Everycult: Cop Land di James Mangold

L'Everycult della settimana è dedicato a Cop Land, neo-western scritto e diretto da James Mangold con Sylvester Stallone, Harvey Keitel e Robert De Niro.

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James Mangold ha sempre battuto la strada del western, infondendo con la semplicità del suo tocco quel senso di crepuscolarismo tipico della declinazione moderna del genere. Prima del rigido cinecomic fordiano con Logan, di fare di Christian Bale e Matt Damon due cowboy a cavallo di motori in Le Mans '66 - La Grande Sfida, di cantare i demoni tramite il corpo e il volto di Joaquin Phoenix in Walk the Line o mettere effettivamente in scena il suo far west in Quel treno per Yuma, il cineasta aveva trovato proprio in New York quell'essenza che avrebbe sancito i dogmi del suo cinema.
Nel 1997 Mangold veniva dalla vittoria del Gran Premio della Giuria al Sundance di due anni prima con Dolly's Restaurant. Il suo secondo lungometraggio è uno strano progetto tra il dramma e il thriller poliziesco con un budget di 15 milioni di dollari e un cast composto da Robert De Niro, Harvey Keitel, Ray Liotta e Peter Berg. Con loro un insospettabile Sylvester Stallone nel ruolo della vita (fatta eccezione chiaramente per l'importanza di quello di Rocky e l'icona di Rambo) dietro l'uniforme cachi di uno sceriffo adorabile, restio, dolce e forse sotto sotto anche un po' rosicone. Il film si intitolava Cop Land.

Storia di due città

Ben prima dell'uragano Non è un paese per vecchi dei Fratelli Coen e rifacendosi vagamente a La caccia di Arthur Penn, Mangold aveva già eradicato temi e atmosfere dal genere western per trapiantarli nella contemporaneità. L'idea alla base del film è molto classica: ideali, senso di fedeltà e comunione fra uomini, sodalizi sudati attraverso l'onore del lavoro e il sacrificio. Non c'è niente di più western di questo: Sylvester Stallone è il mito dell'eroe solitario, l'uno contro tutti che combatte grazie al suo senso di giustizia e che sarà in grado di smuovere anche quelli che gli stanno intorno.
In un momento in cui il western classico era stato omaggiato per l'ultima volta (Balla coi lupi di Kevin Costner, 1990) e poi distrutto per sempre (Gli spietati di Clint Eastwood, 1992), e nel quale la fiducia nei confronti del corpo di polizia americano era ai minimi storici (Strange Days di Kathryn Bigelow, 1995), Cop Land instaura un dialogo fra gli uomini in blu portandoli sullo stesso livello della gente comune.
Lo sceriffo Freddy Heflin è un tipo semplice, con sogni infranti e speranze, un amore forse non corrisposto e soprattutto con le ali tarpate dal peso della sudditanza che soffre nei confronti dei potenti. Loro sono gli agenti che lavorano nella Big City al di là del ponte e che rincasano nella tranquilla e piccola cittadina sulla quale lui vigila giorno e notte.
Quella di Cop Land è una storia di due città a confronto, e quindi anche di modi di vivere differenti e di visioni contrastanti.

Chi sorveglia i sorveglianti

Ci sono i poliziotti e poi ci sono gli sbirri, verrà detto a un certo punto: è un'immagine che riassume alla perfezione il senso dell'opera di Mangold. Forse ancora acerba per certi versi ma già evidentemente molto lucida e decisa come primo passo di un percorso artistico.
Il ponte che collega la cittadina di Garrison, New Jersey, alla metropoli New York, e che il personaggio di Stallone guarda al di là della baia è la perfetta sintesi del mondo moderno, fatto di gerarchie. In chiave patriottica il film si discosta anche da quel filone action che aveva riciclato la metafora dell'individualismo a confronto del collettivismo, fondamento del Sogno Americano e quindi della Hollywood Classica, per calarla in una realtà cinematografica che Mangold plasma con caratteri a metà fra il pulp e il post-apocalittico. Il regista tratta ogni elemento del suo mondo con uno sguardo sospeso, quasi trascendente (in questo senso è magistrale la scena della sparatoria finale), mostrandoci un'America che assomiglia soltanto a quella che conosciamo noi, ma nella quale tutto è esagerato e ogni cosa sembra controllata dai poliziotti.

Riguardare Cop Land oggi significa quasi trovarsi di fronte a una sorta di prequel del Watchmen di Damon Lindelof. Appena prima che le forze dell'ordine prendano il controllo totale della società, una realtà di passaggio che non è né impossibile né assolutamente vera. Come se il mondo fosse sull'orlo della fine ma ancora fortemente aggrappato alla vita: ciò che non vuole morire qui è il Far West e la realtà a cui è ancorato è la nostra.
Questo punto di contatto dà forma a una terra di sbirri, anello di congiunzione tra la formula del vecchio modo di fare western e quella per la sua rivisitazione moderna. L'equazione oggi è canonizzata e gli esempi non si contano, ma a Cop Land e a James Mangold bisogna quanto meno dare una pacca sulla spalla per aver innescato la mutazione del DNA di quella porzione di cinema americano.

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