Everycult: l'Alien del 1979 firmato da Ridley Scott

Per festeggiare l'Alien Day 2019, l'Everycult della settimana è dedicata al film originale della saga, uscito nel 1979 per la regia di Ridley Scott.

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Alle fine degli anni '70 quella di Ridley Scott era considerata una delle menti più brillanti e promettenti del panorama cinematografico occidentale: il successo del suo film d'esordio, I Duellanti del 1977, aveva fatto assaggiare un boccone della sua prelibata visione ai palati più raffinati ed esigenti del mondo del cinema (quelli del Festival di Cannes, dove il lungometraggio era stato presentato in anteprima mondiale), che avevano gradito al punto da premiare l'autore per la miglior opera prima.
Al giovane regista di South Shields, Inghilterra, si erano spalancate le porte di Hollywood: lui ci si sarebbe infilato di prepotenza, dando vita a una carriera longeva e prolifica quanto quella dell'amico-rivale Steven Spielberg, che proprio in quegli anni con Lo Squalo prima e Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo poi si preparava a fare lo stesso.

Anche Scott, come Spielberg, optò per la fantascienza per il suo secondo lungo, ripescando un copione che lo sceneggiatore Dan O'Bannon aveva iniziato a scrivere anni prima, e che cercava di completare dai tempi dell'università. Farcito di elementi del cinema di genere (che andavano da La Cosa Da Un Altro Mondo di Howard Hawks a Terrore Nello Spazio di Mario Bava, passando per molte delle idee scartate dall'incompiuto Dune di Alejandro Jodorowski), il copione attirò l'attenzione del regista, che stava cercando qualcosa di diametralmente opposto rispetto a I Duellanti, che però gli permettesse di portare avanti non solo le sue idee ma anche le proprie convinzioni filosofiche e sociali.

Così dalla Francia di Napoleone, Scott finì nel 2122, nello spazio profondo, a bordo dell'astronave Nostromo. Il nome è ispirato all'omonimo romanzo di Joseph Conrad (1902), autore del racconto cui Scott si era ispirato per la realizzazione de I Duellanti: questa scelta programmatica fungeva da trait d'union fra le due opere, con Ridley Scott che in Alien porta avanti le sue riflessioni sulla natura imperialista dell'uomo accostandole questa volta alla fantascienza e all'horror.
In occasione dell'Alien Day 2019, che si celebra ogni anno il 26 aprile, la rubrica Everycult omaggia il capolavoro con Sigourney Weaver provando ad analizzarlo da un punto di vista spesso trascurato.

Nello spazio nessuno può sentirti urlare

Molto più di un complesso esercizio grafico di horror minimalista, Alien è entrato nella storia del cinema senza chiedere il permesso, radicandosi nella coscienza culturale del mondo intero a colpi di sequel, prequel, film crossover, serie a fumetti e videogiochi, quasi avvinghiandosi al volto del pubblico al fine di infettare irrimediabilmente chiunque posasse i propri occhi su di lui: una campagna di conquista commerciale che ha trasformato immediatamente l'opera cinematografica di Scott non solo nell'oggetto di culto di ogni buon cinefilo ma anche, e soprattutto, in un brand noto a chiunque e da chiunque riconoscibile.
La notorietà senza limiti fa parte del gioco di Hollywood ma diventa quasi paradossale nel caso di Alien, un film che - tra allusioni sessuali e rimandi allo slasher - fa del suo scopo primario una critica raffinata e primordiale all'espansionismo colonialista e alla macchina industriale delle corporazioni.

Imbottito di lezioni di cinema in ogni singola sequenza - non si contano i raccordi ambientali, c'è poi un uso geniale della falsa soggettiva e dello schema dell'anticipazione, della camera e dei suoi movimenti, che variano da manuali a carrellate a precedere e laterali - il film aggiunge alla sua ineguagliabile forma una sostanza ugualmente pregna e forte dal punto di vista concettuale: la Nostromo è la versione futurista dei velieri dei conquistadores, una nave coloniale che naviga nel mare nero e vuoto dell'universo alla ricerca di mondi da depredare, dai quali attingere nuove e possibilmente inedite risorse minerarie.

