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Wounds, la recensione dell'horror originale Netflix

Il regista anglo-iraniano Babak Anvari, autore del folgorante esordio L'ombra della paura (2016), firma un horror dalle potenzialità fortemente inespresse.

recensione Wounds, la recensione dell'horror originale Netflix
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Sembrerebbe una notte come tante altre per Will, barista di un locale di periferia in quel di New Orleans. I soliti clienti abituali, tra cui l'amica di vecchia data Alicia con la sua ultima conquista e il rude Eric, corpulento omone prossimo a far ritorno dietro le sbarre dopo un permesso premio, sono lì a fargli compagnia e ogni cosa procede come sempre.
All'improvviso ha luogo una rissa, nella quale proprio Eric rimane ferito al volto, e durante la concitazione un gruppo di avventori da poco maggiorenni dimentica lì un cellulare, che Will raccoglie e porta a casa con sé in attesa di poterlo riconsegnare al legittimo proprietario.

In Wounds il protagonista ignora però che all'interno del telefono siano contenute foto agghiaccianti, con cadaveri e teste mozzate: inizialmente pensa a scherzi di cattivo gusto, ma inizia a ricevere inquietanti messaggi dall'apparecchio inerenti un rito finito male. Da quel momento la vita di Will va incontro a strani e terrificanti eventi che riguardano anche le persone a lui vicine, per prima proprio la fidanzata Carrie con la quale i rapporti sono da tempo in crisi. Con il passare dei giorni l'uomo finirà consumato dalla paranoia, trascinato in un incubo senza fine.

L'ombra del debutto

Dopo un vero e proprio instant cult come L'ombra della paura (2016), conosciuto in Italia anche con il titolo alternativo Sotto l'ombra, il regista di origini iraniane Babak Anvari era atteso al varco dell'opera seconda, suo esordio assoluto in una produzione in lingua inglese. I fondi britannici (il Regno Unito è la seconda patria del cineasta) gli hanno consentito di ingaggiare un cast delle grandi occasioni capitanato da Armie Hammer e Dakota Johnson, con interessanti comprimari come la lanciatissima Zazie Beetz in ruoli di supporto, ma non tutto è andato per il verso giusto come vedremo a breve.

Wounds, approdato per il mercato internazionale in esclusiva nel catalogo di Netflix, segna infatti un passo indietro per Anvari, forse ormai troppo assuefatto dagli stilemi del suo cinema per pensare anche di scrivere una sceneggiatura degna di tal nome. La trama infatti, pur possedendo spunti interessanti (a cominciare da un finale tronco, affascinante e fastidioso al contempo), si perde in ingenuità e lascia troppi passaggi irrisolti per definirsi realmente compiuta.

Heart of darkness

Con una scritta pre-titoli di testa che cita addirittura Cuore di tenebra di Joseph Conrad, l'impressione che il Nostro si sia un po' "montato la testa" è palese e il successivo minutaggio non fa che confermarla. I numerosi rimandi ai rituali gnostici e alle pratiche esoteriche, il cui background è affidato a una misera pagina di un forum, testimoniano le lacune narrative, non riuscendo ad affidare allo spettatore un intrattenimento coeso ed equilibrato, che qui purtroppo fa capolino solo in una manciata di scene madri e nel succitato epilogo aperto.
Ed è un vero e proprio peccato, perché l'autore dal punto di vista registico ha molto da dire, con una buona gestione degli ambienti e dell'atmosfera orrorifica, che esplode in un buon numero di jump-scare che, se non vero e proprio terrore, offrono qualche discreto brivido a tema.

Chi pensava però di trovarsi di fronte a un'opera se non superiore almeno pari al folgorante esordio, rimarrà totalmente deluso: se nel debutto infatti i personaggi e la vicenda risultavano vivi e pulsanti nonché strettamente collegati al drammatico contesto iraniano, qui i protagonisti sono pedine senz'anima delle quali ci si dimentica in fretta. Lo stesso Armie Hammer si impegna con determinazione nello sfumare al meglio un alter-ego sempre più tormentato e sull'orlo del baratro, ma alcuni sviluppi forzati castrano di rimando anche la sua intensa performance. Wounds risulta così una visione le cui molteplici potenzialità non sono state sfruttate appieno, un banco di prova parzialmente fallito per un regista che ci auguriamo ritrovi al più presto la giusta ispirazione.

Wounds Invasioni di scarafaggi, telefoni che lanciano premonizioni nefaste, inquietanti riti riconducibili a culti gnostici, macabre allucinazioni e squarci epidermici d'influenza cronenberghiana: sulla carta tanta carne al fuoco, forse anche troppa se non cotta a puntino. Ed è questo il caso di Wounds, seconda prova dietro la macchina da presa di quel Babak Anvari, regista anglo-iraniano, che solo tre anni fa aveva stupito gli appassionati del filone col folgorante esordio de L'ombra della paura (2016), piccolo gioiellino di genere. Qui purtroppo il cineasta, anche autore della sceneggiatura, partorisce una trama debole e sfilacciata che, pur tra tocchi inaspettati (incluso l'epilogo che non ci si aspetta), non rende giustizia ai personaggi e al relativo cast capitanato da Armie Hammer e Dakota Johnson. Dal punto di vista stilistico l'ora e mezza di visione possiede un certo fascino, tra jump-scare e una buona gestione delle dinamiche ambientali, ma a conti fatti l'operazione ha più punti deboli che di forza, lasciando amari rimpianti su ciò a cui avremmo potuto assistere con una maggior cura narrativa.

5.5

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