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Velvet Buzzsaw, la recensione del film Netflix con Jake Gyllenhaal

Dopo Lo Sciacallo, Dan Gilroy torna a collaborare con Jake Gyllenhaal confezionando un film affascinante ma forse troppo superficiale.

recensione Velvet Buzzsaw, la recensione del film Netflix con Jake Gyllenhaal
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Il cinema di Dan Gilroy si preoccupa di approfondire curiosi outsider del mondo contemporaneo. È come se prendesse una categoria, quella degli emarginati o dei "superiori", e tentasse di sviscerarne i più intimi segreti, le più ostili dicotomie dell'animo. Lo ha fatto occupandosi dell'arrivismo mediatico e della totale mancanza di onestà nell'ottimo Lo Sciacallo, continuando poi su questa strada di mutamento (o rivelazione) in negativo con End of Justice, dove i protagonisti sono a loro modo personaggi problematici che prima scelgono di cambiare vita per farsi del bene, ma successivamente vengono travolti dal fiume in piena dell'opportunismo, che distrugge etica e sentimenti.
È un fil rouge, questo della corruzione morale, che tiene insieme la filmografia del regista e sceneggiatore, che con Velvet Buzzsaw - appena approdato su Netflix - sceglie di addentarsi in un mondo, quello delle gallerie d'arte, che non ha scampoli di salvezza, sorretto interamente su di un impianto fintamente virtuoso che nasconde al suo interno ambizioni scellerate e vizi tutt'altro che scontati.

Se c'è morte, allora è arte

Nel panorama dell'arte contemporanea di Miami Beach, Gilroy costruisce un thriller-horror satirico che trova la sua principale forma espressiva nei volti di Jake Gyllenhaal e di Rene Russo, nei rispettivi panni di Morf Vanderwalt, affermato critico d'arte, e di Rhodora Haze, a capo di una delle più importanti e blasonate gallerie della città. I soli nomi dei due (bravissimi) protagonisti principali e l'ambiente nel quale proliferano senza ritegno, imponendosi sul corpo strutturale della scena contemporanea americana come cellule cancerose, mal disposte a sopperire a qualsivoglia trattamento, dà già l'idea di satira del regista. I suoi personaggi - anche i comprimari - sono tutti estremamente sopra le righe nella loro blanda superficialità, che ne estremizza al contempo tratti caratteriali ed estetici, rendendoli burattini caricaturali nelle mani dell'autore, con nomi altisonanti e stravaganti , assoggettati al lusso e al mondo vizioso che li circonda, persino annoiati.
Il solo elemento che accomuna tutti è la passione per il proprio lavoro, l'idea di continuare un percorso d'affermazione o di riconoscimenti che in definitiva è fulcro centrale e primario delle loro esistenze. E non è certo una falsa vocazione, perché l'arte necessita di gente realmente ossessionata dalla lettura intrinseca di un'opera, capace di riconoscerne il valore (puramente creativo o solo economico) dove altri vedono magari solo noiosissima e impenetrabile normalità.
La storia di questo coacervo di protagonisti inizia realmente quando Josephina (Zawe Ashton), emergente agente alle dipendenze della Haze, si imbatte accidentalmente nel corpo morto del vecchio Vetril Dease, uno degli abitanti del suo stesso palazzo. Entrando nel suo appartamento, questa scopre che l'anziano era un artista eccezionale e prolifico, con una collezione di tele superiore ai 1000 pezzi, che lo stesso Dease voleva fossero "bruciate" e che invece Josephina trafuga e cerca di piazzare sul mercato.
Qui entrano in scena Rhodora e Morf: la prima costringe sostanzialmente la sua pupilla a rimettersi nelle mani della sua galleria e a passarle una percentuale importante dei futuri guadagni, mentre il secondo, catturato ed estasiato dall'oscura vitalità del tratto e dalle idee di Dease, se ne accaparra i diritti di sfruttamento per un libro.

