Recensione W.

Un film sull'umanità del profondo sud degli Stati Uniti.

Recensione W.
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Movieye, sta crescendo. Dopo aver coperto per due edizioni consecutive il Festival di Venezia, quest'anno abbiamo deciso di dedicare alcune pagine anche alla realtà del Torino Film Festival che, sotto la direzione Morettiana, si sta confermando sempre di più come uno degli appuntamenti più interessanti d'Italia. Per questa anteprima di W. ci siamo affidati all'ausilio di un nostro collaboratore esterno che, molto probabilmente reincontrerete ancora qui sulle nostre pagine. Hamilton Santià è laureato al DAMS di Torino e collabora abitualmente con Il Mucchio selvaggio ed altre testate musicali. Durante il TFF ha curato alcune recensioni per Nisimazine, il network dei giovani critici cinematografici europei.

Il suo blog è
http://grahamilton.blogspot.com/


Nicolò Carboni

Feature Film

Chi si approccia a W. con la speranza di vedere un film di denuncia, un Farenheit 9/11 atto II o semplicemente un'accusa nei confronti del quasi ex presidente degli Stati Uniti, rimarrà invariabilmente deluso. Il ventesimo lungometraggio di Oliver Stone, infatti, parte dalla sua natura d'essere una storia di finzione. La vita di George W. Bush è qui idealizzata in positivo e in negativo, dimenticando tutte le incidenze politiche, i conflitti d'interesse e tutto il resto. Stone ci consegna un uomo (qui interpretato dal magistrale Josh Brolin) martoriato dalle sue insicurezze, dai suoi sensi di colpa e dal suo senso di inadeguatezza. Il Bush della finzione è un allegro beone del Texas che rifiuta tutte le opportunità che il padre (James Cromwell) gli offre perché interessato a seguire il suo edonismo a metà tra un cow-play-boy e un viziato bamboccio alla "lei non sa chi sono io". L'uomo George W. Bush, però, non rifiuta le responsabilità per l'inseguimento del piacere bensì per staccarsi dall'alveo famigliare della famiglia, che non solo gli preferisce il figlio Jeb (più volte tirato in ballo dal padre come "futuro Presidente ideale") ma lo tratta come un perfetto idiota buono solo a correre in macchina e sbronzarsi.
Il rapporto con l'alcool e con il padre sono due punti fondamentali del film. Senza i problemi dovuti alla bottiglia, W. non avrebbe mai cercato conforto nella fede e non avrebbe mai incentrato tutto il suo mandato come una Volontà di Dio. E se non fosse stato per il suo complesso d'inferiorità nei confronti del padre e del fratello maggiore, non si sarebbe mai buttato in politica e non avrebbe mai cercato di farsi apprezzare in quel campo dopo aver fallito tutte le altre opportunità.

La Morale...

Se non è un film su Bush nel senso stretto del termine... Se non è un documentario di denuncia alla Michael Moore... Se non è un'accusa nei confronti della scellerata, interessata e parziale politica dell'amministrazione repubblicana... Che cos'è questo film? Tra le varie teorie e le varie interpretazioni, la più credibile e condivisibile è quella che vede W. come una sorta di "manifesto antropologico", dove si vuole analizzare il retroterra, le origini e le dinamiche umane che hanno "generato" l'uomo George W. Bush. Stringendo il campo, ci si rende conto che il W. di Oliver Stone è un uomo semplice che voleva solo diventare presidente di una squadra di baseball e che si è buttato in politica per dimostrare alla famiglia (da cui si sentiva messo costantemente in discussione) di non essere un idiota e che ha deciso di invadere l'Iraq per "concludere" il "lavoro di papà". Se letto in questi termini, il film funziona pur con tutti i suoi limiti - stiamo pur sempre parlando di un regista eccessivo come Oliver Stone - e le sue mancanze storiografiche.
Il cammino di Bush, dai giorni della confraternita a Yale allo studio ovale, ci fa capire come ad una crescita "sociale" non corrisponda una crescita "interiore": resta sempre lo stesso sempliciotto del Texas. Bush è una persona istintiva, ingenua, incapace di pensare oltre al semplice 2+2. È una persona che ha voluto la poltrona più potente del mondo per invadere l'Iraq perché arrabbiato con Saddam. È una persona che si fa convincere dai suoi consiglieri pur arrogandosi meriti che in realtà non ha (prima Dick Cheney, interpretato da un ottimo Richard Dreyfuss, poi dal consigliere Karl Rove) e che ha un'immensa paura delle sue insicurezze.
Da uomo normale, infatti, l'unica persona di cui si fida più di tutte e che riesce a placare i suoi sentimenti contro la famiglia è sua moglie, Laura Bush, descritta come una maestra democratica determinata a cambiare la personalità di un burbero ma onesto figlio di papà.

Recitazione e regia

Oliver Stone ci ha abituato a film riusciti e convincenti (Platoon, Wall Street, Talk Radio, Ogni Maledetta Domenica) ma anche a clamorosi tonfi (Alexander, World Trade Center, The Doors). W. sta esattamente in mezzo perché alterna momenti di grande efficacia visiva - le scene del campo da baseball - ad altre dove l'anima barocca del regista dà ulteriore prova di fastidio estremizzando le sue ossessioni pacchiane.
Il vero punto di forza del film, però, sta nel cast. La recitazione salva il prodotto. La performance di Josh Brolin è clamorosa. Sicuramente la migliore del "giovane Nick Nolte" già protagonista di Non è un paese per vecchi. Accanto a lui, Richard Dreyfuss è un convincente e fin troppo umano Dick Cheney mentre James Cromwell è come al solito algido, distaccato ed impeccabile nel ruolo del "grande vecchio" (in questo caso, George Bush, ma in passato è anche stato William Randolph Hearst e il principe Filippo). Degna di segnalazione anche la prova di Toby Jones, nel ruolo del consiglie di Bush Karl Rove.



Articolo a cura di
Hamilton Santià


W. W. è un film con tante luci e tante ombre, capace di coinvolgere con la sua leggerezza e il suo ritmo ma anche di irritare per la sua poca aderenza alla “realtà storica” e al rifiuto di esprimere un giudizio sull’uomo. Oliver Stone disegna una sua personale versione di una persona che, solo per caso, è diventato presidente degli Stati Uniti senza perdersi in evidenti sottolineature moralistiche. Alla fine della fiera è un buon prodotto di entertainment, retto principalmente dagli attori e che arriva alla sufficienza quasi per inerzia. Non è certo la rivoluzione che qualcuno poteva aspettarsi.

6

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