Venom, la recensione del cinecomic con Tom Hardy

Ruben Fleischer confeziona una trasposizione cinematografica ironica ma dal sapore stantio, vecchio e senza particolare originalità.

recensione Venom, la recensione del cinecomic con Tom Hardy
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C'era da aspettarselo. In fondo nemmeno Sam Raimi ci era riuscito nel discutibile Spider-Man 3, ma nel cuore di un appassionato la speranza è sempre l'ultima a morire. Stiamo parlando delle possibilità di riuscita di una trasposizione cinematografica di Venom, il personaggio prima villain e poi anti-eroe Marvel creato trent'anni fa da David Micheline e Todd McFarlane. Un protagonista grintoso e carismatico che nel tempo è stato identificato dai fan del fumetto come una delle più grandi nemesi dell'Arrampica-Muri della Casa delle Meraviglie, divenendo figura iconica, nemico storico, a volte utile alleato. Venom è un personaggio complesso e articolato, che muta al mutare dell'ospite e che trova ragion d'essere nella sola esperienza simbiontica, brutale ma a modo suo brillante, mostruoso soprattutto nella forma, dall'umanità fluida, a seconda di chi sia il corpo.
Quello storico, si sa, è quello di Eddie Brock, giornalista fallito dall'etica ormai ridotta a un colabrodo. In assenza di Spider-Man, che rappresenta il primo contatto tra Simbionte ed essere umano, la Sony Pictures non poteva quindi fare altro che iniziare da zero e ripartire proprio da Brock, slegando obbligatoriamente il racconto dalla storyline dell'Uomo-Ragno e impalcando una storia che vedesse il solo Eddie protagonista. Il risultato è allora questo Venom, un cinecomic che sa di stantio nonostante una forte carica ironica, stanco nei contenuti, dallo sviluppo blando e prevedibile, purtroppo sbagliato a più riprese.

Dalle stelle, alle stalle

Venom è un cinecomic pensato essenzialmente per le famiglie, non per elettrizzare in particolar modo i fan. È importante sottolinearlo per rendere chiaro ed evidente il ruolo del PG-13 e la totale assenza di sangue - si tratti anche di una sola goccia. I fan avrebbero voluto vedere il Simbionte trasposto al cinema in un ben più libertino Rated-R, ma purtroppo nel mirino di Sony c'era un mercato assai più ampio, che interessava comunque anche al regista Ruben Fleischer e allo sceneggiatore Jeff Pinker. In sostanza, il film è stato sviluppato per adattarsi - almeno idealmente - ai palati più disparati, sfruttando soprattutto la grande carta dell'ironia, che tante porte ha aperto nel passato ai Marvel Studios.
Ci si ritrova così davanti a una vera e propria storia d'origini che pare non voler tenere minimamente conto dell'evoluzione narrativa del genere d'appartenenza, che procede insicura e tonalmente tentennante dall'inizio alla fine, senza vere intuizioni da giocare ma sfruttando esclusivamente una sorta di kit base di partenza. Questo comprende: una confezione sufficientemente piacevole; un grande interprete in Tom Hardy; una serie di co-protagonisti tra l'inutile e il macchiettistico e un comparto action/visivo che oscilla tra il disdicevole e il disastroso, con brevi accenni di personalità, tanto per parafrasare il Pendolo di Schopenahuer e calarci in una concezione filosofica pessimistica della vicenda. In generale, un caos privo d'atmosfera, indeciso su cosa essere ma sicuro sul cosa non essere: un buon film di supereroi - anche se poi si parla di anti-eroi, ma fa lo stesso.
Dopo un prologo tedioso che sembra girato pensando al cinema di serie B più mediocre, che ci racconta l'arrivo dei Simbionti sulla Terra, Venom si adagia per venti minuti buoni sull'ascesa e declino del protagonista, Eddie, da affermato giornalista d'inchiesta pronto a sposarsi con l'amore della sua vita, Anne (una sprecata Michelle Williams), a relitto umano che vive nei bassifondi di San Francisco. Non staremo qui ad anticiparvi le cause del suo declino - non che nascondano chissà quali sorprese -, ma lo stacco tra Eddie "il Figo" Brock ed Eddie "che Disastro" Brock è di circa sei mesi, arco di tempo che il film pare volerci vendere come se fosse un'infinità.

