Everycult: Close Up di Abbas Kiarostami

L'Everycult della settimana è dedicato a Close Up, capolavoro indiscusso del cinema iraniano scritto e diretto da Abbas Kiarostami.

Everycult: Close Up di Abbas Kiarostami
INFORMAZIONI FILM
Articolo a cura di

L'arte cinematografica di Abbas Kiarostami è andata in sottrazione fin dall'inizio, è stata un'opera minimalista di riscrittura e ristrutturazione di valori, significati e significanti dell'audiovisivo, una progressiva eliminazione di tutto l'eliminabile dalla messa in scena e dalla rappresentazione.
L'obiettivo, la ricercatezza dell'immagine pura più vicina alla poesia, a una foto o a un dipinto che al cinema, ha portato Kiarostami ad allontanarsi dallo storytelling tradizionale diventando il più grande sperimentatore e innovatore del cinema moderno. Nel corso di una carriera dipanatasi lungo cinque decenni, e soprattutto col più recente avvento del cinema digitale, il cineasta iraniano ha portato avanti un discorso testuale e meta-testuale sia di rottura nei confronti della narrazione, sia di arrendevolezza, nel momento in cui, abbandonate a loro stesse, le immagini del suo cinema hanno iniziato a raccontare in maniera autonoma.
Punto di svolta del percorso artistico del regista è il 1990, l'anno della prima di Close Up (per parafrasare Nanni Moretti). Il film portò Kiarostami a evolvere il suo già estremo stile cinematografico e diede il "la" a una serie di progetti che lo consolidarono come il regista più importante del decennio: questo il titolo con cui fu premiato dalla rivista Film Comment, mentre Jean-Luc Godard lo lodava quale "capitolo finale della storia del cinema" e Close Up veniva salutato come il miglior film iraniano di tutti i tempi.

Fra cinema e realtà

Il presupposto alla base di Close Up non potrebbe essere più complesso e allo stesso tempo immediato, fulminante, irripetibile: nell'autunno del 1989 viene pubblicata sul magazine iraniano Sorush la storia di un crimine alquanto inusuale, quella di un uomo senza un soldo, Hossein Sabzian, che convinse gli Ahankhahs, una famiglia della classe medio-alta di Teheran, di essere il regista Mohsen Makhmalbaf, l'acclamato autore e attivista rivoluzionario che nel 1987 aveva diretto un film di grande successo in Iran, Il ciclista.
Non venne commesso alcun reato, fatta eccezione per una corsa in taxi che Sabzian si era fatto offrire da uno dei figli della famiglia Ahankhahs, il maggiore dei quali era un grande appassionato di cinema e del lavoro del regista Makhmalbaf (che appunto pensava fosse Sabzian).
Il "protagonista" della vicenda si era calato così tanto nella parte da regista che arrivò a proporre ai membri della famiglia dei ruoli nel "suo" prossimo film, che addirittura si offrì di girare nella loro casa qualora avessero accettato.
Gli Ahankhahs iniziarono a insospettirsi quando Sabzian/Makhmalbaf sembrò non essere a conoscenza del fatto che Makhmalbaf aveva vinto un premio al Festival del cinema di Rimini: a quel punto avvertirono le autorità e Hassan Farazmand, reporter della rivista citata in apertura, documentò l'arresto e l'intera storia.

Quando Kiarostami lesse l'articolo di Farazmand bloccò immediatamente i lavori sul film che stava preparando e si buttò con tutte le scarpe nella vicenda. Il regista non solo riuscì a convincere il giudice a farlo entrare nell'aula di tribunale con due cineprese, tramite le quali avrebbe filmato il processo di Sabzian, ma addirittura scritturò tutti i protagonisti della vicenda (impostore, famiglia di creduloni, il giornalista, perfino il collega regista Mohsen Makhmalbaf) per ricostruire gli eventi che avevano portato al processo, inscenando l'intera storia per lui.
Il risultato non è né un documentario né un lungometraggio sceneggiato, ma un'eccezione nella storia del cinema che non ha eguali nella sua contemplativa riflessione sulle iniquità sociali, sull'identità, sulla forza evocativa delle immagini e sulla potenza della Settima arte.

