Recensione War Horse

Spielberg, al galoppo, attraverso l'orrore della prima guerra mondiale

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Chi meglio di Spielberg ha saputo, nell'arco di una lunga e prolifica carriera cinematografica, semplificare gli orrori della storia riportandoli a un piano di sentimenti personali, e dunque facilmente avvicinabili. Storie intime e di rara umanità attraverso le quali Spielberg ci ha parlato, senza salire in cattedra ma scendendo sempre ad altezza uomo o più in basso (magari ad altezza E.T.), della Seconda Guerra Mondiale (sperando di salvare il soldato Ryan) o della Shoah (misurando l'inumano tramite le gesta umane dell'uomo Schindler) facendo sempre leva sull'assolutezza di sentimenti capaci di travalicare la cupezza estemporanea di terribili momenti storici e ritrovare invece la solidarietà di certe azioni che, già da sole, hanno il potere di riconciliare alla vita. Con War Horse Spielberg riprende e rielabora due dei temi a lui più cari: la scure della guerra e la luce dei buoni sentimenti (amicizia, solidarietà, fiducia nel prossimo). Due elementi che per la prima volta convergono nel tono favolistico di un racconto che pone l'evento (la Grande Guerra) in secondo piano rispetto al sentimento di lealtà maturato tra un ragazzo e un cavallo che il destino ha messo sulla stessa strada. Tratto dal bestseller per ragazzi di Michael Morpurgo e poi adattato in uno spettacolo teatrale di grande successo prima di diventare anche film, War Horse narra infatti la storia di Joey (che non a caso si legge come joy, gioia), cavallo dalla grande indole che si spenderà nel corso della (sua) vita (e della prima guerra mondiale) per salvare o impreziosire le vite degli esseri umani che il fato metterà sul suo cammino, persone invaghitesi della lucentezza del suo manto o della potenza dei suoi zoccoli. Da questa parabola a episodi che corre al galoppo seguendo le tracce di un equino speciale, Spielberg trae lo spunto per osservare la morte e la disperazione di una guerra, fatta di ragazzi che cadono a grappoli nella solitudine delle trincee, sfruttando il distacco e la neutralità di un essere innocente spinto solo dall'istinto di sopravvivenza e dal desiderio di ricongiungersi al proprio padroncino. L'orrore scorre dunque sullo sfondo mentre in primo piano, al galoppo tra gli idilliaci paesaggi del Devon e nel grigiore dei campi di guerra, la corsa di Joey è un chiudere gli occhi e lanciarsi nell'abisso, con la speranza di risvegliarsi nel calore della propria stalla e nell'abbraccio di una persona cara. Home sweet home.

When Albert met Joey

Alle soglie della Prima Guerra Mondiale, nelle magnifiche vallate del Devon, una fattrice mette al mondo un puledrino baio con una stella bianca e quattro balzane, forte e bello, che di lì a poco verrà comperato al mercato del paese dal vecchio Ted Narracot, ex militare dell'esercito britannico ora dedito all'alcool e alle sventatezze. Giunto dunque nella fattoria dei Narracot, proprietà di un ricco possidente che minaccia di sfrattare la famiglia da un momento all'altro, il puledro verrà accolto con costernazione dalla moglie di Ted (una sempre intensa Emily Watson), consapevole del fatto che il puledro non potrà arare il campo e dunque fruttare i soldi necessari al loro mantenimento, e con somma gioia dal giovane Albert, subito rapito dalla magnetica prestanza dell'animale. Al fine di impedire che il padre si decida a rivenderlo perché inutile al loro sostentamento, Albert (la rivelazione Jeremy Irvine) s'impegnerà però a domare Joey (questo il nome scelto per il cavallo dal ragazzo) e a insegnargli a qualsiasi costo la dura pratica dell'arare la terra: sfida che Joey, in barba a quanti lo davano per vinto e al vecchio detto secondo cui ‘balzana da quattro cavallo matto' supererà quasi senza sforzo, guadagnandosi il suo posto in casa Narracott. Ma la guerra è alla porte e nelle tasche del vecchio Ted il denaro scarseggia, così Joey (in cambio di una congrua somma) finirà al fronte nelle fila della cavalleria inglese assieme a un giovane capitano (Tom Hiddleston) che partirà poco dopo per il suo ‘sogno di gloria', non senza prima aver promesso ad Albert di prendersi amorevolmente cura di Joey. Ma l'imprevedibilità della guerra sovvertirà ogni piano. Sballottato in lungo e in largo e di mano in mano Joey attraverserà così l'Europa della guerra, stringendo amicizia con l'imponente morello Topthorn, ritrovando per un attimo la pace in una fattoria francese in compagnia di una fragile bambina e di suo nonno, e venendo poi nuovamente risucchiato nel vortice del conflitto, guardando spesso e molto da vicino la morte che lo circonda, fino a giungere nella Terra di Nessuno, una landa senza vita stretta tra trincee nemiche. Nel frattempo, però, Albert, divenuto maggiorenne e con la possibilità di arruolarsi, è partito per il fronte deciso a dare il suo contributo e a ritrovare il suo amato Joey. Si rincontreranno?

