Recensione Veloce come il vento

A cinque anni da Gli sfiorati, il romano Matteo Rovere torna dietro la macchina da presa per raccontare in Veloce come il vento il non facile rapporto tra fratello e sorella piloti automobilistici.

recensione Veloce come il vento
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"Se hai tutto sotto controllo significa che non stai andando abbastanza veloce".
È questa osservazione del pilota automobilistico Mario Andretti soprannominato Piedone ad introdurre Veloce come il vento, terzo lungometraggio diretto dal romano classe 1982 Matteo Rovere, il quale, a quanto pare, ha avuto l'idea per questo suo ritorno dietro la macchina da presa qualche anno fa, quando incontrò casualmente il vecchio meccanico esperto di preparazione ed elaborazione di motori Antonio Dentini.
Infatti, pare che quest'ultimo gli raccontò, tra l'altro, la storia del Carlo Capone cui si ispira, appunto, il Loris De Martino che, ex asso del volante ormai totalmente inaffidabile e perennemente dedito all'assunzione di sostanze stupefacenti, consente a Stefano Accorsi di sfoderare una delle sue migliori prove d'attore.
Un Loris De Martino che, in parte vicino all'Ivan"Freccia"Benassi incarnato dallo stesso Accorsi in Radiofreccia, in parte non distante dal Cesare Ferretti di Amore tossico, torna inaspettatamente a casa della sorella minorenne Giulia, anch'ella eccezionale talento dei bolidi ma trovatasi all'improvviso a dover affrontare la corsa e la vita.

(Ben)assi del volante

La Giulia cui concede anima e corpo la esordiente (e convincente) sul grande schermo Matilda De Angelis e che, dopo aver partecipato a soli diciassette anni al Campionato GT sotto la guida del padre, finisce, appunto, per dover portare avanti il non facile rapporto con il bizzarro fratello.
Rapporto ovviamente destinato a porsi al centro delle quasi due ore di visione; man mano che entrambi i protagonisti si vedono costretti a lavorare insieme in un susseguirsi di adrenalina, situazioni più o meno grottesche ed emozioni forti che li conducono a scoprire quanto sia difficile ed importante provare ad essere una famiglia.
Perché, sebbene una certa spruzzata di celluloide di genere venga suggerita sia dalle tutt'altro che disprezzabili sequenze riguardanti le gare su quattro ruote che dal lungo inseguimento - giocato in maniera molto abile sul montaggio - con auto e motocicletta per le strade, è chiaramente un parallelismo tra la velocità del motore e quella degli affetti ciò che l'autore di Un gioco da ragazze intende portare in scena.
Un parallelismo che, senza dimenticare una indispensabile spruzzata d'ironia, concretizza in maniera piuttosto atipica fondendo un classico dramma tricolore ad immagini che possono in più occasioni richiamare alla memoria determinati esempi di intrattenimento nostrano su pellicola risalenti al passato, da Poliziotto sprint di Stelvio Massi a Car crash di Antonio Margheriti.
Con risultati non eccelsi, ma che rappresentano indubbiamente i migliori della ancora breve filmografia roveriana.

Veloce come il vento Un film d’azione, ma anche e soprattutto di personaggi approfonditi e ispirati a fatti e incontri reali. È ciò che intende essere Veloce come il vento, terza fatica registica del giovane Matteo Rovere, il quale ribadisce in questo caso l’importanza dei legami familiari miscelando sapientemente un non facile rapporto tra fratello e sorella con molta differenza di età, la tossicodipendenza e l’universo delle corse automobilistiche. Miscela al cui interno Stefano Accorsi - affiancato da una lodevole Matilda De Angelis - risulta più convincente del solito nonostante la sua immancabile recitazione urlata... al servizio di un’operazione che, con al proprio centro l’importanza dei legami familiari e le grosse difficoltà da affrontare per mantenerli saldi, dopo il dimenticabilissimo Gli sfiorati testimonia fortunatamente un notevole miglioramento da parte del suo autore, il quale si rivela anche piuttosto dotato per poter affrontare il cinema di genere.

6.5

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