Everycult: Dawn of the Dead di Zack Snyder

L'Everycult della settimana è Dawn of the Dead, film d'esordio del regista Zack Snyder e remake del classico di George Romero.

Everycult: Dawn of the Dead di Zack Snyder
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Dopo l'apprendistato nel campo della pubblicità e del videoclip, che realizza a intermittenza per tutti gli anni '90, nel 2004, mentre la post-modernità si è aggrappata al corpo del cinema come un virus mangia-carne, Zack Snyder esordisce alla regia con L'alba dei morti viventi.
Siamo nello stesso anno de L'alba dei morti dementi di Edgar Wright, gli zombie sono tornati (di moda) e Snyder, già particolarmente ambizioso, invece di scegliere la strada della commedia dissacrante si fionda subito verso l'autostrada della mitizzazione delle immagini e degli immaginari che avrebbe contraddistinto tutta la sua carriera negli anni successivi.
Avvalendosi della sceneggiatura brillante di James Gunn, autore avvezzo all'horror schifoso e viscido che aveva esordito nel 1996 con la regia di Tromeo e Juliet e che nel 2006 sarebbe tornato proprio all'horror con Slither, Zack Snyder dirige la sua personalissima versione dell'Alba.
Non è ancora quella della Giustizia menzionata nel titolo completo di Batman v Superman, ma non è neppure quella che George Romero aveva immaginato nel 1978: è un film nuovo, non claudicante ma scattante, proteiforme e sicuro di sé ai limiti della fierezza, una palestra in preparazione alla definizione di uno degli stili più emblematici, riconoscibili e immediati della propria generazione.

Più che un remake, una rifondazione

La trama, arcinota, è più o meno quella dell'alba dei morti viventi romeriana, ma Snyder col suo stile - ancora acerbo e in divenire - va a riempire proprio quei vuoti che separano le differenze l'una dall'altra.
Nelle ore appena successive allo scoppio della più terribile apocalisse zombie che possiate immaginare, un gruppo di sopravvissuti si barrica all'interno di un centro commerciale deserto dove trovano pressoché tutto il necessario per riuscire a tirare avanti mentre orde di non morti si accalcano nei parcheggi che circondano la struttura. Naturalmente pochissime cose andranno come sperato dai protagonisti, e non tutti riusciranno ad arrivare alla fine del film.
Ancora oggi considerato come uno dei remake più riusciti del 21esimo secolo, L'alba dei morti viventi di Zack Snyder trova la carta vincente nel fatto stesso di non porsi mai come un vero e proprio remake.
Casomai è una rivisitazione, ma volendo sbilanciarsi si potrebbe parlare addirittura di rifondazione. Perché Snyder, incredibilmente colto e preparatissimo sulla materia (dichiarerà in più occasioni di aver scelto proprio questo film in quanto uno dei suoi preferiti di sempre) riesce a prendere ogni singolo spunto dell'opera romeriana per eccellenza e portarla altrove, principalmente l'altrove che interessa a lui.

La differenza più immediatamente riconoscibile è incarnata dagli stessi zombie: i non morti di George Romero, padre putativo dell'intero genere, fin da La notte dei morti viventi trovano la forza nel numero perché riflesso di una società spenta, barcollante, fredda e senza vita; quelli di Snyder, ereditati dal 28 giorni dopo dell'eclettico e britannico Danny Boyle, sono mossi da un'aggressività esagitata, ringhiano e sbavano, sono quasi dei pre-sovrumani nella rapidità dei movimenti e diventano l'emblema di un cinema, quello snyderiano, che farà del ritmo dei corpi e del modo di inquadrarli e bloccarli nello spazio la propria ragion d'essere.

Un altro tipo di alba

Successivo distinguo importante è il conto dei personaggi principali, quattro nel film di Romero e invece spropositato nel "remake" di Snyder: regista d'ensemble, votato all'esaltazione di un certo cameratismo, già da qui Snyder lascia intravedere quell'interesse per i gruppi chiusi e le comunità (che spesso si vengono a creare fortuitamente per le più disparate circostanze) che continuerà ad analizzare nei film successivi, con un occhio sempre attento alle individualità (come accade in alcuni film di John Carpenter).
Emblematico in tal senso l'arco narrativo del personaggio di Michael Kelly, chiamato CJ e presentato come antagonista prima di passare al "lato chiaro", il cui sacrificio finale per la salvaguardia del gruppo anticipa quelli di Leonida, Rorschach, Superman e Batman (quest'ultimo almeno previsto per Justice League 3, anche se mai realizzato).
Ma il cinema in divenire di Snyder sembra già tutto in essere ne L'alba dei morti viventi. C'è già la scena introduttiva con brano di accompagnamento dal forte background popolare, "The Man Comes Around" di Johnny Cash (un vero e proprio marchio di fabbrica che, ve lo anticipiamo, tornerà pure in Army of the Dead), ci sono già alcuni modi tipici di giocare con la macchina da presa per guardare un determinato gesto (come il far scattare il cane di una bocca da fuoco, quasi un momento topico per Snyder che ritornerà sia in Watchmen che in Batman v Superman con le medesime angolazioni) e c'è già quella disillusione politica e sociale che nel suo cinema sarà sempre presente ma costantemente decentrata, più un pretesto o uno sfondo opprimente che il succo vero del discorso (che rimane sempre il corpo, creta nelle mani del demiurgo).

Snyder, autore in primo luogo visivo, e cioè in grado di pensare per immagini, trasforma la sicurezza dell'interno nella peggiore gabbia possibile per i suoi protagonisti: se nel film originale i personaggi di Romero nel centro commerciale quasi arrivavano a trovare un idillio, un paradiso lontano dall'inferno, in quello del 2004 l'enorme edificio diventa una prigione per i corpi e per le menti.

Tutta la narrazione è incentrata sulla capacità (o meno) dei personaggi di venire a patti con la propria sconfitta personale, il senso di sconforto causato dalla perdita di un caro o dalla deflagrazione di quel determinato evento. Il regista a questi personaggi ci si attacca, li segue ovunque e in qualsiasi situazione, addirittura concepisce il parto di una non-vita e alla fine teorizza una non-fine con dei titoli di coda che sembrano non volersi esaurire, anzi paventano altre avventure, altri luoghi-prigioni, altri generi perfino.
Non casualmente tutta la "parte finale" è ascrivibile al mockumentary, è solo l'ennesimo gioco visivo di un cinema dell'estetica che qui, all'alba, sorge con vibrante arroganza e convincente sicurezza.

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