X-Men - Dark Phoenix, la recensione: la Fenice risorge dalle sue ceneri?

L'ultimo film dell'era mutante in casa Fox convince solo a sufficienza, dimostrandosi un cinecomic drammatico ma senza carattere, privo di epica.

recensione X-Men - Dark Phoenix, la recensione: la Fenice risorge dalle sue ceneri?
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Dopo l'Apocalisse, più nulla. Biblicamente parlando - ma anche esistenzialmente -, nell'ultimo libro del Nuovo Testamento c'è la fine di tutto, la Rivelazione, la conclusione della vita terrena per come noi la conosciamo. Un condottiero delle forze del male, quattro cavalieri e un intero Paradiso di angelici eroi pronto a contrastarlo: in termini di epica religiosa, non si potrebbe chiedere di meglio. Una guerra finale tra le forze della luce e dell'oscurità, l'Apocalisse, che finisce sempre e comunque con la vittoria del bene, almeno in senso spirituale, dopo duri combattimenti e lunghi periodi di riposo e riorganizzazione.
È lunga, ricca di personaggi e avvenimenti, con un messaggio di redenzione profondo, radicato nella storia dell'oppressione romana e parafrasato in ogni medium del mondo dell'intrattenimento praticamente da sempre, anche nel fumetto Marvel, dagli X-Men, e nel penultimo film del ciclo mutante della Fox.
Non un cinecomic perfetto, con un Oscar Isaac fuori posto e un finale d'azione del quale avremmo cambiato molte cose, ma a conti fatti vera e propria Apocalisse dell'Universo Mutante iniziato nel 2000 da Bryan Singer - anche suo ultimo film, tra l'altro, a oggi. L'uscita del titolo dedicato a En Sabah Nur ha infatti piantato la croce sul terreno, anche guardando alla successiva fusione della Fox con la Disney, rivelando inoltre diverse criticità della saga, come un certa stanchezza tematica e un comparto action non così eclatante (togliamo dall'equazione le scene con Quicksilver).

I piani non erano questi ma è così che va il mondo, lo stesso che ha ricacciato dopo pochi mesi dall'annuncio X-Men: Dark Phoenix in un limbo di disinteresse spesso disarmante, rendendolo sul nascere un progetto fallito (in termini produttivi e d'incasso). Capolinea dei mutanti Fox, reboot del Ciclo della Fenice Nera, progetto dannato: Dark Phoenix è tutto questo con spudorata sufficienza, dunque meglio delle aspettative di molti, fastidiosamente virato al drammatico per coprire l'assenza di un buon bilanciamento. Ma spieghiamo tutto in dettaglio.

Il fuoco dentro

La storia inizia a circa dieci anni di distanza dagli eventi di Apocalisse, esattamente nel 1992. Si continua dunque con l'approfondimento dell'ultimo trentennio del ventesimo secolo, quando gli X-Men sono ufficialmente un gruppo di supereroi. Questo perché i loro "servigi" sono richiesti persino dal Presidente degli Stati Uniti, con cui Charles Xavier (un sempre ottimo James McAvoy) ha una linea diretta. Sono insomma finiti i tempi dell'emarginazione e della paura, tanto che anche la gente acclama i mutanti per le loro azioni eroiche, motivo d'orgoglio per il Professor X, divenuto forse un po' troppo incurante dei pericoli che i suoi pupilli sono costretti ad affrontare una missione dopo l'altra.
In questo quadro, si va a inserire la storia di Jean Grey (Sophie Turner), già presentatasi nel film precedente e qui tra le colonne portanti degli X-Men, sicuramente tra le più forti grazie ai suoi strabilianti poteri telepatici. Abbiamo già avuto modo di notare come la sua straordinaria potenza sia riuscita a sconfiggere Apocalisse, mentre l'introduzione di Dark Phoenix ci rivela l'infanzia della ragazza, mettendo i puntini sulle "i" in merito a quale sia l'entità reale della sua ineguagliabile forza.

Lavorando con intenti revisionistici, Simon Kinberg porta gli X-Men nello spazio in soccorso degli astronauti dell'Apollo 13, dispiegando il gruppo mutante in modo coeso e organico, forse in uno dei migliori utilizzi dei poteri "in squadra" dell'intero franchise.
L'inizio fa davvero ben sperare: c'è dramma, ironia, azione e la regia dell'esordiente Kinberg persino centrata. Sono una ventina di minuti che scorrono meravigliosamente, scritti molto bene e messi in scena con un senso del ritmo e dei toni decisamente bilanciato, tutti motivi che rendono ancora più doloroso entrare nell'estenuante e cinematograficamente piatta parte centrale del film, durante la trasformazione effettiva di Jean Grey in Fenice Nera.

