Everycult: Dune di David Lynch

L'Everycult della settimana è Dune, sci-fi del 1984 scritto e diretto da David Lynch e basato sull'omonimo romanzo di Frank Herbert.

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Il Dune di David Lynch è uno dei capitoli più interessanti di tutta la storia del cinema del Novecento, e anche se è considerato un vero e proprio disastro su tutta la linea, ancora oggi viene guardato come quel tipo di fallimento dal fascino straripante che è meglio aver vissuto che evitato.
A guardarlo bene già dalla sua forma strutturale (scomposta, impacciata e disarticolata) ricorda non poco un esemplare di quei mutanti grotteschi e contorti di Arrakis, sui quali Lynch sembra voler inserire un discorso visivo da strascico e/o evoluzione degli incubi malleabili di Eraserhead o del volto sia raccapricciante che tenero del povero Joseph Merrick di The Elephant Man.
Forse perché Dune ha molto più in comune coi precedenti due film del regista di Missoula di quanti non ne abbia col resto della sua filmografia, e in questo senso già colpisce come da possibile pietra tombale di una carriera neonata l'opera sia diventata un vero e proprio spartiacque per il suo autore.
Dopo sarebbero arrivati Velluto Blu e Cuore Selvaggio, due opere lynchiane diversissime e a loro volta parentesi di un'eterna evoluzione dell'immagine che sarebbe mutata ancora con Fuoco cammina con me, fino all'eclatante presa di posizione di Strade Perdute, già preludio di Mulholland Drive e Inland Empire.
Il cinema di David Lynch è una mutazione costante che sfida e spiazza, e Dune per molti versi di quella mutazione è l'innesco.
Sembra non appartenere a un filone particolare, come venisse da un altro pianeta.

Eclisse

Eclisse, proprio come il brano di chiusura di The Dark Side of The Moon dei Pink Floyd. È lo stesso che Denis Villeneuve ha scelto per accompagnare il primo trailer del suo Dune, una decisione citazionista e nostalgica che affonda direttamente nella sabbia di un altro film, quello che il mondo non vedrà mai nonostante abbia contribuito a plasmare la mitologia e l'eredità del genere fantascientifico. Stiamo parlando del Dune di Alejandro Jodorowsky, quello che molti considerano "il più grande film mai realizzato" che avrebbe influenzato tutta la fantascienza degli anni '70 e oltre: era proprio ai Pink Floyd che il regista franco-cileno si era rivolto per la colonna sonora del suo film del 1974.
Nel '74, appunto, Jodorowsky entrò in scena portato su un piatto d'argento dal produttore francese Jean-Paul Gibon, che nel frattempo aveva acquistato i diritti del film: Dan O'Bannon per gli effetti visivi, artisti come HR Giger, Jean Giraud e Chris Foss per le scenografie e il design dei personaggi e addirittura Salvador Dalí, Orson Welles e Mick Jagger nel cast.
I finanziamenti si esaurirono quando divenne chiaro che il progetto, che nella mente del regista doveva durare qualcosa come 13 ore, non sarebbe andato da nessuna parte.

Ed è a questo punto che i fili della complessa trama dietro la realizzazione del Dune di Lynch iniziano a tirarsi.
La miscela di surrealismo e psichedelia del singolare cinema di Jodorowsky alimentano da sempre la linfa creativa del regista di Twin Peaks, che all'epoca dei drammi produttivi di Dune era ancora solo un aspirante cineasta e che al tempo di sedersi dietro la macchina da presa dello sci-fi era arrivato solo al terzo film.

Il futuro

Jodorowsky aveva immaginato il futuro ma poi l'aveva lasciato in mano ad altri: O'Bannon e HR Giger sarebbero andati a fare Alien con Ridley Scott nel 1979, e Dino De Laurentis comprò i diritti di Dune da un disperato Gibon, che ormai non sapeva più che farsene.
Il grande produttore italiano provò a passare la palla proprio a Scott, ma erano 180 pagine di sceneggiatura (equivalente a tre ore di film) che il giovane regista britannico fu costretto a rifiutare, non solo per un grave lutto in famiglia (suo fratello maggiore Frank morì di cancro improvvisamente) ma anche perché gli venne negata la possibilità di dividere il progetto in due parti. Ridley Scott si sarebbe imbarcato su un'altra nota produzione liscia come l'olio, il cult del 1982 Blade Runner, ma siccome a quel punto si era fatto il 1981 e i diritti di De Laurentis stavano per scadere si optò finalmente per Lynch, che non aveva letto il libro originale, aveva rifiutato la regia de Il Ritorno dello Jedi e non era minimamente interessato alla fantascienza.
Buttò la sceneggiatura di 180 pagine di cui sopra e ne scrisse una sua. Quello che venne fuori fu probabilmente la peggior opera della sua carriera, eppure, per parafrasare la massima partorita dai vari Truffaut e i Godard della prima era dei Cahiers du Cinéma, il più brutto film di un autore che ha qualcosa da dire sarà sempre più interessante del miglior film di un regista mestierante.

Come film di fantascienza Dune è un macigno, spesso incomprensibile e privo di una vera struttura, un dichiarato anti-Star Wars che di George Lucas non aveva nulla (sebbene Lucas stesso si fosse ispirato a Dune per molti aspetti della sua saga), né la magia né il cuore, né tantomeno l'epica.
Anche la struttura è puro caos, con l'intera ora iniziale dedicata allo sviluppo del primo atto, cosa che fa sembrare il film sia interminabilmente lungo, sia maldestramente affrettato. La critica rimase interdetta, il pubblico letteralmente fuggì.

Eppure come espressione artistica di una filosofia, di un modo di concepire il cinema e una valvola di sfogo per innescare un mutamento nel proprio lavoro e ipertesto è certamente una sfida, per certi versi riuscita.
Dune di David Lynch è alieno in tutto e per tutto: con le sue bizzarre sequenze oniriche, piene di immagini di feti non nati, energie scintillanti e scenari inquietanti come l'inferno industriale del pianeta natale degli Harkonnen, il film trasporta lo spettatore in un luogo sconosciuto che è più esperienza di visione che narrazione fine a se stessa.
Oggi anche Lynch lo ha rinnegato, lui stesso lo considera un fallimento ed è un argomento che affronta con reticenza nelle sue rare interviste, eppure rimane un pezzo unico e inestimabile della fantascienza moderna.
È il sogno di un futuro, ottundente, senza coerenza e fumoso, ma un sogno dal quale una volta dentro non ci si vuole più svegliare.

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