Recensione Vanishing on 7th Street

Quando le tenebre uccidono, la luce è l'unica via di scampo

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"Non vi sarà più notte e non avranno più bisogno di luce di lampada, né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli."Libro dell'Apocalisse.Ben si adattano questi apocalittici versi all'incipit narrativo di Vanishing on 7th street, ultimo film di Brad Anderson, già regista dell'ottimo L'uomo senza sonno e Transsiberian. Ennesima pellicola in cui la fine del mondo si abbatte inesorabilmente sull'America, aveva potenzialmente una trama originale da cui trarre un buon prodotto di genere dedicato agli appassionati dei thriller di tematica fantastica / paranormale, con un cast di tutto rispetto. Hayden Christensen, Thandie Newton, John Leguizamo e il giovane Jacob Latimore sono i quattro sperduti sopravvissuti che si muovono all'interno di questa trama tanto affascinante quanto confusa e lacunosa. Improvvisamente le ombre hanno cominciato a "risucchiare" i corpi delle persone, lasciando come segno della loro esistenza soltanto i vestiti e gli oggetti che queste avevano addosso prima di scomparire. Inoltre tutte le forme di comunicazioni elettrica, siano esse automobili, lampade collegate alla corrente, cellulari ed elettrodomestici hanno smesso improvvisamente di funzionare. La luce è l'unica salvezza, che impedisce alle tenebre di ghermire nuove vittime, ma anche la durata stessa delle ore di sole è inspiegabilmente diminuita, portando a notti quasi perenni. Quattro survivor si ritrovano all'interno di un bar, e, dopo le prime reticenze, cominciano a fidarsi l'uno dell'altro e a collaborare. Luke (Hayden Christensen) è un giornalista che ha perso la sua fidanzata, James (Jacob Latimore) è un ragazzino in attesa del ritorno di sua madre, Rosemary (Thandie Newton) è una dottoressa alla ricerca di suo figlio di solo nove mesi e Paul (John Leguizamo), proiezionista di un cinema, è scampato fortunosamente all'oscurità, rimanendo però gravemente ferito. Il locale è alimentato grazie a dei potenti generatori a benzina, ma ora le scorte stanno inesorabilmente finendo. Dove trovare la salvezza, nel bel mezzo del buio più assoluto?

Turn on the light

Dopo la visione di Vanishing on 7th street forse si riesce a comprendere perché ad Hollywood si stiano producendo soltanto remake: gli sceneggiatori di una certa qualità evidentemente devono essere ancora in sciopero. E questo pur tralasciando le numerose ingenuità e cali di stile che si osservano nell'arco di tutto il film, che, fino a cinque minuti dalla fine, riesce comunque a coinvolgere discretamente come mero prodotto di genere. Un finale fortemente ridicolo, per nulla credibile, che inoltre non svela assolutamente nulla sulla causa di quest' "armageddon" cinematografico. Dove sono finite le persone scomparse? Perchè si sentono le loro voci provenire dalle tenebre? E' uno strano modus operandi divino per punire l'uomo dei suoi peccati? E' un epidemia causata dall'uomo stesso? Potete porvi tutte le domande che volete, tanto non avrete risposte. Paradossalmente, con un arco narrativo diluito in una dose maggiore di tempo, probabilmente in una mini-serie tv, si sarebbe potuta cercare una costruzione della storia più logica e meno raffazzonata di quella proposta in questi novanta minuti scarsi. Lo sceneggiatore Anthony Jaswinski tenta di fare lo Stephen King della situazione, ma non ha neanche un barlume del genio del Maestro di Bangor. L'ispirazione della vicenda deriva dal "mistero" della Colonia di Roanoke, dove nel 1586 più di cento persone scomparvero nel nulla senza lasciare traccia. Ma la spiegazione più plausibile, e cioè quella che i coloni si siano integrati con le popolazioni indigene indiane delle isole circostanti, nel film non viene neanche lontanamente menzionata, lasciando adito all'ignoto più fitto e inquietante. Per quanto riguarda scopiazzature e rimandi a classici più o meno conosciuti del genere, anche a livello registico, non può che tornare alla memoria una delle pellicole cardine del filone spiritico / apocalittico dell'era recente, quella piccola perla che risponde al nome di Kairo - Pulse del regista giapponese Kiyoshi Kurosawa (da cui è stato tratto, guardo caso, uno sciatto e superficiale remake americano). Naturalmente riferimenti solo a livello teorico, che Brad Anderson non riesce ad esprimere pienamente su schermo sia per colpa della debolezza della trama, sia per una certa ripetitività visiva delle situazioni, e dopo la prima mezzora il giochetto "fuggi dal buio - vai verso la luce" diventa noioso e anche un pochino irritante. Niente a che fare dunque con le atmosfere malate e opprimenti de L'uomo senza sonno: qui il mood generale che permea gli ambienti e i personaggi è giocato quasi tutto sulla fotografia e sui giochi di luci e ombre, che stanno a significare la vita o la morte degli "interessati". A tal proposito il cast offre delle prove altalenanti: se Christensen sforna un'interpretazione, seppur non memorabile, quantomeno discreta, non si può dire lo stesso per una scialba Newton e un Leguizamo visto in forma migliore. Il giovane Latimore, vista l'età, viene rimandato a settembre. Stessa sorte che non possiamo concedere ad Anderson e al suo film, che è destinato ad un buio oblio.

Vanishing on 7th Street Vanishing on 7th street aveva delle potenzialità, grazie a una trama affascinante e a un regista dall'ottimo passato come Brad Anderson. Peccato che il film non le sfrutti, e dopo la prima mezzora il mordente scada nella noia e in citazioni più o meno infelici, fino all'assurdità dell'epilogo. Per colpa di una sceneggiatura precaria e una regia ripetitiva, ben presto si comincia a sperare che le tenebre riempano interamente, ed il prima possibile, lo schermo. Per la serie, facciamolo nero.

5

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