Everycult: Avatar di James Cameron

L'Everycult della settimana è Avatar, sci-fi del 2009 scritto, diretto, co-montato e co-prodotto dall'autore canadese James Cameron.

Everycult: Avatar di James Cameron
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"Io ti vedo", la frase simbolo della cultura Na'vi, la razza indigena della luna Pandora al centro di Avatar, il kolossal sci-fi scritto e diretto da James Cameron, non solo rappresenta, racchiude e incarna la filosofia ecologico-panica alla base della grande opera panteista dell'autore canadese, ma sottintende anche quello stato "nuovo" del vedere verso cui il film stesso intende portare lo spettatore, trasformando la visione in un'esperienza.
Arrivato nel 2009 e diventato, per due volte, il film col più grande incasso della storia del cinema, superando con la prima run teatrale Titanic (sempre di James Cameron) e con la seconda distribuzione Avengers: Endgame dei Marvel Studios, Avatar è la sublimazione dell'ipertesto filmico di James Cameron e il coronamento di un discorso portato avanti da sempre, tanto nei film narrativi quanto nei documentari, sia attraverso le proprie regie (come abbiamo visto nell'Everycult su Terminator 2 e nell'Everycult su Aliens) sia tramite le sceneggiature firmate ma dirette da altri (Strange Days di Kathryn Bigelow ma anche Alita: Angelo della battaglia di Robert Rodriguez).
In occasione dell'uscita del trailer di Avatar: Frontiers of Pandora, il nuovo videogame Ubisoft che arriverà nel 2022 per cavalcare l'onda delle aspettative che avvolgono l'uscita di Avatar 2, vogliamo rivivere insieme a voi Avatar di James Cameron e analizzarlo in relazione alla carriera di uno dei più visionari e sperimentali registi degli ultimi trent'anni.

Nuovi mondi e nuovi corpi

Candidato a 9 premi Oscar, tra cui miglior regia e miglior film, Avatar è ambientato nell'anno 2154 su Pandora, una delle quattro lune del pianeta Polifemo: è qui che la compagnia interplanetaria terrestre RDA ha deciso di stabilirsi per ottenere il monopolio sui giacimenti di unobtainium, un preziosissimo minerale che sul mondo primordiale di Pandora, quasi idilliaco nel suo essere ricoperto di foreste pluviali a perdita d'occhio, oceani interminabili e montagne fluttuanti, non ha alcun valore per i pacifici nativi del popolo Na'vi.
L'atmosfera di Pandora però è tossica per gli esseri umani, che possono muoversi sulla sua superficie solo con appositi esoscheletri (un must per il cinema cameroniano) o con maschere per l'ossigeno.
Ed è proprio per superare questo ostacolo non da poco che gli scienziati hanno creato gli Avatar, corpi sintetici generati grazie alla fusione del DNA umano con quello Na'vi e che possono essere controllati a distanza con una speciale capsula tecnologica in più di un senso alimentata oniricamente (sarà un tema fondamentale del film, cui Cameron non a caso dedica la primissima battuta nel prologo).

Il protagonista, il soldato Jake Sully (Sam Worthington), viene convocato su Pandora nonostante il suo handicap (non possiede l'utilizzo degli arti inferiori ed è costretto su una sedia a rotelle) perché, grazie al suo corredo genetico, può "ereditare" l'Avatar realizzato per suo fratello gemello, un uomo di scienza che ha perso recentemente la vita.
La tematica identitaria del doppio (altro fil rouge essenziale che lega insieme la narrazione) si riverbera poi nel dualismo rappresentato dal colonnello Quaritch (Stephen Lang) e dalla dottoressa Grace Augustine (Sigourney Weaver), le facce di una medaglia (l'umanità) eternamente divisa tra uno spirito di conquista imperialista e una voglia di scoperta non solo scientifica, ma soprattutto spirituale.
La già difficile situazione del nostro eroe, diviso a metà non solo tra i suoi doveri militari e il suo animo nobile ma soprattutto tra il suo debole corpo umano e quello alieno e potenziato dell'Avatar, si complicherà ulteriormente quando, giunto tra i Na'vi, inizierà a comprendere la filosofia che regola la vita della tribù degli Omaticaya, dove scoprirà anche l'amore di Neytiri (Zoe Saldana), principessa del popolo Na'vi.

Nuovi modi per guardare

Il cinema di James Cameron ha sempre concepito la macchina come subordinata all'uomo: la tecnologia è uno strumento fedelissimo tramite il quale l'essere umano può arrivare a compiere grandi imprese o piccoli gesti altrimenti impossibili, e l'avvicendarsi del biologico e del tecnologico appare come sintomo naturale dell'evoluzione.
Da Aliens a Terminator 2, da Alita a Strange Days e The Abyss, parti fondamentali dell'esistenza (più o meno quotidiana) dell'uomo mortale vengono affidate alla tecnologia, e nell'ipertesto della sua opera si può rintracciare una graduale sostituzione del corpo-carne in favore di un corpo-altro, simbolo definitivo - quest'ultimo - dell'impossibilità della società contemporanea di vivere al di fuori della tecnologia e della necessità di progredire al pari di essa.
Una comunione uomo-macchina che James Cameron quasi si auspica, sicuramente sogna e costantemente rappresenta, e che in Avatar si concretizza nell'abbandono definitivo del corpo umano (debole, rachitico e per metà paralizzato) in favore di un miracolo bioingegneristico che non replica l'umano ma addirittura va oltre.

Con Avatar James Cameron sembra dirci che per imparare a vedere di nuovo bisogna farlo con occhi diversi, bisogna abbandonare tutto quello che abbiamo guardato prima e perfino il mezzo usato per guardarlo fino a quel punto. E infatti oltre la favola moralista pre-Greta Thunberg e post-Balla coi lupi, il film offre molto di più.
Per un cinema così appassionatamente tecnologico - come si sono evoluti i suoi personaggi, così si sono evoluti i mezzi cinematografici e ingegneristici che James Cameron ha impiegato per raccontarli nel corso degli anni - Avatar è un punto d'arrivo epocale che fa della ricerca di un nuovo sguardo la sua missione dentro e fuori il grande schermo.
L'inedito punto di vista sperimentato da Jake Sully diventa lo stesso dello spettatore, l'implementazione del 3D conferisce un corpo digitale tangibile al supercampo audiovisivo teorizzato da Michel Chion e le possibilità offerte dal "nuovo vedere" diventano vaste quanto può esserlo la fantasia dell'autore.

L'emblematica frase "Io ti vedo", sulla quale il film non a caso pone un forte e più volte ribadito accento, va vista come il punto di arrivo di un cinema che è riuscito a superare la trasformazione del corpo umano per spingersi verso una rappresentazione del sensoriale, del vedere e del sentire, una rappresentazione però non astratta bensì fisica.
Tutto questo Avatar lo riassume magnificamente con la sua iconica immagine finale, fatta di musica e di occhi che si schiudono e che sembrano finalmente vedere per la prima volta.
E il grosso equivoco alla base delle "accuse" mosse alla sua poca originalità narrativa sembrerebbe essere proprio questo: il punto in Avatar non è mai vedere qualcosa di nuovo ma di vederlo in un nuovo modo.

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