White Noise Recensione: convince il film Netflix di Baumbach a Venezia 79

Titolo d'apertura a Venezia 79, White Noise di Noah Baumbach arriverà su Netflix con la promessa di dividere. Scoprite perché.

White Noise Recensione: convince il film Netflix di Baumbach a Venezia 79
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Guarda in alto e apri le orecchie. C'è un rumore bianco, sordo, nato dall'unione di mille frequenze, a rivestire l'ultima opera di Noah Baumbach. Sfruttando filologicamente il testo di partenza di Don DeLillo, in White Noise il regista di Storia di un matrimonio (qui la nostra recensione di Storia di un matrimonio) porta alla 79° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia la nostra attualità, detonando e destrutturando la società americana, partendo dall'attacco al capitale e alla rincorsa al consumismo che ci ha resi tutti schiavi di un agire meccanico e ritualistico, alle paure più archetipe e inconsce dell'essere umano. Un'alternanza ritmica, che oscilla come un pendolo tra esistenzialismo e monito universale, resa in termini cinematografici da Baumbach facendo leva su un gioco camaleontico di generi, pronti a rispondere ai diversi umori che vivono e alimentano il film, in un gioco complesso, difficile da assimilare a cuor leggero.

Il cuore di White Noise

Già, perché il cuore di White Noise (in arrivo su Netflix il 30 dicembre 2022) è pesante, batte a un ritmo sincopato, irregolare; è un cuore rinchiuso in un corpo frutto di un assemblaggio di componenti divergenti, ora amalgamati, ora del tutto opposti e indipendenti. Suddiviso in tre parti, White Noise è un saggio sull'essere umano e sulle sue più torbide insicurezze; una discesa infernale da compiersi verso un sospiro salvifico, che va dall'universale fino al personale. Il rumore bianco corre attraverso una nuvola nera, spettro funereo di terrore ed epidemie che mai come in questo periodo risultano attuali.

Sfruttando le parole di DeLillo, Baumbach ritorna a concentrarsi sul concetto di famiglia, quella tenuta insieme da un ideale dicotomico di amore e disfunzionalità. Alludendo quasi a Brecht, ognuno parla senza essere ascoltato; da Babette a Jack Gladney, passando per i figli dell'uno e dell'altra, quella che si compie davanti allo schermo è una commistione di monologhi recitati da primi attori ora pronti a unirsi come un unico elemento dinnanzi alla paura comune di una nube tossica pronta a lasciare senza fiato, spingendo parti di una comunità americana a chiudersi in macchina e mettersi in fila. Un assemblaggio (im)perfetto destinato a frantumarsi nuovamente, quando Jack intraprenderà un'Odissea personale verso la verità nascosta dietro una piccola pillola, e con essa il disvelamento di un terrore ancestrale e un abbraccio catartico con la propria metà.

Viva America, aiuto America

Paladino di una famiglia allargata, e allo stesso tempo vittima di quella paura della morte che racconta con fare teatrale al suo corso di studi sul nazismo, Jack è la tipica trasposizione del prototipo americano (non a caso nel cognome presenta la radice "glad", contento, sintomo dell'ottimismo patriottico statunitense).

Accecato dalle luci delle corsie di un supermercato, vive con il terrore del proprio destino, barcollante nei movimenti e incerto sul da farsi. Un'anima fattasi corpo grazie a una performance come quella di Adam Driver che coglie ogni sfumatura del personaggio forgiato dalle pagine di DeLillo per renderlo reale, vero, timoroso, incerto, sarcastico e irresistibile. Il suo Jack si mette al volante di quel simbolo di ricchezza borghese che è la station wagon, illuminato da una luce abbagliante. Guida privilegiata di un mito primigenio immortalato da (e su) differenti macchine mitologiche della modernità (cinema e automobile) il protagonista si mette in marcia lungo un cammino inizialmente senza fronzoli, visto e reiterato in tante altre opere di stampo di denuncia alla società americana, corredato da una perfetta metà come la Babette di Greta Gerwig. La sua Frances Ha è ormai cresciuta, sebbene le debolezze interne rimangono inalterate, incarnate adesso da pillole promettenti la felicità e la salvezza. Quelli colti e rappresentati da Baumbach sono pertanto vizi e virtù della nostra società che si staccano dalla sfera singolare e privata, per espandersi inglobare il microuniverso circostante nel momento in cui la nuvola tossica fa la sua entrata spettacolare in cielo.

