Recensione Wall Street - Il Denaro non dorme mai

Gordon Gekko ritorna a speculare

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''Greed is right, greed works. Greed clarifies, cuts through, and captures the essence of the evolutionary spirit. Greed, in all of its forms; greed for life, for money, for love, knowledge, has marked the upward surge of mankind. And greed, you mark my words, will not only save Teldar Paper, but that other malfunctioning corporation called the USA. Thank you very much.''

Gordon Gekko, Wall Street, 1987

"Someone reminded me I once said "Greed is good". Now it seems it's legal. Because everyone is drinking the same Kool-Aid."

Gordon Gekko, Wall Street - Il denaro non dorme mai, 2010

Greed

Oliver Stone è sempre stato un regista capace di coniugare magistralmente l'impegno sociale con un'innata abilità nel raccontare storie in grado di fotografare un'epoca. Da Platoon in poi, i suoi film sono l'anima di un'America desiderosa di guardarsi negli occhi, capace di affrontare i propri demoni, piegata forse, ma mai sconfitta o priva di speranza. Parafrasando la celebre battuta di Antony Hopkins/Richard Nixon in Gli intrighi del Potere, "loro mi odiano perchè guardano te [riferendosi a Kennedy] e si vedono come vorrebbero essere...poi guardano me e si vedono come sono", il cinema di Stone non è troppo amato perché non cerca di edulcorare i fatti, ma, con la precisione di un rasoio, colpisce esattamente laddove vuole farlo. Il primo Wall Street, datato 1987, era uno spietato ritratto della gioventù rampante che, a cavallo fra gli ultimi decenni del secolo, sembrava sul punto di dominare il mondo; i Master of the Universe, per usare la definizione di un altro grande interprete di quegli anni, Tom Wolfe, con il suo Falò delle Vanità. Gordon Gekko, spietato broker di Wall Street, diventò quasi istantaneamente una specie di icona pop per schiere di ragazzi appena laureati convinti che la finanza avrebbe dato una svolta alle loro vite troppo grigie, troppo monotonone, troppo convenzionali. Non è un caso che in entrambi i film manifesto di quel periodo (il primo è Wall Street, il secondo Pretty Woman), il protagonista maschile sia un trader, con la sola, fondamentale differenza che Gekko/Douglas è un infame fino all'osso, mentre Gere/Lewis troverà la redenzione nell'amore per Vivian/Julia Roberts.

Money

Oggi, a ventidue anni dal primo film, Stone ha deciso, dopo molti tentennamenti, di riprendere in mano il personaggio, complice la crisi economica del 2008 e il rinnovato interesse per il mondo dell'alta finanza, stavolta però il clima è cambiato, se ai tempi della prima avventura di Gekko Wall Street era considerata una specie di paradiso dei peccatori, oggi non tira una buona aria dalle parti della New York Stock Exchange. Stone con questo film ha voluto darsi un doppio ruolo, da una parte quello di interprete della società americana post - crollo, dall'altra concludere la parabola di Gekko, mostrandoci il suo autunno, trascorso fra la galera e una New York che lo guarda come un appestato. Ma ogni mentore ha bisogno di un allievo e così, nel ruolo che fu di Charlie Sheen, troviamo il giovanissimo Shia laBeouf, alias Jake Moore giovanotto di belle speranze esperto in energie alternative e Credit Default Swaps. Caso vorrà che Jake sia fidanzato proprio con Winnie, unica figlia di Gekko, nonché giornalista investigativa per un piccolo sito internet "di sinistra". In questo modo i due finanzieri entreranno in contatto, cominciando un pericolosissimo gioco fatto di avidità, sete di potere e semplice amore per il rischio. Se il primo Wall Street tramite la figura di Gekko riusciva a tracciare un affresco grandioso della società americana, in questo sequel la sequenza si inverte, e i protagonisti diventano succubi del sistema anziché suoi dominatori. L'era degli squali è finita e inizia quella degli apprendisti stregoni, spaventati dalle forze che hanno evocato e che non sono in grado di controllare.
Stone non distribuisce colpe, non vuole puntare il dito su questo o su quel banchiere, il regista preferisce soffermarsi sulla totale follia di un sistema che fonda la sua ragion d'essere sull'azzardo morale, ovvero la tendenza dell'economia a scommettere più di quanto possa permettersi.

Tuttavia, laddove nel primo film l'affresco tragico di una generazione drogata dal denaro colpiva al cuore l'anima buia di Wall Street, in questo seguito Stone non è riuscito a ripetere l'alchimia, confezionando un film prolisso, ingarbugliato (ma non complesso) e poco efficace. Come in W., il biopic su George Bush Jr. uscito un paio di anni fa, Stone non riesce a storicizzare gli avvenimenti, mischiando pericolosamente tentazioni documentaristiche con le necessità narrative del cinema d'intrattenimento. Il risultato è un'opera spuria, che alterna tratti fin troppo didascalici (come tutta la disamina sulle energie alternative e i prodotti finanziari derivati) a momenti in cui la trama si perde in mille rivoli, senza andare a parare da nessuna parte. Alla fine cosa resta? Resta la grandezza di Michael Douglas, piegato dal cancro alla gola ma ancora straordinario, capace di raccontare con poche battute l'abisso morale di un uomo incapace di vedere al di la del capitale netto del suo fondo di investimento.
Il denaro sarà anche "una [censura] che non dorme mai", ma lo spettatore rischia seriamente di farlo, durante le due ore e mezza che Stone impiega a imitare se stesso.

Wall Street: Money Never Sleeps Wall Street - Il denaro non dorme mai, rappresenta l'ennesimo passo falso della carriera di Oliver Stone che, ormai, fa molta fatica a coniugare il suo stile epico - oggettivo con le esigenze concettuali del cinema moderno.

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