Everycult: Die Hard - Duri a morire di John McTiernan

L'Everycult della settimana è dedicato al terzo capitolo della saga di Die Hard, Die Hard With A Vengeance, diretto nel 1995 da John McTiernan.

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Nel 1988, un anno dopo che il successo mondiale di Predator lo aveva lanciato nell'Olimpo del cinema action, John McTiernan con Die Hard - Trappola di Cristallo aveva cucito addosso a Bruce Willis l'iconico ruolo di John McLane, eroe solitario che esaltava il mito dell'Average Joe statunitense (è questo il modo di dire che gli amici d'oltreoceano usano per riferirsi all'"americano medio") e che con la sua scanzonata aggressività e il suo atteggiamento sardonico respingeva a colpi di pistola il colonialismo europeo, del quale l'Hans Gruber di Alan Rickman si faceva allegoria.
L'eroe per caso, estemporaneo e un po' coatto, con la sua canottiera lercia e strappata, si scontrava col rapinatore elegante, ben vestito, colto e filosofo, col piano perfetto e l'obiettivo segreto. Patriotticamente, il film diventava anche una metafora dell'individualismo contro il collettivismo, quel celeberrimo "uno contro tutti" che era il fondamento del Sogno Americano e che Hollywood aveva osannato fin dalla sua età classica, con La Parola ai Giurati e Mezzogiorno di Fuoco.

Negli anni '90 però quella tendenza stava andando a scomparire, anche e soprattutto a causa del (o grazie al) successo ottenuto dalla saga di Arma Letale di Richard Donner e l'emergere del sotto-genere noto come buddy movie. Dietro al franchise con Mel Gibson e Danny Glover c'era quello stesso Shane Black che McTiernan aveva lanciato come attore in Predator, e che non solo aveva incrementato il filone del buddy movie con la sceneggiatura de L'Ultimo Boyscout di Tony Scott (tra l'altro con Bruce Willis) ma che addirittura nel 1993, per ironia della sorte, aveva messo una pietra tombale sull'action movie in solitaria con Last Action Hero, diretto proprio da McTiernan, che era stato un fallimento totale al botteghino.

Tre anni prima, nel 1990, Die Hard 2 - 58 Minuti per Morire aveva ottenuto un buon successo, ma la critica non era rimasta poi tanto impressionata: un buon sequel, per lo più, ma soprattutto un'opera che senza McTiernan (la regia fu affidata a Renny Harlin) si era limitata al compitino, seguendo pedissequamente sceneggiatura e ritmo del primo capitolo, senza particolari guizzi d'originalità.
McTiernan, da assoluto genio del cinema qual (era) è, capisce l'antifona e nel 1995 decide di tornare alla saga di Die Hard, con l'intento però di capovolgerne il concetto sul quale lui stesso l'aveva fondata in principio: fu così che nacque Die Hard - Duri a Morire, che inglobò i concetti progressisti del buddy movie per riflettere non più sul singolo, ma sull'intera società.


Black or White

L'omonimo singolo di Michael Jackson ancora risuonava nelle radio e negli stereo d'America: era stato estratto dall'album Dangerous, del 1991, e di certo piuttosto pericolosi erano Samuel L. Jackson e Bruce Willis, interpreti del black Zeus Carver e del white John McLane. Entrambi venivano dal successo internazionale di Pulp Fiction di Quentin Tarantino, nel quale però non avevano condiviso neanche una scena.
McTiernan li prende e li trasforma nella strana coppia, non quella alla Jack Lemmon e Walter Matthau dell'omonima commedia di Gene Saks ma quella riformista dell'integrazione razziale e culturale: se Ralph Fiennes e Angela Bassett facevano la coppia (in termini sessuali) ideale da ultimi scampoli del XX secolo in Strange Days di Kathryn Bigelow (sempre 1995), Willis e Jackson facevano la stessa cosa ma in maniera meno platonica e più diretta, nello stile tipico del regista.

La nascita e l'evoluzione dell'amicizia fra i due protagonisti non è né immediata né tantomeno scontata ma, figlia di cause di forza maggiore, viene innescata come reazione a personaggi terzi (il villan) e restituisce un senso di straordinaria soddisfazione.
La collaborazione fra McLane e Carver è figlia degli sforzi congiunti di entrambe la parti, del venirsi incontro e capirsi a vicenda, di sudore e sangue, ed è direttamente proporzionale allo sbrindellarsi degli indumenti (caratteristica del cinema action di McTiernan, che accompagna sempre l'evoluzione dei personaggi ed enfatizza il senso di scampato pericolo e di fatica).