Diciamo che si è inimicato la persona sbagliata, un CEO egomane e con manie bibliche di grandezza interpretato da Riz Ahmed, a cui qualcuno dovrebbe spiegare che no, le felpe con cerniera sotto la giacca non fanno trendy, ma solo orrore. Sorvolando sul look modaiolo discutibile di Carlton Drake, comunque, c'è da dire che Ahmed fa tutto il possibile per rendere il meno caricaturale possibile il villain, riuscendo solo a sintetizzare un'imperfetta macchietta di Elon Musk.
Una volta a terra, con il circuito etico ormai in tilt e senza più ragazza, Eddie si sente messo all'angolo e si convince di dover entrare nei laboratori della Life Foundation di Drake, scelta che gli costa parte di una comunque traballante sanità mentale e anche sostanzioso dominio sul suo corpo, dato che viene scelto come ospite da Venom.

Do ut Des

Solo quando si innesca il rapporto simbiontico tra Eddie e Venom il film inizia a ingranare. Questo purtroppo non significa che migliori in tutto, ma che effettivamente si comincia a intuire perché il film pecchi così tanto di auto-indulgenza nei toni. In termini di sceneggiatura, comincia infatti un susseguirsi di battute e scambi dialogati che hanno il solo scopo di strappare più di una risata - e ci riescono, sia chiaro -, ma al contempo sembra vogliano anche distogliere l'attenzione da un contorno arido d'inventiva. A funzionare - su tutto - è il rapporto tra Eddie e Venom, che porta Tom Hardy a dare ottima prova di sé, anche palesemente divertito nel ruolo, nonostante poi nella versione italiana si perda completamente tutto lo studio della voce dell'attore per dare vita al Simbionte.
I loro battibecchi sono in ogni caso al limite, perché forti di quell'ironia che permea l'intero corpo centrale del film: intrattengono e annaffiano d'infantile e goliardico entusiasmo un titolo altrimenti poco sopportabile a livello tonale, in particolar modo se si tiene conto della scarsità di scene d'azione.
Tra quelle rimaste nel final cut, l'unica ad avere un peso specifico è il lungo inseguimento in moto visto anche nei trailer, ma per due sole ragioni: l'utilizzo del Simbionte nell'economia della fuga e la comprensibilità dello svolgimento. Sì perché, per quanto riguarda il resto del comparto action, Ruben Fleischer è infettato dal brutto "Morbo dell'Azione Impenetrabile", che colpisce le terminazioni nervose quando si tratta di mettere in scena delle sequenze movimentate.

La colpa, in questo caso, è anche di una CGI pastosa e posticcia che caratterizza il simbionte: quando Venom combatte contro degli esseri umani, generalmente si utilizza la scappatoia del fumo o della notte per eludere l'occhio vispo dei cinefili attenti. Quando invece si tratta di mettere in scena combattimenti tra simbionti, allora tutto assume i paradossali e grotteschi connotati di una sorta di danza d'accoppiamento tra il Pongo e il Das; scontri plastici e gommosi che nei passaggi essenziali vengono aiutati dal rallenty, così da coadiuvare il generale comprendonio, che comunque difficilmente resta sorpreso o attratto da combattimenti così poco armonici e scompigliati.
In definitiva, Venom vive in uno scostante e iniquo rapporto di Do ut Des con la controparte fumettistica, dalla quale prende tanto e prende male e alla quale restituisce poco. La compatibilità, diciamo, non è elevatissima, e quello che rimane è un corpo sovreccitato, accaldato e stanco destinato a una salvifica atrofizzazione.

Venom Venom non è il cinecomic che si desiderava. È un titolo che impiega molto tempo prima di ingranare, e quando lo fa pecca di autoindulgenza nell'utilizzo dell'elemento ironico, funzionale e divertente soprattutto nella parte centrale dell'opera. L'interpretazione di Tom Hardy si rivela credibile e svagata, con l'attore estremamente a suo agio nei panni di Eddie Brock e nella relazione disadattata con il Simbionte alieno, tra paura, redenzione e perdita di sanità mentale -almeno all'inizio. Il resto è purtroppo un disteso deserto di aridità inventiva, privo di floride intuizioni e di Oasi action dove riposare o svagarsi. L'indecisione stilistica e tonale e l'azione caotica e poco chiara sono forse i più grandi problemi di un film che prende tanto della controparte fumettistica e restituisce invece pochissimo, in un rapporto Simbiontico che si palesa e concretizza in una lenta atrofizzazione del corpo artistico dell'opera.

5

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