Everycult: Drive di Nicolas Winding Refn

L'Everycult della settimana è Drive, thriller del 2011 diretto da Nicolas Winding Refn e interpretato da Ryan Gosling e Carey Mulligan.

Everycult: Drive di Nicolas Winding Refn
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Potrebbe non sembrare così ma il cinema di Nicolas Winding Refn è radicato nel sovrannaturale, e in questo senso è emblematico Drive con Ryan Gosling: vero e proprio spartiacque della carriera dell'autore danese nato a Copenaghen e cresciuto a pane e b-movie, l'opera del 2011 suggella la tappa fondamentale di un percorso stilistico fatto di estremismi e assottigliamento dei generi che Refn ha perseguito fin dall'inizio.
Già nella trilogia di Pusher, in Bleeder e in Fear X nell'autore si intravedeva una certa repellenza alle etichette dei generi cinematografici, ma con Bronson prima e Valhalla Rising poi Refn ha iniziato a trascenderli sistematicamente, lavorando su situazioni surreali e sovrannaturali.
Drive, inafferrabile opera sui generis che nella sua sua formula include di tutto, dal thriller al melodramma e all'heist-movie, dall'action all'art-house sfiorando addirittura il remake/citazione (sono evidenti i richiami a Driver l'imprendibile di Walter Hill), è diventato il biglietto da visita di Nicolas Winding Refn non tanto per il successo straordinario e inaspettato ottenuto - fin dalla vittoria al Festival di Cannes nel 2011 - quanto per esporsi come un manifesto del suo autore.
Il film è in tutto e per tutto l'opera refniana per eccellenza, e il suo velato spirito sovrannaturale ne è la prova: le pellicole successive come Solo Dio Perdona, l'horror The Neon Demon e la serie tv Too old to die young, in attesa del futuro remake di Maniac Cop, avrebbero solo estremizzato una caratteristica qui già ben presente.

Il vuoto del Driver

Quello di Nicolas Winding Refn è un cinema etereo e sovrannaturale, che si pone come risposta occidentale alle opere di Takeshi Kitano diventando un'estensione di quel tipo di rigido incontro tra surrealismo e realismo di film come Sonatine, Boiling Point e il folgorante Hana-Bi: Fiori di Fuoco. Come in Kitano, molte scene Refn le allestisce pensando a vignette, a situazioni-lampo che restituiscono al pubblico un'immediatezza sorprendente e spiazzante.
Non è un caso che Drive veda proprio negli ascensori, quelle scatole di metallo tanto care al cinema di Takeshi Kitano, lo spazio fondamentale e mai abbastanza celebrato della sua narrazione per immagini.
Già in una delle primissime scene Refn apre una rima interna in ascensore, con una sequenza di montaggio che ci mostra il protagonista innominato di Ryan Gosling entrarci dal garage mentre l'angelica Irine di Carey Mulligan ne sta uscendo. Qui il non incontrarsi degli sguardi tra i due personaggi e il chiudersi delle porte dell'ascensore rappresentano delle non-azioni che già preludono al risultato finale della loro non-storia d'amore, che culminerà sempre in quella scatola di metallo. Il chiudersi (di nuovo) delle porte diventerà un simbolo di definitiva separazione.

È sempre in quello spazio ristretto, claustrofobico come un sarcofago, che Refn allestisce il primo vero incontro tra "Driver" e Irene, un siparietto di quotidianità condominiale che serve per innescare la relazione tra i due personaggi: superficialmente il pubblico scopre che lui e lei vivono sullo stesso pianerottolo, a pochi appartamenti di distanza, ma le immagini pensate da Refn - artista soprattutto visivo - ci dicono tanto altro.
Il giubbotto di Driver, all'inizio di un bianco sgargiante e via via sempre più sporco e con un grosso scorpione giallo sulla schiena, è posizionato quasi a volersi frapporre tra lui e Irene, simbolo in pelle di quella stessa barriera insuperabile rappresentata poco prima dal serrarsi automatico delle porte dell'ascensore.
Non solo: lo scorpione, tratto distintivo del protagonista al punto che il film ce lo mostra prima ancora di inquadrarne il volto, sembra restare avvinghiato alla spalla di Driver per come Refn fa indossare il cappotto a Gosling, quasi a sottolineare l'incapacità del personaggio di abbandonare la sua vera natura, malvagia e oscura. E così il film inizia a tratteggiare il suo alone misterioso e sovrannaturale.

