Van Gogh - Sulla Soglia dell'Eternità, recensione del film con Willem Dafoe

Willem Dafoe interpreta il leggendario pittore olandese Vincent Van Gogh nel nuovo film del regista Julian Schnabel.

recensione Van Gogh - Sulla Soglia dell'Eternità, recensione del film con Willem Dafoe
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A parte il recente e acclamato film d'animazione Loving Vincent, nel corso degli anni diversi prodotti hanno provato a raccontare la vita del visionario pittore olandese Vincent Van Gogh, la cui figura è stata trattata da alcuni dei registi più importanti del secolo scorso e che è già rinata nei volti di Kirk Douglas (Brama di Vivere di Vincente Minnelli e George Cukor), di Tim Roth (Vincent & Theo di Robert Altman, forse il più bello), addirittura di Martin Scorsese (il regista interpretava Van Gogh in Sogni di Akira Kurosawa) e più recentemente di Benedict Cumberbatch (nel film tv Van Gogh - Lettere della Follia di Andrew Hutton).
Essere specifici attraverso un soggetto così famoso e soprattutto una vicenda tanto celebre non è compito facile, ma Julian Schnabel e Willem Dafoe raccolgono la sfida con piglio deciso e idee chiare, intenzionati a conferire a questo Van Gogh - Sulla Soglia dell'Eternità quella dose di peculiarità fondamentale non solo per distinguersi dagli illustri predecessori di cui sopra, ma eventualmente anche riuscire a reggerne il confronto.
Concentrandosi in maniera mirabile sugli ultimi anni della travagliata vita dell'artista, e soprattutto sull'amicizia agrodolce che lo legava (anche in maniera drammatica) al collega Paul Gauguin, Schnabel realizza un film crepuscolare e schietto, per quanto piuttosto ossequioso, le cui sfumature arrivano per la maggior parte dalla performance disinvolta, pacata e quasi fanciullesca del meraviglioso attore protagonista intorno al quale l'opera è incorniciata.

Autoritratto con orecchio bendato

Estatico e trasognato, rilassato e mai esagitato, come invece viene descritto il furente personaggio protagonista (idiosincrasia, questa, che potrebbe essere fonte di un disastroso cortocircuito per il film, ma che viene incarnata splendidamente nel volto di Dafoe), Van Gogh - Sulla Soglia dell'Eternità cerca di restituire sullo schermo quell'immersione totalizzante, onirica e acquosa suscitata dai dipinti dell'artista, e infatti l'opera brilla molto di più durante i suoi passaggi meno narrativi, quando cioè smette di raccontare e contempla.

Dopo più di vent'anni dal suo esordio (avvenuto, guarda caso, con il biopic Basquiat, sul graffitaro newyorkese Jean-Michael Basquiat) questo regista tutt'altro che prolifico ma evidentemente molto interessato all'arte (in Prima Che Sia Notte c'era la poesia, per non parlare de Lo Scafandro e la Farfalla) torna a raccontarla concentrandosi, più che sull'ambizione necessaria a diventare uno dei più grandi pittori della Storia, su un metafisico senso di arrendevole e malinconica predestinazione: il Van Gogh di Willem Dafoe sa di essere destinato ad avere successo, ma anche che questo gli sarà riconosciuto in un'epoca che per le sue spoglie mortali sarà anagraficamente irraggiungibile.
C'è un forte senso di rassegnazione in questo (e infatti Van Gogh lo dirà, sente di aver vissuto nell'epoca sbagliata) ma è anche l'elemento che dà al film un'identità ben precisa: nonostante ci racconti di eventi piuttosto turbolenti della vita del pittore post-impressionista - l'amicizia complessa e complessata con Gauguin, il taglio dell'orecchio e la morte, che il film decide di rappresentare come omicidio - l'opera al contrario è sempre rilassata, consapevole (come il suo protagonista) che solo attraverso "la fine" arrivi la gloria tanto attesa.

Vecchio che soffre

Se il punto debole più evidente di Van Gogh - Sulla Soglia dell'Eternità è la narrazione e il suo sviluppo (la sceneggiatura è scritta a quattro mani da Jean Claude Carriere e Schnabel stesso), il film resta comunque efficace sotto tanti altri aspetti, non ultimo quello visivo. Grazie alla fotografia di Benoit Delhomme, che predilige obiettivi grandangolari, le immagini sono sempre in grado di rispecchiare al meglio la prospettiva con la quale il protagonista guarda e vede il mondo; stesso discorso per la colonna sonora dissonante e inquieta di Tatiana Lisovskaya, composta da suoni di pianoforte quasi impercettibili, incorporei, alquanto calzanti con la visione eterea di Schnabel.
Il film è evidentemente interessato a creare una correlazione fra i propri fotogrammi e le opere d'arte di Van Gogh che tutti noi conosciamo, con la cinepresa di Delhomme che si rifà all'occhio naturalista di Terrence Malick nel riprendere dettagli delle foglie, dei rami e delle radici degli alberi, delle grandi praterie e dei terreni rocciosi e aridi che tanto affascinano il protagonista (e che così tanto lui ha saputo rendere affascinanti).

Fra i momenti più riusciti, che meglio restituiscono il tono del film, vi è senza dubbio quello del campo di girasoli morti, con un sound design esasperato che viene contrastato dal quieto voice-over di Van Gogh: "Di fronte a un paesaggio non vedo altro che l'eternità".
Purtroppo la parte drammatica non riesce mai a lasciare un impatto forte, colpa anche di dialoghi molto didascalici, ma Dafoe sopperisce ai difetti con una prova esemplare: il suo viso, così accidentato e riempito com'è da questi enormi occhi blu languidi, che fanno capolino dal tanto malconcio quanto iconico cappello di paglia del pittore, sembra uscito direttamente da uno degli inestimabili autoritratti vangoghiani, dotati di mestizia e vivacità in egual misura.
Un po' come questo lungometraggio, che a differenza di altri recenti biopic (Bohemian Rhapsody) sa come restituire in forma filmica le stesse emozioni che dilaniavano l'anima del protagonista, che così bene le aveva impresse nei suoi dipinti.

Van Gogh - Sulla Soglia dell'Eternità Julian Schnabel e Willem Dafoe dipingono un Van Gogh illuminato, pacato e malinconico, già ampiamente consapevole della grandezza che gli garantirà il futuro: l'interessante guizzo cinematografico innesca un cortocircuito fra narrazione (incentrata su fatti drammatici, tempestosi e violenti) e immagini (naturaliste, contemplative), che però curiosamente funziona sempre, anche grazie al lavoro certosino dell'attore protagonista. A soffrire questa strana commistione fra toni ed eventi è lo svolgimento, poco coinvolgente perché ritenuto superfluo dall'impianto filmico stesso.

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