Nell'anno della coppia all-black di Will Smith e Martin Lawrence in Bad Boys di Michael Bay, cui dodici mesi dopo sarebbe seguita quella all-white composta dagli Sean Connery e Nicolas Cage di The Rock (sempre diretto da Bay), Bruce Willis e Samuel L. Jackson formarono il duo perfetto, tanto casuale quanto azzeccato. Non a caso M. Night Shyamalan cinque anni dopo li avrebbe messi l'uno contro l'altro in Unbreakable - Il Predestinato: semplicemente sono due attori che sembrano nati per condividere la stessa inquadratura.
È un film talmente attuale poi, Die Hard - Duri a Morire, che se fosse uscito nello stesso anno di Black Panther sarebbe volato dritto alla Notte degli Oscar: non solo perché, coincidenza delle coincidenze, nell'arco di venti minuti cita prima Donald Trump e poi Hillary Clinton, nemmeno perché gioca sapientemente sull'isteria del terrorismo, ma perché riflette con ponderata lucidità sulle differenze di classe, sugli squilibri architettonici fra i vicoli di Harlem e i palazzoni sgargianti dell'alta finanza di Wall Street - e soprattutto sull'assenza di differenze e di squilibri fra i colori della pelle.
It's a turf war on a global scale/I'd rather hear both sides of the tale, cantava Jackson (Michael, non Samuel) e Die Hard 3 su quelle strofe e quelle note si mette a danzare, facendo esplodere tantissime cose, nel frattempo.


Mr. J


"J". Una lettera che non sta per Joker ma per Jeremy Irons, qui nei panni di un bombarolo tedesco che sembra l'antesignano sia del villain interpretato da Heath Ledger ne Il Cavaliere Oscuro, sia del celebre Jigsaw dell'omonimo franchise horror cui James Wan avrebbe dato il via qualche anno dopo.
Pianificatore, sadico, che ama giocare con le sue vittime, che forse mina i battelli nel fiume (o forse no?) ma che sicuramente sa sfruttare la paura del terrorismo, usandola per ingannare tanto McLane quanto un'intera città (si rigetta la claustrofobia dei primi due film, ambientati rispettivamente in un palazzo e in un aeroporto, e ci si allarga in scala metropolitana) e di conseguenza lo spettatore.

Come in Brazil di Terry Gilliam e ne I Figli degli Uomini di Alfonso Cuaròn, la detonazione di una bomba sconvolge la quiete dei primi secondi della pellicola e dà il via a una corsa frenetica che avrà fine solo con l'arrivo dei titoli di coda. A piazzarla è stato Simon Gruber, fratello di quell'Hans Gruber che McLane aveva buttato giù da un grattacielo alla fine del primo capitolo: il terrorismo per le strade di Manhattan è solo una copertura per una colossale rapina al caveau della Federal Reservein stile Auric Goldfinger del terzo 007, e l'opportunità di potersi finalmente vendicare dello sbirro che ha ammazzato suo fratello è la ciliegina sulla torta più gustosa che gli sia mai stata offerta.

Mentre McTiernan si diverte a proseguire nei suoi curiosi omaggi a Stanley Kubrick (in Trappola di Cristallo tramite Hans aveva suonato la nona sinfonia di Beethoven per citare Arancia Meccanica, qui sfrutta Simon per riproporre il tema When Johnny Comes Marching Home che accompagnava Il Dottor Stranamore, ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba), compie un lavoro altrettanto sottile sul nuovo antagonista a livello metaforico.
Se l'Hans Gruber di Alan Rickman nel primo Die Hard rappresentava il passato, col suo piano da colonialista europeo che dalla Germania arrivava in America in cerca di nuove fortune, il Simon di Jeremy Irons è invece il futuro.

Da straniero in terra straniera dimostra di essersi integrato negli Stati Uniti al punto da averne individuato limiti e falle, speranze e contraddizioni, pregi e deficienze, così da poter usare tutto a proprio favore. Da buon europeo non puritano, appena può corre a celebrare la (momentanea) riuscita del suo grande piano con una notte passionale, ed è la sua boria da suprematista del Vecchio Continente a spingerlo a sottovalutare la mediocrità del grezzo e volgare americano medio. Che però in questo caso, per sua sfortuna, si dimostra particolarmente duro a morire.

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