Arte è vita

Confondere significati e significanti delle immagini per Kiarostami diventa una missione della quale Close Up è allo stesso tempo miccia e apoteosi: il regista avrebbe perseguito questo obiettivo per il resto della sua carriera, sia decenni dopo con Copia Conforme e l'ultimo lungometraggio 24 Frames sia negli anni '90.
In tal senso è esemplare il paragone con la trilogia Koker, che non a caso Close Up arriva a spezzare in un prima e dopo: il trittico composto da Dov'è la casa del mio amico?, E la vita continua e Sotto gli ulivi è un'opera unica che a ogni nuovo capitolo aggiunge un diverso strato di realtà (nel successivo scopriamo sempre che il precedente era un film) e Close Up si inserisce dopo il primo, preludendo a quel cortocircuito totale tra testo e immagine che sarebbe arrivato nei due seguenti.

Close up è un film che mescola le attenzioni agli aspetti sociali del cinema neorealista italiano e le rivoluzioni di potenzialità e immaginari della post-modernità tipica della Nouvelle Vague francese, spingendosi però ben oltre quella consapevolezza di "essere cinema" tipica di Godard e gli altri.
L'arte non imita la vita e la vita non imita l'arte, casomai Kiarostami le fonde in un singolo corpo che è lui stesso a dirigere, ingannando tanto lo spettatore quanto i personaggi stessi. E l'imbroglio - il prestigio, lo chiamerebbe Christopher Nolan - è forse il tema centrale di tutto il film: Sabzian imbroglia la famiglia di creduloni, il giornalista imbroglia gli altri fingendo che un caso del genere sia degno di paragoni con Oriana Fallaci e Peter Bogdanovich, il protagonista imbroglia se stesso ovviamente e Kiarostami tutti quanti, convincendoli a recitare per lui.
Perfino il processo documentato dal regista è una pantomima: Kiarostami non si limita a filmare ma pone domande al posto del giudice, decide la data del processo in base ai suoi impegni lavorativi (trasformando di conseguenza un caso giudiziario in un evento cinematografico), addirittura scrive i dialoghi per l'accusato.
Ecco quindi che l'arte non imita più la vita, diventa un vero e proprio fattore in grado di influenzarla e direzionarla, dettarne la regia.

L'abbraccio tra il protagonista e il regista che aveva impersonato, nei minuti finali, sembra reale solo per come Kiarostami ha deciso di filmarlo (da lontano, con fare documentaristico, con finti problemi di audio creati ovviamente in post-produzione) ma in realtà è sempre recitato (Kiarostami coinvolse il collega a comparire nel film).
Anche l'epifania che chiude splendidamente l'opera - dopo che Sabzian e Makhmalbaf si fermano a comprare i fiori e il film conclude una rima interna iniziata con la raccolta nella prima scena - è una sceneggiata. In realtà la famiglia Ahankhahs voleva che il truffatore fosse punito, e lui stesso commentò che probabilmente il lavoro di Kiarostami avesse contribuito a influenzare il giudice durante il processo, portandolo dalla sua parte.
Il concetto di realtà si perde in Abbas Kiarostami, non importa quanto realistica sia la sua messa in scena. Esiste solo il cinema, un'immagine pura che allo stesso tempo sembra artefatta e manipolata, che non deve sottostare alle leggi della vita.
E, ironia della sorte, il film sarebbe stato proiettato in Italia per la prima volta proprio in quel Festival di Rimini che aveva contribuito a smascherare il povero Sabzian: arte che imita la vita o vita che imita l'arte?

Quanto attendi: Close Up

Hype
Hype totali: 0
ND.
nd