Everycult: Barry Lyndon di Stanley Kubrick

L'Everycult della settimana è dedicato a Barry Lyndon, dramma in costume del 1975 scritto e diretto da Stanley Kubrick e interpretato da Ryan O'Neal.

Everycult: Barry Lyndon di Stanley Kubrick
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Di tutti i cineasti americani della pre-New Hollywood e della New Hollywood, Stanley Kubrick è stato quello - insieme forse a Francis Ford Coppola e per certi versi Michael Cimino - che ha saputo lavorare in maniera più intensa, particolare e decisa su una rifondazione generale dell'immagine. Evitando di buttarci a capofitto nel punto di contatto più immediato (il Vietnam de Il cacciatore, quello di Apocalypse Now e ancora la versione di Full Metal Jacket) come i suoi due colleghi anche Kubrick appare in eterno conflitto con gli Stati Uniti e Hollywood, ci lascerà un'opera - intesa come intera filmografia - indissolubilmente legata alla Storia e alla grande letteratura e tutti e tre infonderanno ai propri film forti atmosfere erotiche più o meno latenti.
Tutti, infine, hanno percorso (o rincorso) la propria arte costantemente a cavallo tra il Nuovo e il Vecchio Mondo, sia biograficamente che soprattutto culturalmente: le origini italiane di Coppola e il ruolo che hanno giocato nel suo cinema sono ben note, meno ficcanti lo saranno per Cimino che però migrerà in Europa compiendo il percorso contrario dei suoi antenati mentre Kubrick nel modello statunitense non si inserirà mai del tutto, fino a rinunciarci definitivamente.
A differenza degli altri due colleghi, infatti, Stanley Kubrick non andrà mai incontro ai codici di Hollywood, ma una volta appresi li rinnegherà allo scopo di trasgredirli: e il suo cinema eternamente sperimentale troverà l'assoluta compiutezza proprio nell'Europa di Barry Lyndon.

Il progetto naufragato

Barry Lyndon nella filmografia di Stanley Kubrick si posiziona immediatamente dopo Arancia Meccanica: nei quattro anni che separano i due lungometraggi però c'è un grande vuoto (e Barry Lyndon è un film sul vuoto, in più di un senso) rappresentato dal progetto incompiuto più famoso di tutti i tempi, il biopic su Napoleone.
Kubrick infatti si era finalmente deciso a realizzare il suo film più ambizioso, un'opera epocale sulla vita e le gesta dell'Imperatore francese (per il quale aveva scelto Jack Nicholson come protagonista, ovvero la star con la quale avrebbe lavorato successivamente in Shining) i cui preparativi erano iniziati ai tempi di Odissea nello Spazio (non a caso un'opera che, come vedremo, ha più di un legame con Barry Lyndon) e che, secondo lo stesso autore, sarebbe stato il più grande film mai realizzato.
L'annosa titubanza nei confronti di Napoleone per un regista sempre così adamantino circa le proprie decisioni basta però a testimoniare il grosso nulla di fatto che seguì, poiché per quanto il progetto fosse sempre lì lì per concretizzarsi alla fine venne abbandonato definitivamente.

Esisteva una sceneggiatura, lunghissima, messa insieme attraverso la lettura di oltre 500 biografie sul famoso generale, e c'erano anche i luoghi delle riprese, le 60.000 comparse, i costumi, eppure quando la Metro-Goldwyn-Mayer lesse il copione e le note di produzione, stimò un budget di 40 milioni - che per allora era una cosa fuori da ogni grazia di Dio - e nel giro di un'ora chiamò Kubrick per dargli il benservito. Grazie, ma no grazie.
Se oggi a ricalcare quel progetto ci proveranno Ridley Scott e Joaquin Phoenix con Kitbag, sfruttando il pozzo senza fondo di Apple, allora però Kubrick non si arrese: invece che abbandonare l'ambizione di dire l'ultima parola sul film in costume (e Kubrick ha in un certo senso detto l'ultima parola su tutti i generi che ha sperimentato) "ripiegò" le sue attenzioni sul romanzo picaresco Le memorie di Barry Lyndon, di William Makepeace Thackeray, che la storia di Napoleone, come Kubrick, la toccherà tangenzialmente.
Tutto questo preambolo perché i due progetti non possono essere considerati separatamente, dato che il regista per Barry Lyndon finì col riutilizzare molte delle idee di Napoleone, quasi volendo ottenere una rivincita: le scene a "lume di candela", le ricerche storiche, perfino gli stessi costumi e molte delle scenografie realizzate per l'incompiuto Napoleone divennero l'ossatura di Barry Lyndon.

Un esperimento visivo

Che per girare Barry Lyndon siano state utilizzate delle lenti speciali realizzate originariamente per la NASA è forse - fra i tanti che lo caratterizzano - il dettaglio che più di tutti conferisce al dramma in costume di Stanley Kubrick quell'aura di capolavoro assoluto e irraggiungibile che lo avvolge, che lo distingue, che lo separa da tutto il resto.
Mosso da un'epica eterea e sospesa come la Sarabanda dalla Suite n. 4 in re minore che con le sue note ne accompagna il contemplativo incedere, rappresenta per certi (moltissimi) versi il film kubrickiano definitivo, non tanto in qualità di summa di quei temi dialettici che sono i cardini del suo cinema geniale (la ricerca del potere, il gelo dei sentimenti, la violenza insita nell'uomo, l'implacabilità del tempo sulle questioni mortali) quanto casomai per essere il fondamentale passo verso il perseguimento del grande obiettivo dell'ipertesto dell'autore: la riflessione sullo sguardo, sui modi di vedere e di guardare alla realtà, alla vuotezza di quest'ultima.

Nel corso di tutta la sua lunga carriera Kubrick ha inseguito con fare maniacale e ossessivo un senso di perfezione nella logica compositiva, quella purezza nascosta dietro l'immagine che una volta raggiunta la trasforma in esperienza percettiva svelandone però l'artificio che la allestisce.
Barry Lyndon di questa perfezione ne fa una ragion d'essere proseguendo ed estremizzando la ben nota ed evidente sperimentalità di 2001: Odissea nello Spazio con una più sottile, meno urlata ma ancor più assolutista.
Con Barry Lyndon Kubrick riesce a spingersi addirittura oltre quel viaggio visivo fantascientifico fatto nel '68 per compierne uno non più verso il futuro ("Oltre l'infinito", come si chiudeva lo sci-fi), bensì verso il passato: il 1975 diventa il punto di confluenza della storia delle immagini tutte grazie a Kubrick, che recupera dal secolo che "sta guardando" ogni luce, ogni abito, panorama e dipinto, in un gioco di arte che imita sé stessa imitando la vita.
L'intera opera di Kubrick riflette sulla visione attraverso una messa in scena talmente artificiosa da sollevare quel velo di Maya che avvolge il cinema e la sua ricercatezza del reale: totalmente prostrato di fronte alla pittura settecentesca, Barry Lyndon è l'esperimento visivo per eccellenza tramite il quale un mondo rinasce attraverso le testimonianze che i suoi artisti hanno lasciato ai posteri.
Eppure il suo guardare è vuoto, come l'amore tra Barry e Lady Lyndon, a testimonianza di quella futilità delle gesta degli uomini dinanzi al tempo e all'universo che l'autore ha sempre esorcizzato.

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