Venezia 70

Recensione Yurusarezaru Mono - Unforgiven

Ken Watanabe in un godibile remake del classico di Eastwood, Gli spietati

recensione Yurusarezaru Mono - Unforgiven
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L'eterna amichevole di Tennis oriente-occidente sul polveroso, ma leggendario terreno del western vede ora un nuovo “set” con l'avvento dell'ennesimo remake di un classico. Da Yojimbo e I Sette Samurai divenuti i leggendari Per un pugno di dollari e I magnifici sette, passando per opere più recenti come Sukiyaki Western Django, il western è sopravvissuto tramite l'incontro, la mediazione e l'emulazione tra attori e registi italiani, americani e giapponesi, fino ad arrivare, oggi, a questo Yurusarezaru Mono, presentato col titolo internazionale di Unforgiven, ovvero lo stesso dell'originale pellicola del 1992 con la quale Clint Eastwood vinse quattro Premi Oscar e un'infinità di altri riconoscimenti. Stiamo parlando, per i meno avvezzi al genere, de Gli Spietati, uno dei film più amati del glaciale cineasta di San Francisco, che lo vedeva protagonista insieme a Gene Hackman e Morgan Freeman in un dramma polveroso e decadente in cui un pistolero doveva venire a patti con la propria coscienza per elargire una “sana” dose di giustizia terrena.

Kamata l'imperdonabile

Un western duro, violento e pieno di personaggi dalla mentalità ambigua, tormentati dai fantasmi del passato e da un futuro ancora più denso di ombre. Il film di Lee Sang-il si propone come un remake piuttosto pedissequo dell'originale, per quanto riguarda la sceneggiatura, anche se con le dovute differenze relative al setting, all'ambientazione. L'azione, sebbene ambientata nello stesso anno della pellicola di Eastwood (1880) ci trasporta dalla frontiera orientale americana al profondo nord del Giappone post-feudale: dopo il crollo dello shogunato e la decadenza della casta dei samurai, molti fuorilegge vivono in territori di confine, braccati dalle truppe imperiali.

In Hokkaido, Jubei Kamata (Ken Watanabe) porta avanti una vita di stenti cercando di far crescere, seppur nell'indigenza, i suoi due figli. Rimasto solo dopo la morte della moglie, gli rimangono unicamente due cose: la sua progenie e una serie infinita di rimorsi di coscienza per un passato turbolento e pieno di spargimenti di sangue, in cui era più temuto che rispettato. Appesa la katana al chiodo da ormai dieci anni, a Jubei viene proposta un'ultima scorribanda come cacciatore di teste, che potrebbe assicurargli i soldi necessari per garantire la sopravvivenza della sua prole. Riluttante, lo stanco e cinico guerriero si mette in viaggio insieme a un vecchio amico e a un giovane ambizioso, per fronteggiare la battaglia della sua vita...

Non è un paese per samurai

“La mia idea è quella di creare film con cui le persone possano relazionarsi: persone che nutrono dubbi e si fanno portatrici di redenzione, sforzandosi di essere nel giusto, anziché persone che insistono di aver ragione senza alcun dubbio.” afferma Lee Sang-il, ed effettivamente accostarsi ad un'opera come Gli spietati senza mettere in conto l'adeguata dose di patemi d'animo e dilemmi morali, crisi di coscienza ma anche rocciose prese di posizione, sarebbe stato l'anticamera del disastro. L'idea, invece, si adatta bene al racconto di un ronin che ha messo da parte la spada per tentare di vivere una vita “normale” che non si basi sulla prevaricazione dell'altro, ma che accetta un'ultima missione per fare giustizia in nome degli innocenti. Il film vanta un cast di tutto rispetto (oltre al mitico Watanabe, ben conosciuto in occidente grazie a Inception, Batman Begins, L'ultimo samurai) abbiamo nomi ben noti agli appassionati di cinema orientale, come Koichi Sato, Akira Emoto e Yuya Yagira, oltre al sempre rimarchevole Jun Kunimura (presente a Venezia anche con un altro film, il divertente Why don't you play in Hell? di Sion Sono).

Curioso per Watanabe tornare all'epoca Meiji dieci anni dopo L'ultimo samurai, ma in un ruolo e in un contesto decisamente diverso: se nel film con Tom Cruise era un samurai onorato che fronteggiava la fine di un'epoca, qui è un ronin che ha, apparentemente, perso l'anima in un ambientazione ben distante da quelle che vediamo solitamente nei film giapponesi. L'Hokkaido è una terra di frontiera, aspra, gelida, con un sottobosco culturale intimamente diverso da quello tardo-nipponico, dove gli indigeni Ainu, alla stregua dei “pellerossa” americani sono i padroni scacciati e derisi dalle baionette (vere e ideologiche) di un Impero che va affermandosi tra ingenuità e arroganza.

Yurusarezaru Mono - Unforgiven Appare quasi superfluo dire che, nel confronto, il remake perde. Eppure, visto come western in sé e per sé, calato nella tematica e nell'inusuale contesto dell'Hokkaido del periodo Meiji, assume un retrogusto nuovo, interessante, comunque intenso, grazie anche al prezioso apporto degli interpreti, alle musiche, all'algida fotografia, all'epicità intrinseca della vicenda. Sicuramente meritevole di visione.

7.5

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