenza di Kathryn (l'affascinante Madeleine Stowe, della quale si innamorerà) ma anche la musica del XX secolo (Bluberry Hill, Over the Rainbow), l'ossigeno di cui l'aria è piena (e che nel futuro è diventato tossico), il senso di infantile speranza e la potenza dell'arte.
Proprio questi due elementi vengono riassunti nella bellissima scena del cinema, nella quale c'è quello che è probabilmente il dialogo più bello di tutto il film. È qui che Cole dirà a Kathryn: "Quello che ci sta accadendo è come rivedere un film. Il film rimane sempre lo stesso, eppure cambia; ogni volta che lo rivedi ti sembra diverso perché tu sei diverso. Ci vedi dentro delle cose diverse".

In questo senso l'ambiguo finale è pensato per andare incontro non solo al pubblico più pessimista ma anche a coloro che ancora sperano di poter cambiare le cose. E alla luce delle parole di Cole si può andare addirittura oltre e dare all'opera una lettura completamente diversa: e se gli eventi della pellicola fossero il frutto della fantasia che il bambino dell'aeroporto immagina per metabolizzare l'evento traumatico cui assiste?
Guardando il tutto dall'inizio siamo spinti a credere che quel bambino sia Cole da giovane, ma iniziando il lungometraggio dalla fine la nuova interpretazione ha perfettamente senso: del resto il cinema di Gilliam ha sempre navigato nell'immaginazione, nelle illusioni, e pensare che la storia della fine del mondo sia frutto della fantasticheria di un bambino potrebbe essere il miraggio più bello di tutti.

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