Cannes 2014

Recensione Welcome to New York

Abel Ferrara dirige Gérard Depardieu in uno dei film più controversi di Cannes

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È un regista che non ha mai disdegnato le polemiche, il newyorkese Abel Ferrara (memorabile la “sfuriata” contro il povero Werner Herzog per aver “osato” girare un remake del suo Il cattivo tenente), costantemente impegnato in un percorso artistico personalissimo e spesso impervio, al punto da essersi alienato negli ultimi anni le attenzioni del pubblico (i suoi film più recenti, nei rari casi in cui hanno trovato una distribuzione, sono usciti a dir poco in sordina) e spesso anche i favori della critica (dopo Mary, vincitore del Gran Premio della Giuria al Festival di Venezia 2005, le successive opere di Ferrara hanno ricevuto un’accoglienza piuttosto disparata). In attesa del suo imminente Pasolini, con la “strana coppia” Willem Dafoe e Riccardo Scamarcio nei panni dello scrittore bolognese e di Pino Pelosi, al cinema arriva - anzi, non arriva, dal momento che è stato dirottato un po’ ovunque sul circuito del video on demand - un altro film che ha fatto ampiamente discutere fin dalla notizia della sua realizzazione: Welcome to New York, storia paradigmatica di scandali sessuali e travagli giudiziari liberamente ispirata alla vicenda che, nel maggio 2011, portò ai “disonori” della cronaca il politico francese Dominique Strauss-Kahn (benché le accuse contro di lui furono ritirate dal procuratore distrettuale dopo appena due mesi).

IL CASO STRAUSS-KAHN

In Welcome to New York, ferocemente osteggiato dai legali dello stesso Strauss-Kahn, DSK si chiama Devereaux ed ha il volto turgido e gonfio e il fisico a dir poco “imponente” della massima icona del cinema francese degli ultimi quarant’anni: Gérard Depardieu. Nelle prime sequenze del film, osserviamo il ricco ed influente Devereaux dividersi fra importanti meeting d’affari e festini notturni che non tardano a degenerare in orge decadenti e dallo sgradevole retrogusto grottesco, in compagnia di procaci escort pronte a sottostare alle libidinose voglie del loro illustre cliente. Ma Devereaux, uomo abituato agli eccessi e all’immediato soddisfacimento di ogni capriccio, non percepisce i limiti fra ciò che è - a lui - lecito e ciò che invece è proibito: e la mattina della propria partenza da New York, dopo essersi denudato al cospetto di un’attonita cameriera, la aggredisce fisicamente e la costringe ad un atto sessuale. Per Devereaux, fermato un attimo prima di imbarcarsi su un aereo per Parigi, sarà l’inizio di un calvario giudiziario al quale, in realtà, Ferrara non sembra molto interessato (il suo film si interrompe ben prima della conclusione della vicenda processuale, qualunque essa sia). Il regista americano, invece, concentra tutta l’attenzione sul suo strabordante protagonista, che “invade” letteralmente lo schermo con il proprio corpaccione mastodontico e sfatto: nelle scene degli sfrenati 'baccanali' notturni e dell’aggressione alla cameriera, ma anche in quella - emblematica - in cui Devereaux è condotto in carcere e costretto a spogliarsi: operazione di quotidiana semplicità, ma eseguita con impacciata fatica da questo energumeno ultrasessantenne, un uomo larger than life tanto nelle abitudini quanto nella stazza.

IL DESERTO DELLA MORALE

Lo sguardo di Abel Ferrara, pur nella esasperata reiterazione degli atti - e dei “misfatti” - sessuali di Devereaux, mantiene sempre una prospettiva asciutta e realistica: un rigore stilistico che vorrebbe mettere da parte coinvolgimenti emotivi e giudizi etici (e difatti, non vi è alcuna ricerca di pathos nella raffigurazione del personaggio), traducendosi nella lucida rappresentazione di un potere che si ritiene al di sopra delle regole della legge e della morale. “Non provo niente”, replica convinto Devereaux alle pressanti domande dello psicologo sul suo stato d’animo, così come non mostra la minima traccia di vergogna al cospetto della furiosa moglie Simone (una splendida Jacqueline Bisset), disposta comunque a difendere a spada tratta il consorte, nonostante la pubblica umiliazione e il disappunto di aver visto crollare le loro ambizioni per l’Eliseo. E i durissimi confronti fra i coniugi Devereaux rimangono probabilmente gli spunti più riusciti di un film nel complesso non del tutto convincente, al quale mancano la forza e la tenebrosa suggestione di un’opera quale Il cattivo tenente. Ancora una volta Ferrara sceglie di raccontare l’inferno di un essere umano obbligato a fare i conti con le proprie abiezioni, ma in più occasioni Welcome to New York risulta prolisso e ripetitivo, laddove la totale assenza di empatia non ci permette mai di penetrare davvero nei pensieri e nel cuore di Devereaux, al contrario di quanto ci accadeva con il dissoluto broker di Leonardo DiCaprio nel magnifico The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese; mentre la sgradevolezza del film e del suo protagonista rischia di apparire fin troppo insistita e programmatica.

Welcome to New York Il regista Abel Ferrara si ispira allo scandalo sessuale che travolse nel 2011 Dominique Strauss-Kahn per dipingere il ritratto di un uomo di potere in balia dei suoi sfrenati eccessi e caratterizzato dalla totale assenza di morale o sensi di colpa: ad impersonare questo personaggio di esasperata sgradevolezza è un Gérard Depardieu che non esita a mostrarsi al culmine del proprio decadimento fisico, affiancato da una bravissima Jacqueline Bisset.

6.5

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