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Recensione Villain

Morte e amore nel nuovo dramma di Sang-il Lee

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Sang-il Lee, già autore negli anni passati degli interessanti Scrap Heaven e Hula Hula Girl (dichiarato miglior film giapponese del 2006 dalla rivista Kinema Jumpo), torna per raccontarci un'altra intensa storia di vita e di morte, che dopo una partenza quasi thriller sfocia, con una grande maestria, verso tematiche drammatiche coinvolgenti e appassionanti, per oltre due ore di ottimo Cinema.

Rinascita...

Una giovane ragazza viene trovata uccisa nei pressi di una strada isolata. Il maggiore sospettato, un ricco ragazzo snob, ultimo ad averla vista viva, viene però scagionato per non aver commesso il fatto. Gli indizi conducono allora al giovane Shimizu (Satoshi Tsumabuki), un ragazzo introverso dai capelli biondi, che era in contatto su internet con la vittima. Shimizu nel frattempo conosce la timida Mitsuyo (Eri Fukatsu), impiegata in un negozio di vestiti. Il loro rapporto diviene ben presto così intenso che, quando Shimizu decide di fuggire alle forze dell'ordine che sono sulle sue tracce, Mitsuyo sceglie di accompagnarlo ignorando cosa sta andando incontro.

Dramma corale

L'amore e l'odio, due facce della stessa medaglia che convivono da sempre nell'uomo. In un universo di chiaroscuri, Villain ci mostra le fragilità e i dolori del nucleo di personaggi protagonisti, divisi tra i rimorsi e rimpianti e la possibilità di una nuova esistenza, lontana dalla sofferenza sino allora patita. Centoquaranta minuti che scorrono come un fiume in piena, ricchi di un flusso emotivo che si muove impetuoso su una via del non ritorno che prima o poi chiederà il suo tributo. "Quando vedi il mare ogni giorno della tua vita, comprendi che sei su una strada morta": è racchiusa in queste parole pronunciate da Shimizu l'essenza più profonda del film. La noia, o forse la consapevolezza di una vita lontana dai sogni di gioventù, confinata in luoghi, fisici e dell'anima, dai quali è impossibili fuggire. Lo stesso colpo di scena finale, davvero inaspettato e ciò nonostante per nulla forzato, ne è l'esempio più lampante: è impossibile fuggire dai propri demoni. Il faro che da piccolo ha segnato per sempre la vita del protagonista, tornerà anche nel momento più tragico e allo stesso tempo importante del suo percorso, assumendo così a simbolo ben più profondo e importante della sua apparenza. Sang-il Lee riesce grazie a un'ottima sceneggiatura (curata a quattro mani con l'autore del romanzo Shûichi Yoshida) e a una regia attenta a farci immedesimare anche nei panni del cosiddetto "villain" del titolo, e nonostante le gesta commesse si riesce a provare pietà o comunque una sorta di flebile speranza per il suo destino. Merito della splendida caratterizzazione, riservata a tutti i personaggi, agevolata ulteriormente da interpretazioni di prim'ordine. Il regista riesce a farci vivere grazie a loro e a scene toccanti e potenti, con un'attenzione particolare (soprattutto nella parte finale) per la fotografia dedicata ai paesaggi che, come non mai, si rivelano dimore di felicità e dolore dinanzi la resa dei conti.

Villain Villain è un film potente ed intenso che per oltre due ore riesce a trascinare lo spettatore, senza tempi morti e con un poker di personaggi memorabili, ognuno alle prese con le proprie difficoltà. Tra amore e morte, odio e dolore, una visione che riesce a regalare diverse emozioni con una disarmante semplicità.

7.5

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