Questo vecchio sconosciuto e defunto diventa improvvisamente adorato dai più ricchi appassionati d'arte contemporanea del mondo, anche grazie a un potente lavoro mediatico di Rhodora, che tra tutti è forse il personaggio più corrotto, pronto a qualsiasi cosa pur di arrivare al guadagno, con quanti più zeri possibili. In lei c'è, tra le altre cose, il senso del riciclo culturale e lavorativo, essendo stata da giovane membro della band punk-rock Velvet Buzzsaw e poi riscopertasi amante del genio creativo contemporaneo, abusando peraltro dello stesso motto: "se c'è morte, è arte".
Prendendo così alla lettera questa sorta di mantra di Rhodora, Gilroy comincia a dare un'esistenza alle opere di Dease, che in qualche modo iniziano a tormentare e uccidere chiunque sia entrato in contatto con l'avvolgente e imperscrutabile lavoro del compianto artista, traendone però profitto.

Merce pericolosa

Se madre! di Darren Aronofsky era pura masturbazione creativa incentrata sulla potenza biblica e ciclica dell'ispirazione e dell'arte, con uno schiaffo in piena faccia rivolto alla critica e al pubblico detrazionista, considerato violento e moralmente inadatto a percepire la forza di un'opera e il sacrificio dietro alla sua creazione, Velvet Buzzsaw è invece un titolo che poggia esclusivamente sulla volontà di puntare il dito contro la sola mercificazione artistica.
Non riesce ad andare oltre o a costruire un'analisi sagace e funzionale all'interno di un impianto satirico tutto sommato intrigante, declinando lo sconforto dell'artista e la brutalità degli espositori (o produttori) e critici di settore (anche cinematografico, più esteso) in un film di genere, che conquista soprattutto quando abbraccia l'horror nella sua totalità, risultando altrimenti un contenitore di belle ma vuote parole, con un'estetica neanche particolarmente virtuosa. È come se Dan Gilroy volesse puntare interamente alla satira nel mondo dell'arte, per giunta esclusivamente contemporanea, quindi subdola perché poco chiara, priva di forme definite, di topoi adeguati, di una vivida sorgente di pensiero.
A questo si aggiunge anche la stereotipata (ma molto efficace) figura del critico, sempre sopra le righe, ossessionato dalla ricerca di paroloni che descrivano l'essenza - o l'assenza - delle catarsi vissute - o mancate - nel mentre dell'immersione visiva e sensoriale in un'opera.

Jake Gyllenhaal diventa allora il mezzo interpretativo perfetto per un dipinto tanto superficiale ma divertito di questa figura così blasonata e oltremodo subdola, che vive di passione e ideali ed è pronta anche a un sacrificio economico pur di rispettarli, salvo poi relazionarsi e appartenere a un mondo dove tutto questo è praticamente inapplicabile. Non è in alcun modo un film noioso o vicino al disastro, perché diverte, intrattiene e il messaggio arriva, anche se per nulla approfondito o argomentato, ma poteva avere una forza dirompente del tutto unica, persino eccitante e visivamente molto più ricercata.
È un'opera molto interessante che ammalia senza però scombussolare nulla dentro, senza neanche riuscire a far infervorare a dovere come appunto faceva madre!, in piena libertà creativa. Siamo dalle parti di un più che valido e godibile guilty pleasure.

Velvet Buzzsaw In Velvet Buzzsaw, Dan Gilroy continua la sua ricerca introspettiva dell'animo umano, dedicando le proprie risorse autoriali all'affascinante e imperscrutabile mondo dell'arte contemporanea. Ne viene fuori un thriller-horror di impianto satirico divertente ma superficiale, vittima di stereotipi ormai abusati e di un approfondimento mancato della (comunque interessante) critica alla mercificazione dell'arte. È come se il regista puntasse il dito a vuoto, confezionando però il gesto con trovate estetiche di genere quantomeno stuzzicanti e riuscite. Le performance di Jake Gyllenhaal e di Rene Russo sono probabilmente l'aspetto migliore del film, che arriva senza imprimersi, come un'opera di stile senza però un'anima precisa.

6.5

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