L'uomo invisibile, la recensione del thriller con Elisabeth Moss

Un thriller con il contagocce retto da una fenomenale Elisabeth Moss: L'uomo invisibile è una metafora universale filtrata attraverso il cinema di genere.

recensione L'uomo invisibile, la recensione del thriller con Elisabeth Moss
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C'è una sorta di claustrofobia visiva nelle inquadrature ariose di Leigh Whannell. Come se le pareti stesse ti soffocassero, stando a distanza. Ed è esattamente quello che succede nella prima sequenza de L'uomo invisibile. Ultimo adattamento della celeberrima creazione di H. G. Wells, è riuscito a sbranarsi una fetta di mercato statunitense prima che l'emergenza globale ne impedisse l'uscita in Italia. Da noi, assieme agli altri titoli Universal che hanno subito il rinvio, lo potete trovare sulla piattaforma Chili. Mossa purtroppo obbligata, perché la nuova gallina dalle uova d'oro della Blumhouse (7 milioni di budget, oltre 120 di incasso) avrebbe potuto ribaltare anche il nostro botteghino.
Il motivo? Idea precisa, messa in scena coerente, metafora tremendamente attuale. L'uomo invisibile è un thriller affilatissimo, capace di farci ragionare tra i sobbalzi, lasciandoci un piacevole retrogusto metallico mentre i nostri occhi masticano, affamati. Alziamo assieme il velo.

Amore tossico

Cecilia si sveglia. È notte. Una mano la costringe, sul ventre. È il suo compagno. Ma qualcosa non va. A Leigh Whannell basta la prima inquadratura per descrivere la relazione abusiva tra Cecilia e Adrian Griffin, ricchissimo scienziato nel campo dell'ottica. Non c'è neanche bisogno di vedere lui. Serve solo il volto della donna, deformato dalla paura.
Perché Whannell sta già raccontando noi, aprendo il suo squarcio sulla contemporaneità. Cecilia scappa, trema nell'ombra, schiacciata da una presenza incombente che percepiamo tutti. Sempre, comunque, uno sguardo incessante che appesantisce l'anima.
La metafora è già pronta nelle inquadrature: corridoi vuoti, stanze affilate, spazi inanimati. C'è qualcosa. Non lo vediamo, è l'abisso che ci scava dentro, quando noi non avremmo neanche voluto guardarlo da lontano. Ma l'ossessione è completa. Cecilia sa di aver perso ancor prima di provarci. Perché finché lui la potrà raggiungere, lei non sarà mai al sicuro.
Ecco perché L'uomo invisibile è, purtroppo, sempre attuale. Perché usa il cinema di genere (anche sfiorandolo) per parlare di tutt'altro. Per parlare di stalking.

Stalker allo specchio

Il titolo suggerisce già cosa ci sarà nel film. Eppure Leigh Whannell riesce ad attualizzare la lezione di Wells, rimodulandola per non uscire mai dai binari della sua metafora. Il gioco al massacro, fisico e psicologico, che questa versione di Adrian Griffin compie, è totale. Incombe come alito nella notte, si insinua in soffitta, ci strappa la coperta di dosso, ultimo scampolo di sicurezza. È una lenta erosione, mare che sventra gli scogli. Subire stalking passando per pazza, vedersi strappare via ogni certezza emotiva, ogni vicinanza fisica. Non avere neanche il coraggio di andare a prendere la posta.
L'uomo invisibile si infila sottopelle come un ago dentro al cuore, lasciando una cicatrice enorme. Racconta un'attualità così stringente, così cronachistica, da risultare così vera e genuina tanto più che la pellicola si addentra nel cinema di genere, giocandosi ogni carta possibile per tendere le nostre corde emotive.
Whannell tagliuzza la mente della sua protagonista, sbirciandola, costringendoci dentro gli occhi dello stalker, in un rimbalzo continuo verso quelli della sua preda. Ogni voglia di tensione è soddisfatta, in un mosaico messo in fila gradino dopo gradino.

Il mostro nell'armadio

Elisabeth Moss raccoglie ogni donna vittima di abusi dentro la sua Cecilia. Frantumata tra orgoglio e paura, capace di abbaiare la sua forza al mondo, spaventata, pronta a svenarsi pur di farcela. Il lavoro della Moss è genuino, acuto, come centinaia di urla soffocate a dipingerle il volto.

Credibile sotto ogni aspetto, da bersaglio inerme a treno emotivo. Un'evoluzione continua del personaggio che la Moss sfrutta con maestria, in un viaggio psicofisico nel labirinto di specchi che Adrian ha costruito per lei. Perché L'uomo invisibile compie anche un lavoro certosino nella teoria dello sguardo.
Attraverso il personaggio di Adrian noi osserviamo e siamo spettatori, fotografati da centinaia di occhi digitali, specchi asettici della nostra impotenza. Non solo, veniamo messi a nudo, sporcati di vita ogni volta che decidiamo di non agire, di non aiutare, di essere pubblico passivo della tragedia altrui.

Il film tira fuori la bestia che gorgoglia nel nostro armadio, facendoci compiere gesti impensabili, belluini. Perché la lotta totale contro un nemico invisibile, e mai così reale, porterebbe chiunque sull'orlo del collasso. Ed è proprio qui che il film fa la sua scelta. Netta, precisa, una linea rossa che cola ovunque. Whannell prende la sua posizione dandoci il colpo di grazia, quasi senza appello, in un ultimo sguardo, stavolta estremamente consapevole.
Una conclusione sferzata dal cinema di genere, che la permette, la accompagna, lasciando a noi l'ultima analisi, il dilemma morale. Una sorta di esultanza soffocata, che ci riempie gli occhi di cicatrici. Finalmente visibili.

L'uomo invisibile Cinema di genere che diventa metafora della nostra vita, strati su strati di occhi che ci guardano, e nei quali ci specchiamo. L'uomo invisibile attualizza la lezione di H. G. Wells in un thriller chirurgico, pieno di vuoti asettici in grado di scavarci dentro. Leigh Whannell scrive e dirige in maniera coerente la sua storia, costruendo attorno al personaggio di Cecilia tutte le donne del mondo vittime di abusi. Elisabeth Moss la interpreta con totale dedizione, lottando con mente e corpo contro sguardi dall'ombra. L'uomo invisibile è una lama pronta a lasciare doverose cicatrici.

8

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