Venezia 70

Recensione Under the Skin

Scarlett Johansson è una sexy aliena nella trasposizione del libro di Michel Faber Sotto la pelle

recensione Under the Skin
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Nel pieno di un’edizione che ha proposto in concorso una serie di titoli nel complesso ben al di sotto delle aspettative, il 70° Festival di Venezia incappa in un altro clamoroso scivolone (proprio quando si sperava che il “peggio” fosse ormai alle spalle). A conquistare il record dei fischi al Lido è stato infatti Under the skin, atipico dramma di fantascienza ispirato al romanzo d’esordio dello scrittore olandese Michel Faber, Sotto la pelle (rispetto al quale, tuttavia, si perde la componente satirica del racconto). A sceneggiare e dirigere questa trasposizione cinematografica - un’operazione già in partenza tutt’altro che semplice - è il regista inglese Jonathan Glazer, al suo terzo lungometraggio dopo l’apprezzato Sexy Beast (2000) e il pregevole quanto sottovalutato Birth - Io sono Sean (2004), mentre la protagonista assoluta del film è un’algida Scarlett Johansson, nel ruolo di una creatura aliena senza nome che si aggira come un sinistro fantasma in una Scozia mai così plumbea, gelida e sottilmente sinistra.

In questa ineffabile atmosfera di inquietudine, un’inedita Scarlett Johansson in parrucca corvina si muove sinuosa e letale fra le strade di Edimburgo e i suggestivi panorami della costa scozzese, come una fascinosa vedova nera - ma l’immagine più immediata è forse quella di un implacabile vampiro - pronta a trascinare le sue inconsapevoli vittime in un abisso di tenebra e di nulla. Una “caccia” che procede sempre secondo le medesime modalità (a partire dall’inevitabile adescamento sessuale), e che almeno inizialmente sembrerebbe suscitare delle discrete premesse, quasi ai confini con il genere horror. Peccato però che Under the skin abbia davvero pochissimo altro da offrire, e così le sequenze iniziali finiscono per ripetersi con ciclica ed inesorabile ridondanza, in un silenzio pressoché assoluto interrotto solo saltuariamente da qualche sprazzo di dialoghi (che corrispondono agli approcci dell’alieno nei confronti degli uomini destinati a cadere nella sua ragnatela).

Anche le qualità visive della messa in scena, dominata da toni grigi e invernali (come già nel precedente Birth), vedono presto dissipato il proprio fascino estetico nella drastica immobilità del film; un film che sembra procedere per inerzia, privo di idee in grado di stimolare la curiosità dello spettatore, fino al punto in cui la raffinatezza formale e la cura estetica (inclusa la musica della giovane compositrice inglese Micachu, alla lunga fastidiosamente ripetitiva) appaiono come pura aria fritta impiegata per celare l’intima inconsistenza dell’opera di Glazer. L’unico sussulto, che paradossalmente dovrebbe corrispondere ad uno dei rari momenti di vera tensione del film (perlomeno nelle intenzioni), si risolve al contrario in un grottesco effetto di ridicolo involontario, mentre la carenza narrativa della storia non giustifica in alcun modo i 107 minuti di durata, per quello che a conti fatti si è rivelato il più imbarazzante fiasco del Festival di quest’anno.

Under the Skin A quasi un decennio di distanza da Birth - Io sono Sean, il regista inglese Jonathan Glazer porta sullo schermo il romanzo d’esordio dello scrittore Michel Faber, con Scarlett Johansson nel ruolo di uno spettrale alieno mortifero che si aggira in una Scozia plumbea e inquietante, realizzando però un film vacuo e inconsistente, in assoluto fra i più deludenti del Festival di Venezia 2013.

5.5

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