Recensione What we do in the shadows

Vampiri tutti da ridere nella nuova commedia, già cult, di Jemaine Clement e Taika Wakiti

recensione What we do in the shadows
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Da Per favore non mordermi sul collo di Polanski ad Amore all'ultimo morso di Landis la commedia al cinema non è nuova nell'indagare tematiche vampiresche tanto care ai fan dell'horror e delle atmosfere gotiche. Se tolti i due titoli citati non si ricordano con molta benevolenza produzioni simili sull'argomento, non deve perciò sorprendere il clamoroso successo di critica e di pubblico che ha raggiunto nel resto del mondo (il pubblico italiano, ahinoi, deve ancora attendere una data di distribuzione) What do we do in the shadows, produzione neozeolandese diretta da Jemaine Clement e Taika Wakiti, famosi in patria per aver fatto parte dei gruppi comici The Humorbeasts e So you're a man. Un'idea di partenza spiazzante quella del duo registico, che cerca di unire l'ormai abusato mockumentary ad uno stile da documentario quasi classico, dando vita ad un perfetto mix di ironia nera ed emozioni splatter e trovando sempre soluzioni originali e piacevolmente citazioniste.

Vampires

In What we do in the shadows Viago, Deacon e Vladislav sono dei vampiri che vivono in un piccolo appartamento nella periferia di Wellington. Insieme a loro, ma in cantina, vive l'antichissimo succhiasangue Petyr (8000 anni) che una sera, attratto dalla fame, finisce per trasformare in un suo simile l"'ospite" Nick, uno studente universitario che doveva fungere da vittima sacrificale. Il nuovo "arrivato" rovina sin da subito il quieto vivere dei tre amici, andando in giro a vantarsi della sua nuova condizione e mettendo così a repentaglio l'aura di segretezza fino ad allora inattaccabile.

Morsi dal ridere

Chi ride campa cent'anni, indipendentemente che si sia immortali o meno. E già solo per questo motivo verrebbe da tessere le lodi di What we do in the shadows, giacché nei novanta minuti scarsi di visione le risate fioccano e a più riprese. Clement e Wakiti giocano sugli stereotipi del genere confenzionando una sequela ininterrotta di gag che, pur sfiorando il demenziale, mantengono sempre un'identità solida che omaggia i capisaldi del genere (da Petyr, vampiro chiaramente memore del Nosferatu di Murnau, ad Intervista col vampiro le chicche per i cinefili non mancano) aggiornandole al nuovo millennio. Ed ecco così i signori della notte scoprire le nuove tecnologie, dagli sms ad internet, trascorrere notti ballerine in disco-pub e apportare all'era contemporanea il concetto di master / slaves. L'impresa riesce in maniera magnifica anche per la totale assenza di volgarità gratuite, ibridando sempre la vis comica ad un'ispirata costruzione narrativa che, tra feste goliardiche di esseri sovrannaturali a più o meno improvvisati banchetti emoglobinici, mantiene un ritmo incessante e piacevole, lambendo soltanto i confini dell'horror, sempre e comunque addolcito da un riuscito un black humour. Il tutto raccontato attraverso le limitate, ma qui sfruttate intelligentemente, vie del mockumentary, con tanto di interviste a intervellare la narrazione e la camera a mano che segue, mirabilmente in maniera naturale e non forzata, le vicende dei protagonisti. A completare degnamente l'integrità dell'operazione ci pensano gli ottimi effetti speciali che guardano più ad uno stile artigianale, senza tirare in ballo computer grafica e affini.

What we do in the shadows Divertente e fresco, What we do in the shadows è una boccata d'aria fresca sia per l'ormai abusato genere del mockumentary che per il cinema vampiresco. Jemaine Clement e Taika Wakiti giocano coi luoghi comuni del filone per creare una commedia originale che strappa la risata in più di un'occasione grazie ad un humor nero semplice e genuino che evita le derive trash a cui troppo spesso ci hanno abituato le contemporanee parodie horror.

7.5

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