Qui le speranze vengono meno, lasciando spazio a un comparto drammaturgico sicuramente ricercato, che però va a inficiare profondamente la stessa personalità del progetto, trascinandolo di peso verso un baratro oscuro in cui le emozioni sofferte non vengono mai riscaldate dalla luce della commedia.
A Kinberg - anche sceneggiatore - il lato comedy sembra proprio non importare: lo allontana e lo tronca sul nascere, gravando sulla fluidità stessa del racconto, che spegne ogni accenno di sorriso cercando invece la lacrime e il dolore.
Il regista vuole scavare nell'animo tormentato di Jean, nella sua dualità, nella dicotomia tra bene e male, addentrandosi anche nella disperazione della perdita e nel senso distrutto di unità.
Questo fuoco drammatico che arde nel petto di Dark Phoenix non funziona però in ogni occasione, perché scade spesso e volentieri in molti cliché di genere, senza mirare a punte reali di originalità, accontentandosi invece di un compito facile da portare a termine.

Il gelo fuori

Entrando nei dettagli (senza spoiler!), la figura di Quicksilver è forse emblematica di questo rifiuto dell'ironia, nel gusto di Kinberg incarnata a quanto pare solo ed esclusivamente da lui. Sembra quasi disturbarlo, la sua presenza, gestita molto peggio rispetto ai due film precedenti, in cui aveva le due sequenze più belle, pop e geniali della saga. Non stupitevi, dunque, nel constatare la sua inutilità anche in senso visivo, dato che il regista ha voluto lavorare sul gruppo, unito o diviso che sia. Inizialmente riesce molto bene, ma il cuore di Dark Phoenix è afflizione e angoscia che abbraccia tutto l'organismo narrativo, dalla messinscena all'azione.
La prima è spenta e senza carattere, oseremmo dire banale e senza fascino, mentre la seconda è riservata all'apertura e allo showdown finale, che pur superando quello di Apocalisse non brilla certo per costruzione, ambientato per l'ennesima volta su di un treno in corsa, in un passaggio da un vagone all'altro. Oltre al dramma, Kinberg non prova minimamente a piazzare di tanto in tanto un sano virtuosismo che possa dirsi funzionale e riuscito, sfruttando invece il rallenty come strumento dilatatore dell'azione, per allungare una sequenza in particolare sul finale, altrimenti totalmente piatta e priva di mordente.
Una scena che culmina peraltro con quello che sembra un rimaneggiamento in negativo di Rings of Akateen di Doctor Who, ma senza un briciolo di epica, lasciandoci completamente disinteressati, emotivamente spenti.

È questo il problema di cui parlavamo, in relazione al dramma: il continuo ripetersi di pattern narrativi che rendono Dark Phoenix a tratti derivativo in modo interessante, altre volte invece snervante, specie perché tutto il film si poggia solo su questo.
L'approfondimento psicologico dei protagonisti è invece abbastanza riuscito, ma il cut di un'ora e quarantacinque minuti - con una lunga introduzione e un finale spento e veloce - sembra comprimerne l'impatto emozionale. In sostanza, i personaggi ci sono ma non arrivano completamente, con ottimi interpreti sfruttati con intenti caratteristici più marcati rispetto al passato, senza reali "prime donne" o cattivi.

Si mischia tutto e la trama corre veloce attraverso Jean, gli X-Men e Genosha, spiazzando per l'utilizzo di un'attrice come Jessica Chastain in un ruolo insignificante pur nella sua importanza. Dal canto suo, Sophie Turner ce la mette tutta per non andare in overacting in un ruolo sentimentalmente complesso, con emozioni contrastanti che richiede dunque una forte espressività, a volte feroce, altre pacata, ma non sempre ci riesce, risultando l'equivalente di Jennifer Lawrence in Hunger Games: brava ma poco credibile.

Quello che fa Dark Phoenix è in definitiva accontentarsi, senza riflettere poi più di tanto sull'effettivo significato del film, che rappresenta nella sua essenza il finale di una saga cinematografica ventennale. Non è interessato a una conclusione epica, perché vuole mostrare la sofferenza. Non gli importa della buona azione, perché è secondaria. L'ironia o un bilanciamento funzionale dei toni un virus da debellare.
L'ultimo capitolo degli X-Men è il più oscuro di tutti, né il meno né il più riuscito. È un'operazione di temperamento cinematografico gelata nel comparto tecnico e visivo, immobile e senza guizzi, mentre dentro il calore del dramma brucia lo spirito, fiero di essere tragedia e mai commedia, consumandosi lentamente fino a diventare cenere. La Fenice resta però cadavere.

X-Men: Dark Phoenix La saga dei mutanti in casa Fox si conclude in modo agrodolce. Da una parte la scrittura e la regia di Simon Kinberg valorizzano il dramma e i rapporti tra i personaggi, costruendo un cinecomic sulla dicotomia tra bene e male, sofferto, quasi angoscioso; dall'altra il film è un blockbuster spento e senza carisma, in cui l'azione e la commedia sono funzioni non basilari di un'organismo che tenta invece di essere tragedia nella sua totalità. Ci riesce, ma vive di continui cliché che appesantiscono ancora di più il ritmo e i toni della narrazione, spesso appiattendola. Basandosi quasi esclusivamente sull'elemento drammaturgico, il film non è ovviamente sempre perdonabile, perché oltre questa barriera di dolore e trivellamento psicologico, scopriamo un progetto debole, con poco mordente (esclusi i primi venti minuti e parte dello showdown finale), pensato per essere una conclusione anti-climax e priva di epica di un franchise ventennale che diventa adesso cenere.

6

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