Recensione Vampires

Il cacciatore di vampiri Jack Crow deve affrontare il primo succhiasangue mai esistito in Vampires, avvincente horror western di John Carpenter.

recensione Vampires
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Jack Crow è il leader di un gruppo di cacciatori di vampiri operante nel Nuovo Messico. Dopo una delle ultime missioni concluse con successo, la banda viene attaccata durante i festeggiamenti da Valek, un Maestro Vampiro dotato di poteri ben superiori a quelli dei suoi simili; il party si trasforma così in un massacro e gli unici a sopravvivere sono Jack e la sua spalla destra Tony Montoya. Insieme ai due fuggitivi vi è anche la prostituta Katrina, morsa da Valek e ora in contatto telepatico col succhiasangue: proprio grazie alla connessione mentale della donna Jack scopre che il Maestro è sulle tracce di un'antica reliquia cristiana in grado di donare alla sua razza la capacità di sopravvivere alla luce del sole. Con l'aiuto di padre Guiteau, un sacerdote agli ordini del potente cardinale Alba, Jack e Tony dovranno impedire che i non morti diventino ancora più potenti.

La caccia è aperta

Non vi è dubbio che il western classico sia stata una delle maggiori ispirazioni nello stile artistico di John Carpenter, nonostante non abbia mai realizzato un vero e proprio film di frontiera, almeno nella sua accezione più pura del genere. Ma tutto il Cinema del maestro newyorchese ha risentito di queste influenze come anche nel caso di Vampires, curioso ed avvincente ibrido con l'horror che eleva gli stilemi della serie b verso livelli di puro godimento cinefilo. Le atmosfere del vecchio west sono una costante in questo libero adattamento del romanzo di John Steakley, viaggio on the road tra le desertiche ambientazioni del New Mexico che vede per assoluto protagonista l'anti-eroe interpretato da James Woods, faccia giusta al posto giusto. Un film dove i vampiri sono finalmente creature brutali e selvagge, lontani dallo stereotipo gotico troppo spesso affibbiatogli, e in cui il backgorund narrativo gioca un ruolo fondamentale, con stoccate anticlericali (geniale il design della croce "fallica" usata per il rituale) anche nel delineare la genesi del vampirismo stesso. Dopo un inizio che con beffarda ironia ci introduce al compito di Jack e dei suoi uomini, ha inizio il primo vero e proprio massacro della visione con l'entrata in scena del potente maestro succhiasangue (un ottimo Thomas Ian Griffith) che squarta e uccide nei modi più brutali la maggior parte dei cacciatori. Da lì in poi l'attenzione si concentra sul trio (poi quartetto) di sopravvissuti, con risvolti a tratti improbabili (la love story in divenire tra Montoya e la "contagiata" Katrina) e altrove assai ispirati, in primis l'epilogo che cita più o meno platealmente il finale di Il fiume rosso (1948) di Howard Hawks, tra i registi più apprezzati e omaggiati dal cineasta. Il sangue scorre copioso nelle due ore di visione ma il taglio volutamente ottantiano non esagera mai nella crudezza gore, dando vita ad uccisioni più divertenti che spaventose (assai efficaci le autocombustioni dei vampiri, realizzate artigianalmente e senza ausilio di effetti speciali computerizzati) che ben rispettano l'anima piacevolmente grezza dell'operazione, sorta di omologo old-style del poco precedente Dal tramonto all'alba (1996) di Rodriguez, uscito pochi mesi prima e già debitore a sua volta proprio del cinema carpenteriano.

Vampires Elevare il cinema di serie b a livelli più alti è un compito che riesce solo ai grandi maestri, e con Vampires John Carpenter non ha fatto altro che seguire le linee guida della sua gloriosa carriera. Adattando con molte libertà l'omonimo romanzo di John Steakley, il regista americano ha realizzato un sovrannaturale western moderno guardante ai classici e flirtante con l'horror, dando vita ad un ibrido divertente e cazzuto nel quale per una volta tanto i succhiasangue si distaccano dall'alone gotico per palesarsi creature selvagge e affamate trovandosi però alle prese con un temibile e implacabile anti-eroe con il volto tagliente di James Woods. Tra citazioni cinefile e pungenti riferimenti anticlericali la visione sfrutta al meglio le polverose ambientazioni desertiche, perfetto luogo per gli avvincenti scontri che rimandano e non poco alla sanguinosa carneficina de Il mucchio selvaggio (1969), solo uno dei tanti cult di frontiera qui omaggiati più o meno velatamente.

7.5

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