A Real Human Being

A Real Human Being, il celebre brano dei College & Electric Youth negli anni divenuto il simbolo del film, può innescare una strana sensazione di placida evanescenza, che in qualche modo rischia di cozzare o risultare fuori posto in un'opera dalla violenza così disturbante. Ma è tutto voluto: come il testo della canzone commenta, il protagonista di Drive lotta con il mondo alla ricerca di un'umanità che il film stesso gli nega, che Refn tratteggia con ombre lunghissime e nere, le stesse che, in maniera del tutto anti-climatica, risolveranno il "duello" finale con il gangster di Albert Brooks.

Nelle mani di Refn il criptico personaggio di Ryan Gosling diventa uno straniero senza nome di eastwoodiana memoria, un cavaliere maledetto che come nel western del 1973 assume via via sempre nuovi aspetti ultraterreni.
Sbucato dal nulla sei anni prima degli eventi del film per iniziare a lavorare alla corte di Shannon, meccanico di Los Angeles dal losco passato interpretato da Bryan Cranston, Driver si muove nella città degli angeli come un demone fuggito dall'Inferno.
Senza un passato e privo di un'identità, domina la notte e il buio come se li conoscesse da vicino, le luci della polizia non riescono a catturarlo e tutto ciò che gli capita di bello e buono ha il sapore romantico di una prima volta.
"Aver conosciuto te e Benicio è stata la cosa più bella che mi sia mai capitata" dirà prima della resa dei conti, raccontata tramite un montaggio "depotenziante" che le conferisce un sapore trascendentale, come se il luogo da cui proviene non prevedesse bontà o amore.

Per tutto il film Driver è il protagonista di una lotta costante, potremmo dire eterna, tra un processo di de-umanizzazione e una rinascita/conquista della propria identità.
Con quello scorpione sempre addosso, sulla sua schiena o sulla spalla, il personaggio quasi non si riflette nello specchio. Il suo volto è avvolto nell'ombra quando lo vediamo nel vetro dietro Irene in una celebre scena del film, che lo contrappone alla foto di Benicio e il marito di lei interpretato da Oscar Isaac, altro ostacolo alla storia d'amore: Refn dice già tutto senza dire niente.
Per arrotondare fa lo stunt-man (lavoro senza identità per eccellenza), utilizza una maschera dalla fattezza non umana nella bellissima sequenza di montaggio dove Oh My Love di Riz Ortolani e Katyna Ranieri fa da lirico contraltare al tremendo massacro in arrivo da lì a poco.
Driver sembra mostrarsi veramente solo negli irrefrenabili scatti di rabbia, una furia vibrante che gli fa tremare tutto il corpo e che si manifesta definitivamente quando - dopo una sparatoria di inaudita violenza - Refn lo inquadra col volto imbrattato di sangue.

Peculiare, nel chiudere questa scena, il movimento col quale Gosling esce dall'inquadratura, un retrocedere senza muoversi, un fluttuare all'indietro verso l'oscurità.
Al contrario con Irene e Benicio il film cambia approccio, e seguendo il comportamento del protagonista anche Refn muta stile di regia, sfruttando molta camera a mano (ad esempio nelle scene al fiume) e bagnando il fotogramma con una fotografia dorata, che sa di paradisiaco. Anche la scena dell'attesissimo bacio, col suo cambio di luci quasi in stile musical, ha il sapore del surreale, dell'ultraterreno, dell'onirico: perché, come un Pinocchio demoniaco, è in queste circostanze che Driver sente la possibilità di diventare un "real human being", un "real hero", uno status che però sembra destinato a sfuggirgli per sempre.

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