Zlatan Recensione: il biopic per capire chi è veramente Ibrahimovic

Tratto dall'autobiografia del calciatore svedese, Zlatan, senza essere un capolavoro, è un film onesto e coerente.

Zlatan Recensione: il biopic per capire chi è veramente Ibrahimovic
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Nessuno come Zlatan Ibrahimovic. Almeno così la pensa lui, ma è innegabile che pure ora, sul finire della sua carriera che lo vede indossare la maglia del Milan, il gigante svedese sia un personaggio unico nel suo genere. Di base, indicarlo come il mattatore del pallone è tutto fuorché un errore: Zlatan è incontentabile, incontrollabile, brutalmente schietto e senza alcuna remora.

Su di lui sono stati fatti numerosi documentari, ma ora con questo Zlatan, tratto dalla sua autobiografia che fece sensazione, c'è da giurare che di certo saranno parecchi quelli che vi vedranno l'ennesima prova del suo narcisismo, del suo fanatico tentativo di essere al centro dell'attenzione. Eppure, questo è un biopic molto diverso da quello che ci si poteva aspettare.

Zlatan: la riscossa di un ragazzo del ghetto

Sole sui tetti dei palazzi in costruzione, solo che batte su un campo di pallone. In realtà nei Paesi Bassi di sole non ce n'è molto, e quello che si vede all'inizio di Zlatan non è un campo di pallone qualsiasi, quella è l'Amsterdam Arena (oggi Johan Cruijff Arena), dove sono di casa i lancieri di Amsterdam. L'anno è il 2001 e su quel prato verde c'è uno spilungone svedese arrivato da poco dal Malmö FF, il più costoso acquisto della storia dell'Ajax, che però fino a quel momento si è rivelato un'autentica delusione, venendo etichettato dalla stampa come un bidone, se non addirittura come un "immigrato svogliato" che non combinerà mai nulla.

Per Zlatan Ibrahimovic non è un momento esaltante, glielo fa capire anche il suo agente, Mino Raiola, che lo rimprovera, lo accusa di essersi lasciato andare, di sentirsi arrivato e di non capire che quella maglia per lui è il punto di partenza. Comincia così Zlatan, film diretto da Jens Sjögren, tratto da "Io, Ibra" che rimane una della autobiografie calcistiche più vendute di tutti i tempi, il libro confessione con cui il grande attaccante ha parlato senza filtri e senza mezzi termini della sua vita, di quel pallone e di cosa significa per lui.

Si tratta di un rapporto meno intimo di quello che molti si potrebbero aspettare con il concetto di gloria e sogno, ma più connesso al riscatto, al farci capire come e dove sia nato questo ragazzo capace di essere crogiolo unico di fragilità e forza. Di certo non mancano sorprese nell'approccio scelto da Sjögren. Zlatan infatti non ci guida attraverso un iter fatto di medaglie dorate, di quando arrivato alla Juventus il ragazzo di origini bosniaco-croate costrinse con le sue doti Fabio Capello a fargli spazio ai danni di Del Piero. Non vediamo i trofei vinti a Torino e poi all'Inter, il complicato anno al Barcellona, la doppia avventura milanista o i rimpianti con la maglia della Nazionale, la maledizione della Champions mai agguantata.

Un racconto privo di epica e retorica

A farla da padrone è invece il periodo iniziale della sua vita, che ha il doppio volto di Dominic Bajraktari Andersson (Ibra da bambino) e di Granit Rushiti (Ibra da adolescente e poi ventenne), entrambi convincenti e ispirati, a dispetto di una non particolare somiglianza con il vero Ibrahimovic. Sjögren non sceglie la prevedibilità e si tiene distante dall'agiografia che aveva fatto del biopic su Pelé un'enorme delusione cinematografica (qui la nostra recensione di Pelé).

Il suo Zlatan non è glorioso o patinato come invece fu Race - Il Colore della Vittoria (che vi raccontavamo nella nostra recensione di Race). Qui abbiamo un racconto intimo, spartano, dove, più che il pallone, protagonista è la dimensione esistenziale di un ragazzo cresciuto nella periferia degradata che la Svezia mostra raramente agli occhi del mondo. Lì Ibra ha conosciuto solo povertà, il razzismo sempre vivo in un paese che ancora oggi ha un rapporto conflittuale con le minoranze, l'emarginazione da parte dei coetanei, dei compagni di squadra.

Tutto questo ci viene mostrato come benzina per la sua anima, come carburante per un'insofferenza che spesso rischia di travolgerlo. Ciò che vi è di più prezioso nel film è il fatto che farà forse comprendere a molti il perché Ibrahimovic abbia la personalità che ha, quel mix di rudezza, ambizione, di irriverenza e individualismo sfrenato che lo rendono ancora oggi amato e detestato in egual misura. Tutto è nato lì, tra le mura domestiche in cui il padre Sefik (un bravissimo Cedomir Glisovic) continua a ripetergli ogni giorno come sopravvivere al suo dolore, al sentirsi un paria: "Pensi di essere il migliore? Dimostralo".

La doppia faccia di un idolo sportivo

Ecco dov'è nato il vero Zlatan, nella consapevolezza per lui innegabile che il calcio è uno sport individuale mascherato da sport di squadra. Il rapporto con il padre è senza ombra di dubbio la cosa migliore del film, ed è un racconto tormentato, fatto più di assenza che di presenza. Sarà questa crepa poi l'origine delle tendenze più autodistruttive del giovane Zlatan, ma anche il motore di una visione della vita dominata dal concetto di sacrificio, di determinazione quasi ferale nel diventare un asso del pallone.

Lo vediamo sovente inciampare, commettere errori, chiudersi in se stesso e disprezzare apertamente i compagni di squadra che arriveranno anche a firmare una petizione per averlo fuori rosa. Come un McEnroe, anche Zlatan cerca l'ostilità per rendere al meglio, senza però mai rinunciare la perfezionismo. Da certi punti di vista appare quasi un ibrido tra i due protagonisti di Borg McEnroe (qui la nostra recensione di Borg McEnroe).

Al netto di tutto questo però, Zlatan ha diversi difetti; su tutti la regia un po' fredda, un ritmo e una narrazione troppo scolastici, che da metà in poi rendono l'insieme davvero prevedibile e povero di emozioni. Fare un Rocky Balboa del pallone non era augurabile, ma la vita di Ibra, in particolare come diventò il trascinatore all'Ajax, di una squadra in cui più della metà dei compagni lo detestava, meritavano forse un approccio diverso o perlomeno più varietà.

Tuttavia, non si può negare che in quanto film di formazione giovanile Zlatan centri il bersaglio, riuscendo a farci comprendere come quel ragazzo solo, dedito a piccoli furti e alle prese con una famiglia disfunzionale, sia diventato l'artefice del proprio destino in un modo che ha pochi pari nella storia del calcio.

I am Zlatan Zlatan è un biopic sicuramente efficace nel farci comprendere la natura umana, la vita tormentata di Ibrahimovic, da dove provenga la sua grande forza interiore e quella rabbia che non ha mai rinnegato. Tuttavia, nel suo incedere il film di Jens Sjögren perde via via sempre più energia, si accontenta di proporre una mera didascalica cronaca degli eventi, rinunciando alla forza espressiva e all'audacia di una narrazione meno canonica. Rimane comunque un buon prodotto, se paragonato a tanti recenti esempi biografici sportivi.

6

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