Utoya, 22 July: la recensione del film di Erik Poppe sulla tragedia norvegese

La tragedia norvegese dell'estate del 2011 è raccontata con un thriller tesissimo, impostato su un lungo, incalzante piano-sequenza.

recensione Utoya, 22 July: la recensione del film di Erik Poppe sulla tragedia norvegese
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Quella del 22 luglio 2011 è una ferita ancora aperta per il popolo norvegese: quel giorno persero la vita settanta giovani, uccisi a sangue freddo da Anders Behring Breivik, estremista di destra che dopo un primo attentato a Oslo prese di mira l'isola di Utoya, eliminando decine di persone e ferendone qualche centinaio, fisicamente o psicologicamente. A distanza di quasi sette anni l'argomento arriva al cinema, con un approccio molto personale che si concentra, seppure in forma romanzata, sulle vittime e non sul carnefice: Breivik non viene mai nominato direttamente (nelle obbligatore scritte finali è identificato solo come "l'autore degli attentati"), e appare solo da lontano, quasi come un'ombra da film horror.
Il cuore del film di Erik Poppe (Troubled Water, The King's Choice), presentato in concorso alla 68ma edizione della Berlinale è la giovane Kaja (Andrea Berntzen), che lotta non solo per la propria sopravvivenza ma anche per quella della sorella minore Emilia, presente con lei sull'isola nel giorno fatidico.

Corsa contro il tempo

Poppe apre il film con immagini d'archivio del primo attentato nella capitale norvegese, prima di passare al fulcro della vicenda, raccontato tramite un lungo, straziante piano-sequenza, girato in tempo reale per riflettere la vera durata dell'attacco di Utoya: dal primo colpo di pistola passano esattamente 72 minuti, gli stessi della vera strage prima che arrivassero i soccorsi. Focalizzandosi sul suo giovane cast, e su Berntzen in particolare, il regista restituisce l'orrore di una giornata nerissima puntando sulla componente umana: la politica viene accantonata per realizzare un thriller allo stato puro, un esercizio di stile che però non è mai ostentato (a differenza di Birdman o Victoria), un prodotto dove il contenuto e la forma vanno di pari passo all'insegna di una tensione costante, palpabile. Quella di Poppe era forse l'unica scelta sensata per mettere in scena il massacro, date le evidenti e scomode implicazioni politiche di un eventuale progetto che poneva l'accento sul personaggio di Breivik (la cui situazione giudiziaria rimane un elemento controverso in patria).
Così facendo il cineasta ha potuto celebrare l'istinto di sopravvivenza e la bontà umana, senza dilungarsi in maniera pornografica sulla violenza: il sangue e i cadaveri sono presenti, ma non distraggono mai dal cuore intimo della storia, messo al centro con ritmo frenetico e senza stacchi di montaggio, dando al panico di allora un'identità tematica e visiva dall'impatto fortissimo. Il risultato è un'esperienza cinematografica davvero catartica, destinata a far discutere e riflettere su un atto di follia che al giorno d'oggi, purtroppo, non è un caso isolato.

Berlinale68 Il regista norvegese Erik Poppe mette in scena uno dei capitoli più tragici della storia recente del suo Paese optando per un thriller che accantona la politica e la follia del killer (mai esplicitamente identificato) e si concentra sull'aspetto umano, sulle vittime, la cui corsa per la sopravvivenza è rappresentata tramite un ininterrotto piano-sequenza che restituisce in modo viscerale e coinvolgente il caos e il panico del 22 luglio 2011. Impeccabile la giovane Andrea Bertnzen, che domina praticamente ogni inquadratura.

8.5

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