Una notte di 12 anni, la recensione del film di Álvaro Brechner

Gli oltre 4.000 giorni di detenzione vissuti da tre prigionieri politici durante il periodo della dittatura in Uruguay.

recensione Una notte di 12 anni, la recensione del film di Álvaro Brechner
Articolo a cura di

Nel 1973 l'Uruguay è governato da una dittatura militare e nel Paese i diritti civili vengono calpestati, spingendo l'opposizione a dar vita a movimenti di ribelli noti come Tupamaros, un'ala armata che compie azioni di guerriglia contro il regime. Quando i combattenti vengono catturati vivi, se non uccisi in battaglia a sangue freddo come molti loro compagni, si aprono le porte di carceri fatiscenti nei quali vengono trattati in condizioni disumane.
Tra gli ultimi prigionieri a essere arrestati vi sono nove uomini che finiranno vittima di un'operazione segreta interna ai servizi che durerà ben dodici anni, atta ad ogni forma di tortura fisica e psicologica. Una notte di 12 anni segue il destino di tre di loro, José Mujica, Mauricio Rosencof e Eleuterio Fernández Huidobro, che lasceranno il segno nella storia politica dell'Uruguay nel periodo successivo alla loro scarcerazione.

Il buio si avvicina

Non è uno spoiler l'ultimo passaggio del precedente paragrafo, che si conclude con la liberazione dei personaggi principali, in quanto Una notte di 12 anni (candidato agli Oscar come miglior film straniero senza entrare nella lista finale) ripercorre il destino dietro le sbarre di tre figure che in seguito hanno contraddistinto la scena politica del loro Paese, con Mujica che è diventato addirittura Presidente dal 2010 al 2015 e ha avuto ampia risonanza mediatica anche nel resto del mondo. Essere già a conoscenza del reale destino dei protagonisti non inficia comunque il livello di suspense emotiva che permea le due ore di visione del terzo film di Álvaro Brechner, regista e sceneggiatore, il quale ripercorre in tutta la sua crudeltà una delle pagine più oscure della storia della propria nazione.
I titoli ad ambientazione carceraria corrono spesso il rischio di cedere alla monotonia, ma in quest'occasione ci troviamo davanti a un'opera complessa e ricca di sfumature, abile nel creare un profondo contatto empatico con le vittime della follia dittatoriale e rendere così il loro estenuante periodo da reclusi un vero e proprio viaggio all'inferno, durante il quale i momenti apparentemente più lieti appaiono come una catartica liberazione (il finale ne è magistrale esempio) in mezzo a tanta sofferenza.

Le ali della libertà

Il cineasta di Montevideo sa gestire l'intensa forza drammatica della vicenda e trova perfetto appiglio nelle struggenti performance degli attori, con Antonio de la Torre, Chino Darin (figlio d'arte del più noto Ricardo Darin) e Alfonso Tort impegnati in una vera e propria gara di bravura nei panni di figure così simili e sfaccettate al contempo, dimostrando di saper gestire nel migliore dei modi anche l'impatto scenico. I magnifici squarci naturalistici, illuminati dalla splendente fotografia, rendono le rarissime scene in campo aperto una sorta di elemento narrativo, ponendo l'immensità del mondo fuori quale contraltare della prigionia.
La maggior parte del racconto è infatti ambientata in putride celle, con topi e insetti che scorrazzano in ogni dove, nelle quali i prigionieri sono privati dei più elementari diritti umani: dall'impossibilità di ricevere le visite dei parenti alla razione minima di cibo, fino a vere e proprio torture, il destino di questi uomini si prospetta sempre più tragico e amaro durante lo scorrere degli eventi, con salti temporali che evidenziano il cambio politico in atto nel Paese. Una radiolina, un block-note o una saponetta diventano così reliquie da custodire gelosamente per chi, fino ad allora, non aveva niente, e i metodi di comunicazione attraverso le spesse mura della galera diventano motivo di enorme gioia per chi è rinchiuso nella più estrema solitudine.
Gli sporadici flashback con voice-over annessi, messi in scena in sequenze di vibrante e poetica bellezza, confermano ulteriormente quel senso di provvisorio distacco dalle sofferenze di ogni giorno, così come gli impensabili gesti d'umanità da parte di singoli elementi della dittatura, con il rapporto tra il poeta Rosencof e un sergente di mezz'età che infonde nuova speranza di un domani migliore. La particolare versione con voce femminile di The sound of silence fa poi emergere ulteriormente il fascino aspro ma necessario di una vicenda che era giusto e doveroso raccontare al pubblico odierno.

Una notte di 12 anni Gli oltre 4.000 giorni di prigionia vissuti dai tre protagonisti, ognuno futuro esponente politico di peso del proprio Paese (su tutti José Mujica, Presidente fino a qualche anno fa), durante la dittatura uruguaiana sono al centro di un'opera che non fa sconti nel mostrare le condizioni disumane ai quali i prigionieri erano costretti, qui raccontate con uno sguardo lirico e struggente al contempo. Una notte di 12 anni scatena emozioni senza scendere a facili compromessi (solo il liberatorio finale sembra rivolto al grande pubblico) e trova ispirate soluzioni registiche, tra flashback, allucinazioni e rare scene in campo aperto che permettono di scoprire sempre nuovi lati e sfumature dei tre sfortunati protagonisti, qui alfieri di una vasta situazione di ingiustizia. Un film che colpisce duro ma trova anche momenti di rara, e perciò ancor più solenne, gioia e adatta la realtà a un cinema sentito e necessario nel migliore dei modi.

8

Che voto dai a: Una notte di 12 anni

Media Voto Utenti
Voti: 1
8
nd