Quell'apparente sicurezza dell'uomo, trasposta in termini fotografici da un'illuminazione armoniosa e uniforme, vive adesso di aliti di ombra e lingue di buio ancestrale. In questo gioco di mutamenti, dove a ogni sbalzo di umore, corrisponde un cambiamento narrativo e di genere, la macchina da presa di Baumbach si eleva a personaggio a sé stante, complice e insieme ostacolo di un nucleo familiare che si scinde per poi riunirsi, proprio come era prima, proprio come sarà in futuro.

E così, mentre imprime alle immagini i segni profondi della suo stile, il regista riesce al contempo a raccontare storie mitiche che affondano nella caverna dei desideri, delle paure e delle credenze umane. Con White Noise il cinema di Baumbach ci ha fornito un riassunto e insieme epitome della storia precedente (quella contemporanea a DeLillo) ponendola al cospetto di un punto di vista del presente in preda a una continua mutazione della paura e dello slancio divino di conquistare un posto nel mondo.

Sintesi di una poetica in tre atti

In questo viaggio a tre tappe Baumbach non ha paura di far morire e poi rivivere la propria opera a ogni atto; una resurrezione filmica in abiti sempre nuovi, che rendono irraggiungibile, complessa, a tratti cervellotica, ma proprio per questo sublimemente attrattiva.

Un'associazione continua di idee miste a un flusso di coscienza che fanno di White Noise un'opera complessa, pluristratificata, segnata da quattro vertici rappresentanti i punti cardinali di una produzione multiforme e mai scontata come quella di Noah Baumbach. C'è la famiglia idiosincratica (The Meyerowitz Stories, Il calamaro e la balena), il senso di uno spettacolo anche perturbante e angosciante, l'esistenzialismo con tutte le fobie che ne derivano (Frances Ha, Mistress America), e uno sguardo sulla società, la caduta delle certezze e l'esplosione degli ideali. Già, perché analizzata a giusta distanza, la famigerata nuvola tossica non è altro che la trasfigurazione della caduta del sogno americano, delle certezze fondamentali e degli affetti; un discorso tanto adatto al contesto originario, quanto quello attuale di una società in età pandemica. Ne consegue un senso di rivalsa e di ricerca di quella felicità sottratta, di quel sogno andatosi (momentaneamente) distrutto che influenza nettamente lo sviluppo e l'anima dell'ultima parte.

Per ritrovare il sogno è necessario che l'epilogo si costruisca su ambienti e scenari di fattura onirica, rendendo pertanto tutto più ostico, perché sfuggente e meno facile afferrabile. Ciò che ne risulta è un film concettuale, che probabilmente non toccherà il cuore di chi intende guardarlo nelle forme di puro spettacolo di intrattenimento, ma finirà per cullare - al contrario - chi gli permetterà di lasciarlo entrare entro le sfere più profonde della propria interiorità, inebriandolo, sconvolgendolo, trasportandolo in universi lontani, proprio come un rumore bianco.

White Noise Concludiamo questa nostra recensione di White Noise sottolineando come l'ultima fatica di Noah Baumbach raccolga tra le mani ogni dettaglio della poetica del regista per costruire una versione fedele, e allo stesso tempo complessa e attuale, del romanzo di DeLillo. Tra esistenzialismo e denuncia sociale, Baumbach pone i propri personaggi alla ricerca di un sogno americano oramai destrutturato e deformato. Ne risulta un film che è pronto a dividere.

8

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