Recensione Uomini Senza Legge

Bouchareb torna violentemente ai Days of glory

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"Può accadere che una famiglia si frammenti. Ci sono diversi modi di combattere l'ingiustizia. La ribellione è solo uno di essi. I tre fratelli fanno delle esperienze di tipo diverso, hanno degli approcci differenti rispetto agli eventi. Sono in disaccordo sul modo di combattere l'ingiustizia e ottenere la libertà. Non tutti diventano dei combattenti della resistenza. E' questo che enfatizza il film. Ognuno sceglie la vita che vuole. Tutti i personaggi principali e le loro storie sono basate su persone che abbiamo incontrato e intervistato".
Così, il regista Rachid Bouchareb, autore nel 2006 di quel Days of glory che raccontò la vicenda di quattro soldati algerini alle prese con l'occupazione nazista durante la Seconda Guerra Mondiale, sintetizza quello che possiamo quasi considerare il tassello successivo alla apprezzata pellicola presentata a suo tempo al Festival di Cannes. Infatti, lì si terminava nel 1945, mentre in questo caso, superato un prologo ambientato in Algeria nel 1925, ci si sposta in maniera progressiva negli anni Quaranta e Cinquanta, seguendo l'epopea di tre fratelli che, perduta la propria casa, si dividono per andare a vivere in diversi paesi del mondo.
Abbiamo Messaoud, con le fattezze di Roschdy Zem, che si unisce all'Esercito francese per combattere in Indocina, Abdelkader, interpretato da Sami Bouajila, che diventa un leader del movimento di indipendenza algerino, e Saïd alias Jamel Debbouze che si trasferisce a Parigi per cercare fortuna nei club e nei locali dove si combatte la boxe di Pigalle.

Nuovi giorni di gloria?

Tutti attori perfettamente posti ad incarnare tre figure i cui destini, tra violenza e morti sparse, tornano gradualmente ad incrociarsi nella capitale francese, dove la libertà è una battaglia da combattere e vincere.
E, tenendo in considerazione il fatto che lo stesso Bouchareb include L'armata degli eroi di Jean-Pierre Melville tra i titoli che lo hanno maggiormente ispirato nella realizzazione del lungometraggio, candidato al premio Oscar come miglior film straniero, non c'è da stupirsi se sono anche le atmosfere e il look tipici dei noir d'oltralpe a tornare alla memoria durante la visione; quando ad essere sfruttate non sono sequenze come quella dell'uccisione sulle note della sempreverde See you later alligator, che tanto ricorda il cinema gangsteristico di Martin Scorsese.
Perché, fondamentalmente, al di là dell'impeccabile cura estetica, ulteriormente valorizzata dalla bella fotografia di Christophe "Tournée" Beaucarne, il segreto della riuscita di Uomini senza legge è individuabile nella scelta di raccontare una fetta storico-politica ricorrendo, però, a massicce dosi d'azione.
Infatti, grazie anche al buon montaggio di Yannick "Gothika" Kergoat, il quale contribuisce a rendere non poco scorrevoli i circa 133 minuti totali, non è certo il movimento ad essere assente; tanto che lo spettatore, nel seguire una storia di individui alle prese anche e soprattutto con il rischio di perdita della propria anima, difficilmente finisce per non essere coinvolto nella visione, il cui impatto rispecchia in maniera fedele le parole dello stesso regista: "Volevo che il film possedesse una qualità epica. Ho sviluppato dei personaggi che fanno la rivoluzione nello stesso modo in cui Al Pacino gestiva la famiglia de Il padrino. Questo mi ha dato una certa libertà dal punto di vista storico. Il mio film non è documentario. Io faccio film".

Uomini Senza Legge Dopo la parentesi rappresentata dal non molto riuscito London river (2009), storia di due diversi genitori alla ricerca dei rispettivi figli forse morti in un attentato a Londra, Rachid Bouchareb torna a occuparsi di una vicenda che si presenta come una sorta di continuazione del suo Days of glory (2006). Il risultato è una fetta storico-politica raccontata su celluloide facendo efficace ricorso ad azione e violenza, tanto da ricordare sia alcuni noir francesi che passaggi gangsteristici alla Scorsese e Coppola (Il padrino su tutti). Mentre da un lato viene da pensare che, con ogni probabilità, gli americani gli metteranno gli occhi addosso per farne un loro ennesimo remake, e ci si chiede come sia possibile che In un mondo migliore di Susanne Bier gli abbia soffiato il premio Oscar nella categoria del miglior film straniero.

7.5

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