Recensione Ustica

Ustica, 36 anni dopo: un nome che ancora incute timore e rammenta le ombre della nostra storia. Renzo Martinelli, l'autore delle 'ricostruzioni scomode', propone la sua versione dei fatti di un caso che probabilmente non verrà mai chiuso definitivamente.

recensione Ustica
Articolo a cura di

Ustica è un'isola siciliana al largo di Palermo. Quando vengono nominate altre isole della Sicilia - ad esempio Lipari, Salina, Vulcano - le immagini che risalgono alla mente sono quelle del locus amoenus, fatto di calura estiva, macchia mediterranea, fotografie sgranate. Ad alcune - come Pantelleria e Salina - viene associato Il postino di Troisi, ad altre - come la Lisca Bianca e le Eolie in generale - si ricollega L'avventura di Antonioni. Caro diario di Nanni Moretti indugia su svariate isole, fino alla remota e selvaggia Alicudi. E come non ricordare lo scult, in salsa tipicamente anni '90, di Panarea, il film di Pipolo ambientato sull'omonima isola? Poi c'è Ustica. Un nome che è diventato uno stigma, talmente potente da farci talvolta dimenticare che stiamo parlando di un'isola, di un piccolo Eden terrestre. Nella memoria collettiva non esiste più Ustica, ma solo la strage di Ustica - e i segreti di Stato che porta con sé. Uno dei tanti interrogativi e dei capitoli più bui della recente storia italiana, che trova in Renzo Martinelli la voce per tornare sugli schermi.

UNA SPOSA AMERICANA, UN'AMANTE LIBICA

È il 27 giugno 1980. L'aereo di linea Douglas DC-9 della Itavia, decollato da Bologna e diretto a Palermo, non risponde alle comunicazioni da terra. Non arriverà mai a Palermo e solo dopo alcune ore, alle prime luci dell'alba, ne verranno ritrovati i detriti nello spazio marittimo compreso fra Ustica e Ponza. Un bilancio agghiacciante di 81 morti, compresi i membri dell'equipaggio. L'aereo pare essersi squarciato in volo. Il grande interrogativo sulla causa della disgrazia campeggia su tutti i mezzi di informazione. Fra le prime ipotesi, quella di una bomba a bordo o di un cedimento strutturale. Ma qualcosa non quadra, soprattutto quando viene dato l'annuncio di un caccia militare libico (un MiG-23) ritrovato sui monti della Sila in Calabria. Sono gli anni della guerra fredda, anni di forti tensioni, in cui gli Stati Uniti - con le loro basi Nato in Italia - e la Libia appaiono sull'orlo di un conflitto militare. «Noi abbiamo una sposa americana e un'amante libica», disse Andreotti. Ed è su questa pista che si concentra il tentativo di ricostruzione di Martinelli: la pista di un accordo segreto Italia-Libia per permettere agli aerei del Colonnello di raggiungere l'ex-Jugoslavia (erano caccia di fabbricazione russa) e ricevere l'appropriata manutenzione. Per seguirne l'ipotesi - che Martinelli allunga e condisce con una dose di fiction, chiamando all'interpretazione Caterina Murino, Lubna Azabal e Marco Leonardi - invitiamo alla visione del film. Che sicuramente esprime audacia, coraggio, strenua volontà di ricerca, pur con tutti i limiti e le polemiche che una tale ricostruzione inevitabilmente suscita. Soprattutto nel quadro di narrazione da infotainment scelto da Martinelli per raccontare la sua versione dei fatti.

DAL VAJONT A USTICA

Ustica deve il suo nome al latino ustum, bruciato, o al greco Osteodes, ossario. Quasi macabro rileggere la radice etimologica, alla luce della disgrazia dell'81. Una disgrazia che ha già ispirato film, inchieste, documentari e ricostruzioni, a partire dal Muro di gomma di Marco Risi. Per il suo nuovo film, frutto di una coproduzione italo-belga passata sotto numerose traversie, Martinelli si è dedicato a una ricerca ossessiva, cui ha dedicato tre anni di intensa attività, studiando le perizie e le cinquemila pagine di istruttoria, lavorando a stretto contatto con ingegneri aeronautici e studiando tutte le prove a disposizione. Ma soprattutto compiendo una scelta, che è insieme il più grande merito e il più grande limite del film: Martinelli prende una posizione, sceglie su quale versione dei fatti puntare, e la propone allo spettatore. Conferisce alla ricostruzione un tocco da conspiracy thriller, con una soundtrack di tensione e con scene aeree senz'altro non all'ordine del giorno per il cinema italiano. Inserisce una parentesi di fiction, andando a creare un contenitore infotainment con vocazione da thriller politico e internazionale, forse perché vuole avvicinarsi a un pubblico più giovane (o più allargato) e ha preferito servirsi della leva dell'intrattenimento. A un livello prettamente registico, l'approccio "narrativo" della storia è bocciato: pessime prove attoriali, con voci quasi finte e interpretazioni ingessate, scenografie non curate (soprattutto la villetta calabrese sembra più affine ai giorni nostri che agli anni '80) e una fotografia non all'altezza delle ambizioni. Da premiare invece le scene aeree: inquadrature riprese effettivamente in volo, con manovre aeree, su cui sono stati aggiunti i velivoli in post-produzione.

Ustica Di impegno nel film ce n’è molto, e allo spettatore la scelta se concordare con la martinelliana ricostruzione o meno. Una cosa è certa: Martinelli doveva decidere se puntare sul documentario o sul film documentaristico. Ha scelto il secondo, ma avrebbe dovuto operare meglio all’apparato fiction, che non diventa secondario solo perché la lente è sulla ricostruzione dei fatti.

6

Che voto dai a: Ustica

Media Voto Utenti
Voti: 0
ND.
nd