Recensione Yes Man

Jim Carrey di nuovo alle prese con la forza di volontà e di cambiamento

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Articolo a cura di

Bentornato Jim

Tra gli attori di Hollywood, Jim Carrey ha più volte dato prova di essere uno dei maggiori caratteristi degli ultimi vent’anni, dotato di una straordinaria mimica facciale ma anche della capacità di interpretare ruoli di un certo spessore drammatico senza perdere in espressività (come in The Truman Show di Peter Wier o Number 23 di Joel Schumacher).
Yes Man fa parte del filone in cui l’attore canadese riesce meglio in assoluto: le commedie a sfondo satirico/morale come Una settimana da Dio e Bugiardo Bugiardo, di cui questo Yes Man sembra essere una sorta di seguito ideale.

Just say yes!

Ispirato al libro-cronaca “Yes Man” del giornalista satirico e showman Danny Wallace (in cui lo scrittore narra le numerose disavventure vissute nell’anno in cui ha deciso di vivere rispondendo sempre in maniera affermativa alle proposte della gente intorno a lui), Yes Man vede come protagonista Carl Allen (Jim Carrey), un impiegato di banca assolutamente ordinario che tenta in ogni modo di minimizzare i contatti col prossimo. Dopo la separazione dalla moglie Stephanie (Molly Sims) infatti, cade in una spirale di insicurezza e tedio tale che lo porta a passare stancamente, giorno dopo giorno, sera dopo sera, ogni istante di tempo libero sul divano di casa a vedere film in dvd noleggiati al Blockbuster più vicino.
In questo stato di segregazione forzata per paura di essere nuovamente ferito dalla vita e dal prossimo, non si fa problemi a rifiutare anche gli inviti degli amici più cari con scuse assolutamente campate in aria, non accorgendosi di essere entrato in una spirale quasi vegetativa che gli fa perdere non solo la volontà di vivere ma anche ogni possibilità di carriera e di vivere una vita “normale”.
L’incontro del destino non tarda, naturalmente, ad arrivare: un vecchio amico del protagonista, Nick (John Michael Higgins) reincontrato per caso, gli infila in tasca l’opuscolo di una pseudo setta che propugna l’ottimismo come modello di vita e il “sì” come unica risposta possibile alle proposte degli altri. Un riluttante Carl partecipa ad un incontro e viene, a poco a poco, convinto della “bontà” di questo pensiero prima dal guru della setta, Terrence Bundley (uno scintillante Terence Stamp), e poi dal calcolo delle probabilità mischiato ad una serie di coincidenze fortuite: ogni volta che dirà di “sì” a qualcuno, infatti, finirà per succedergli qualcosa di bello; viceversa, il mostrarsi esitanti porterà ad eventi disastrosi. Carl porterà così avanti questa filosofia fino alle estreme conseguenze...

Il trionfo del libero arbitrio

La trama alla base dell’opera in questione è piuttosto semplice, come lo è tutto l’impianto narrativo, basato sul susseguirsi di una notevole serie di gag, nello stile a cui ci hanno abituato i film con Carrey come protagonista. C’è da dire che forse mai come in questo caso però queste si incastrano a perfezione fra loro: a parte un paio, nessuna è fine a se stessa, quanto piuttosto funzionale nell’insieme della vicenda e nell’affermare la morale del film. Appare chiaro infatti l’invito ad uscire dalla passività quotidiana e dalla depressione, male molto comune di questi tempi, e a non farsi scivolare la vita addosso. Ma allo stesso tempo l’esortazione è quella a dire un sì ragionato alla vita, ad una scelta consapevole delle proprie azioni. Una morale che può apparire banale e scontata, ma che invece lo è molto meno di quanto si pensi. Peccato che, vista la natura mainstream del prodotto, il tutto scemi lentamente nel finale, perdendo causticità ed incisività.
Se la trama è ben congegnata e i dialoghi ben realizzati, non da meno è stato il lavoro degli interpreti della pellicola. Passano gli anni, ma la verve di Carrey non cala mai. Niente di nuovo sotto il sole, in verità, ma c’è da dire che non si può volere molto di più in un contesto simile.
Bravo anche il resto del cast: in particolar modo Terence Stamp, che riesce a caratterizzare nonstante le poche scene, la figura del capo di una setta in modo al contempo tristemente realistico, inquietante e grottesco.
Menzione d’onore anche per Rhys Darby, direttore di banca bamboccione e stralunato (la scena dell’Harry Potter party in cosplay che lo vede protagonista è irresistibile!).
Zooey Deschanel invece, coprotagonista femminile della pellicola, è una piacevole sorpresa. Già vista in Guida Galattica per Autostoppisti, Un ponte per Terabithia e L’assassinio di Jessie James per mano del codardo Robert Ford, è abbastanza grintosa, intonata e fotogenica per guadagnare nuovi spazi nel futuro cinema statunitense del genere e crea un'ottima alchimia con Carrey: staremo a vedere cosa le riserverà il futuro.
Dal punto di vista strettamente tecnico, invece, c’è ben poco da segnalare, nel bene o nel male: scenografia, costumi, fotografia, persino la regia di Peyton Reed (sue le commedie Ti odio, ti lascio, ti... e Abbasso l’amore), fanno il loro dovere egregiamente, senza tentare niente di particolarmente innovativo, ma mettendo a segno al contempo qualche piccolo, quasi impercettibile, colpo di classe qua e là.

Yes Man Probabilmente non sarà il film per cui Carrey sarà ricordato dai posteri, eppure Yes Man si lascia vedere davvero molto volentieri. Le risate sono genuine e (quasi) tutte le situazioni da cui derivano abbastanza originali, il plot di base intriga e gli interpreti, capitanati dall’eclettico Jim, tengono in piedi la baracca senza problema alcuno. Oltretutto la sceneggiatura è piuttosto ben coesa, e priva di buchi o deus ex machina troppo evidenti: il lavoro degli sceneggiatori Stoller, Paul e Mogel ha sicuramente dato i suoi frutti. Imperdibile, infine, la satira ai movimenti pseudo religiosi che il film muove, in un periodo in cui mezza Hollywood è infervorata da mille teorie new age di sedicenti guru. Sicuramente, un tocco maggiore di verve politicamente scorretta, avrebbe giovato di certo al film che nel finale diventa troppo conciliante e consolatorio. In ogni caso, resta una commedia briosa certamente da promuovere

7.5

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