Recensione Zeta

Alex è un giovane pescivendolo della periferia romana che passa il tempo con gli amici Marco e Gaia, fino al giorno in cui ha una chance: diventa Zeta e sale in vetta alle classifiche di un rap sempre più pop... ma ad un caro prezzo.

recensione Zeta
Articolo a cura di
Luca Chiappini Luca Chiappini è un divoratore del web, studioso e appassionato di cinema e serie tv, di tecnologia e in generale di tutto ciò che è nerd. Ama viaggiare il mondo attraverso i festival: è stato in giuria della sezione Classici al festival di Venezia nel 2013 e, fra gli altri, è stato ai festival di Tokyo, Berlino e Cannes. E’ anche videomaker e programmatore di siti web, a tempo perso. Cercatelo su Facebook, Twitter, Google+ e LinkedIn.

In principio era il verbo. Poi il verbo divenne rap, almeno a giudicare dalla crescita vertiginosa che si registra giorno dopo giorno. Era solo questione di tempo, e oggi quel giorno è (giustamente) arrivato: il rap diventa materia prima per un film di formazione, chiave di un racconto adolescenziale ambientato nella desolata periferia romana con protagonisti animati dal desiderio di sfondare e avere successo con la musica. A sugellare il progetto è Cosimo Alemà, al suo terzo film dopo una lunga palestra fatta di videoclip musicali. E una lunga serie di rapper italiani, più o meno famosi e con ruoli più o meno consistenti nel film, come Salvatore Esposito, Fedez e Clementino, J-Ax e Salmo, Rocco Hunt e Noyz Narcos. Ma la scena è tutta dedicata a un giovane terzetto: l'emergente Diego Germini, Irene Vetere e, unico attore di professione fra i tre, Jacopo Olmo Antinori (vi ricorderete di Io e te, probabilmente). La serata della prima, con il red carpet affollato di volti del rap provenienti da tutta Italia, l'eccitazione era palpabile. E nascondeva qualche speranza: l'idea di un film generazionale con il grido di protesta giovanile cantato attraverso il rap, ambientato alle porte di Roma, era un'ottima idea. Degna di un Pasolini odierno, che mette il rap anziché il twist nelle periferie della Capitale. Per questo motivo la delusione è stata ancora più cocente.

MAMMA ROMA

Alex (Diego Germini, rapper anche nella vita) è un ragazzo della periferia romana. Diabetico, senza la madre e costretto a lavorare come pescivendolo per il padre, ha solo due gioie nella vita: il rap e i suoi migliori amici, Gaia (Irene Vetere) e Marco (Jacopo Olmo Antinori), con cui ha messo in piedi un duo e sta disperatamente cercando di farsi conoscere. I rapporti fra i tre sono destinati a guastarsi molto in fretta a causa di un triangolo amoroso con Gaia al vertice, ma soprattutto a causa di un accordo musicale con alcuni importanti produttori. Un aut aut a cui Alex risponde salendo sul treno in corsa e lasciando a terra l'amico Marco. Ora il suo nome è Zeta, ma la sfida è appena cominciata e la strada ancora lunga: Alex/Zeta è entrato nella gabbia dei leoni, un mondo difficile fatto di rivalità, gelosie e rancori, dove il rapporto umano si sbriciola sotto le logiche produttive e la divinità del denaro. Il film diventa un rollercoaster spericolato fra le stalle e le stelle, tra la periferia fatta di case popolari, mercato rionale e gruppi di spacciatori che sembrano usciti da End of Watch, e il mondo della fama, fatto di attici, produttori "cannibali", strisce di cocaina e impietosa competizione.

C'ERA UNA SPERANZA

Più o meno dall'inizio fino alla scena conclusiva, il film è una sequela di luoghi comuni e stereotipi, tutti così rigidamente rispettati che a tratti si potrebbe pensare a un'autoironia. Solo che non lo è. Il film tenta di raccontare un disagio: quella di una generazione allo sbando, lasciata a se stessa, con una difficile situazione familiare e personale. Alex è costretto ad una vita routinaria e solo la passione per la musica è l'antidoto al malessere di tutti i giorni. Ma il film risulta in definitiva vuoto, perché "svende" il tema di partenza ad una serie di banalità e scontatezze. Diventa un guscio vuoto. Primo grande errore: il voice-over del protagonista Alex, con vuote frasi ad effetto, di quelle che neanche Jason Statham o Sylvester Stallone nei film più commerciali. Non solo non c'era bisogno di quelle frasi, ma non c'era nemmeno bisogno di voice over: il film sarebbe stato molto più potente se lasciato libero di scorrere. Le dinamiche sentimentali fra i protagonisti, così come l'ascesa e le sfide della "società dello spettacolo" sono tutte telefonate. I twist e i finali non sono una sorpresa per nessuno. Ma la gravità sta nel concetto: il rap dovrebbe essere una rabbiosa ribellione alle regole imposte, alla società, e diventa invece nel film un mezzo qualsiasi da sacrificare sull'altare del successo e del denaro. Poteva rappresentare la chiave per esprimere la ribellione di una generazione di giovani, di periferie abbandonate a se stesse, invece la pellicola sembra tendere a quella società che denuncia e condanna. Un cortocircuito di contraddizioni di cui si salvano pochi passaggi: la "battle" fra i rapper, i momenti più improvvisati fra i tre protagonisti (due scene su tutti: il palazzo vuoto vuoto e abbandonato delle speculazioni edilizie che diventa il punto di ritrovo, e la scena di Alex e Gaia che ballano bevendo vino) e quell'unico punto in comune fra i due mondi in cui gravita Alex/Zeta, ossia la cocaina.

Zeta Chi scrive ne era seriamente convinto: la materia di partenza avrebbe potuto davvero rappresentare una svolta. Zeta avrebbe potuto essere la rivisitazione odierna di Mamma Roma, forse un po’ troppo ottimisticamente, o comunque ascriversi al filone di film come Quadrophenia e 8 mile. Ma il rap non diventa un grido di denuncia, piuttosto è relegato a merce di scambio, ad una svendita puramente commerciale. Le idee buone di base c’erano, l’impressione è che gli autori abbiano avuto timore di rischiare troppo: avrebbero solo dovuto essere più autentici e sinceri, raccontare qualcosa di reale, anziché cercare conferme nei cliché di un cinema visto e stravisto. Peccato.

5

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