Nel film c'è un non detto incredibile e assolutamente geniale, che serve, senza mai doverci mostrare il pianeta Terra, a sottintendere quanto la razza umana, nonostante l'incredibile evoluzione in termini tecnologici, sia rimasta nichilisticamente identica, da un punto di vista umanista, a quella del 1500.
Nella missione spaziale della Nostromo e del suo risicato equipaggio risiede un assunto basilare ma infinito, ossia l'arroganza con la quale gli esseri umani credono istintivamente di essere superiori a qualsiasi tipo di forma di vita, terrestre e non.

In Avatar di James Cameron l'umanità sarebbe partita alla volta di Pandora dopo aver sperperato le risorse naturali della Terra, e anche se in Alien non ci è dato sapere cosa ne sia stato del nostro pianeta (qualcosa da salvare deve essere rimasto, se la missione principale dei protagonisti è quella di evitare che l'alieno possa mettere piede sulla Terra) è evidente che la situazione non dev'essere delle migliori: l'uomo, nella sua infinita ricerca di emulazione del potere di Dio (concetto che Scott avrebbe ampliato in Blade Runner e ripreso in Prometheus), ha provato a imitare la creazione della vita (la Weyland-Yutani e suoi androidi) e adesso vuole trovarne altre, di cui non è responsabile e che per questo vuole controllare.

Come nazione imperialista l'America è definita dal suo bisogno di conquistare, di espandersi, di scoprire, di rivendicare: che sia la Luna di First Man di Damien Chazelle o la galassia irraggiungibile di Interstellar di Christopher Nolan, la brama per il destino manifesto non conosce limiti.
Alien prova a stabilire quel limite, fornendoci una storia ammonitrice su ciò che accade quando il bisogno dell'uomo di sondare, di esaminare, di assoggettare supera le nostre possibilità e sfugge al nostro controllo: in un ribaltamento della visione preda-cacciatore stabilita dal film, potremmo quasi sostenere che lo xenomorfo stia semplicemente difendendo il proprio habitat dall'assalto degli invasori.
Quasi a dire che gli alieni siamo noi.


Di donne e di madri

Se Mad Max: Fury Road si concludeva suggerendo l'esistenza di una società "al femminile" perfettamente funzionante, al contrario di quella patriarcale che schiavizza il popolo tenendolo lontano dall'acqua e costringendolo letteralmente a un piano gerarchico inferiore, Alien ha messo la donna al centro dell'universo.
Un ateo come Ridley Scott è naturalmente affascinato dal concetto di creazione, ed è soprattutto questo suo interesse a spingerlo - in Alien - a declinare ogni cosa al femminile: dal computer di bordo, che non è più il maschile Hal-9000 di Odissea Nello Spazio di Stanley Kubrick ma l'intelligenza artificiale "Madre", alle uova che danno origine alla forma primordiale dello xenomorfo, i cosiddetti facehugger (dalla forma evidentemente ispirata alle tube di Falloppio), che rovesciano completamente le funzioni biologiche di maschio e femmina ingravidando il primo, danno il là alla scena di parto più originale e terrificante della storia del cinema.

Oggi, con la scena della morte di John Hurt considerata fra le più famose e sconvolgenti di sempre, è forse difficile provare a immaginare la sensazione di chi, seduto nel buio di una sala cinematografica, si ritrovava ad assistere alla sequenza per la prima volta; strano anche pensare al personaggio di Ellen Ripley, oggi eroina femminista presente nell'immaginario collettivo ma che all'epoca non era neppure associata al ruolo di protagonista.
Nel più classico dei meccanismi hitchcockiani mutuati da Psycho, una sorta di antenato dello slasher di diciannove anni più vecchio, Scott sovverte le aspettative del pubblico trasformando in personaggio principale quello apparentemente più debole, che nel processo arriva a vantare una forza drammaturgica ineguagliabile: è Ripley l'emblema di Alien, perfino più dello stesso xenomorfo, rappresentando in tutto e per tutto il sistematico ribaltamento del ruolo maschio-femmina.

Il cortocircuito è figlio della genialità di Scott, che ha affidato a una donna (Sigourney Weaver) un ruolo che in fase di sceneggiatore O'Bannon aveva scritto per un uomo: ecco perché Ripley vanta quella forza, quella determinazione, quel coraggio, perché O'Bannon lo considerava un lui, non una lei.
La grandezza di Alien (e di Scott) è anche questa: l'aver infuso a un personaggio femminile i vezzi e le caratteristiche di un personaggio maschile, abbattendo in maniera del tutto pionieristica ogni distinzione di genere.

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