Una favola (troppo) semplice

In War Horse c'è tutto il mestiere del saper fare cinema che negli anni Spielberg ha dimostrato di possedere. Sequenze epiche, come quella della carica della cavalleria, si alternano a scene di una bucolica serenità, veicolata dal rapporto di puro e disinteressato amore che s'instaurerà tra Albert e Joey (e che verrà in un secondo momento ‘doppiato' dall'incontro del cavallo con la piccola Emilie). Spielberg lavora dunque sui sentimenti sgranati di un'amicizia amplificata al massimo, metafora di pace capace di contrastare simbolicamente la guerra che va in scena, e che poi risorgerà alla luce di un tramonto più che saturo, tanto gaio quanto elegiaco. Una parabola che, se vista con gli occhi puri e incantati di un bambino è capace di regalare tutta l'emozione di una lotta (assoluta) per l'amore, sapientemente trascinata da una messa in scena avvolgente e una regia che segue, con primi piani così penetranti che sembrano quasi sfiorare il cuore, il tenero sogno d'amicizia tra un cavallo e un ragazzo in egual misura umani. Ma tutto questo non basta a fare di War Horse un film pienamente riuscito. Trasformando, per ovvie necessità registiche, la soggettiva del libro di Morpurgo (in cui è lo stesso Joey a narrare in prima persona la sua storia) in un racconto a episodi raccordato dalla assidua presenza di Joey, Spielberg segue il percorso del cavallo sacrificando però, per forza di cose, tutto il resto. Non c'è il tempo per entrare in empatia con i protagonisti di ogni episodio e non c'è modo che lo script colmi questi vuoti narrativi che, strada facendo, si traducono in un film assai poco aderente (a sé stesso e agli occhi dello spettatore più adulto e smaliziato, che troverà nel lavoro di semplificazione e accentramento del film attorno alla figura di Joey l'assenza di quella stratificazione del messaggio che appartiene ai grandi film). War Horse appare ed è una favola, mentre (forse) quello che ci si aspettava era una storia (vera) travestita da favola.

War Horse Una produzione epica negli intenti e troppo 'semplice' nei risultati che mette in scena un ricco cast assieme a un nutritissimo numero di favolosi equini per narrare di un’amicizia andata oltre il buio della guerra e la miseria delle trincee. Ma se il volto epico del film, ugualmente convincente sia nella ricostruzione delle sequenze di guerra sia nella rappresentazione delle oasi di pace, possiede tutta l’esperienza di un fare cinema che è puro entertainment visivo, sono lo schema narrativo e lo script di supporto a privare War Horse di una valenza simbolica che avrebbe dovuto combinarsi a quella estetica per elevare il film all'opera d’arte cui forse aspirava.

6

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