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Yara Recensione: il caso di cronaca nera diventa un film Netflix mediocre

Marco Tullio Giordana dirige una stanca riproposizione di una delle vicende che più hanno sconvolto l'opinione pubblica italiana negli ultimi anni.

Yara Recensione: il caso di cronaca nera diventa un film Netflix mediocre
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Yara, che già dalla sua genesi ha generato polemiche destinate a continuare poi con la relativa uscita nelle sale e su Netflix (qui trovate il trailer di Yara), è un film che si ammanta di una certa furbizia di fondo, in quanto la verve scandalistica consente di attirare molta più attenzione di quanta ne avrebbe potuto suscitare una produzione simile, ma di pura finzione. Ed ecco così che uno dei casi di cronaca nera che più hanno sconvolto il nostro Paese nel nuovo millennio si riversa in forma filmica, con tutti i dubbi morali del caso: stiamo parlando dell'omicidio di Yara Gambirasio.

È il novembre 2010 e I telegiornali si appassionano alla vicenda della ragazzina di Brembate scomparsa nel nulla in maniera sempre più morbosa, mentre le indagini brancolano nel buio con la speranza di ritrovarla ancora in vita, mentre ci si concentra su un presunto rapitore/assassino che sembra una sorta di macabra chimera. Il 26 febbraio del 2011 il ritrovamento del corpo senza vita di Yara segna una svolta tragica, e la mancanza di un assassino rischia di mettere le forze dell'ordine sotto una cattiva luce, almeno fino a quando non viene identificato il DNA di colui che sarà conosciuto come Ignoto 1...

Yara: una storia sulla bocca di tutti

Proprio tramite quel DNA si arriverà a formulare le accuse nei confronti di Massimo Bossetti come chiunque ha ormai ben presente, data la risonanza che la vicenda ha avuto per tutti questi anni nei vari media. E proprio questo risulta uno dei principali limiti dell'operazione Netflix; la totale assenza di colpi di scena e il fatto che lo spettatore sappia già tutto ciò che lo attende nell'incedere degli eventi.

Certo, questo può dirsi di tutte quelle pellicole ispirate a storie realmente accadute, ma in questo caso l'impressione è ancora più marcata visto che la cronaca ci ha già sviscerato in ogni singolo dettaglio quanto presumibilmente accaduto. E per di più l'ora e mezza di visione si affida ad un serrato didascalismo che mette in mostra il principale target di riferimento, ossia quella platea televisiva a cui il tutto sembra maggiormente indirizzato (non è un caso che il film sia frutto di una co-produzione Mediaset, sui cui canali verrà presumibilmente trasmesso prossimamente).

Come scavare nel torbido

Un altro evidente errore di approccio è quello di voler addentrarsi nei meandri intimi e privati del nucleo familiare della vittima, una scelta che vorrebbe aumentare l'emotività del racconto ma che finisce per risultare fuori luogo.

Oltretutto i veri genitori di Yara non sono stati contattati dal regista nelle fasi principali della realizzazione, dando adito ad ulteriori polemiche che hanno visto coinvolti anche i legali di Bossetti, che hanno definito la rappresentazione ricca di incongruenze e dettagli poco chiari che non rispecchierebbero la realtà dei fatti. A mancare, sia nelle fasi d'indagine che in quelle processuali che caratterizzano la parte finale, è un effettiva tensione, sia di genere che drammatica. Marco Tullio Giordana dirige senza particolare ispirazione, con una fredda esposizione dei fatti che non trova mai il giusto e necessario trasporto per avvicinare ai personaggi coinvolti. Il cast in questo non aiuta, con Isabella Ragonese che rischia di rendere il pubblico ministero Letizia Luggeri una figura più antipatica che realmente efficace, mentre il resto degli interpreti, a cominciare da Alessio Boni, viene mal sfruttato in ruoli poco incisivi.

Con Yara, disponibile nel catalogo come produzione originale Netflix (leggete qui le uscite Netflix di novembre 2021), Giordana ritenta la carta del cinema civile che tanta fortuna gli diede soprattutto con I Cento Passi (2000) ma sbaglia il tiro, in una narrazione che si rivela drasticamente anonima e incapace di suscitare quella vibrante indignazione della quale un delitto del genere poteva caricarsi in forma cinematografica. Nel tentativo di non uscire fuori dai canoni di una mera cronaca filmica, a mancare è proprio il film.

Yara L'omicidio di Yara Gambirasio e la successiva condanna all'ergastolo di Massimo Bassetti sono al centro del nuovo film di Marco Tullio Giordana, frutto della collaborazione tra Netflix e Mediaset. E proprio nella sua futura destinazione televisiva l'operazione risente dei limiti del piccolo schermo, con una messa in scena priva di guizzi che riporta più o meno fedelmente le fasi salienti della vicenda, con tutte le polemiche del caso - che hanno messo d'accordo sia i genitori della vittima che i legali dello stesso Bossetti. Perché Yara è un film a tratti involontariamente morboso e altrove troppo debole nella sua essenza cinematografica, incapace di suscitare quelle forti emozioni a tema che un caso di questo calibro avrebbe potuto - sempre in forma rispettosa - garantire al pubblico.

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