Una giusta causa, la recensione del film con Felicity Jones e Armie Hammer

Biopic su Ruth Bader Ginsburg, avvocato e magistrato che durante la carriera ha lottato in favore dei diritti delle donne e della parità dei sessi.

recensione Una giusta causa, la recensione del film con Felicity Jones e Armie Hammer
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Nel 1956 Ruth Bader Ginsburg è una studentessa del primo anno alla prestigiosa scuola di legge di Harvard. Quando il marito Martin, iscritto al secondo anno, si ammala di cancro ai testicoli (con solo il 5% di possibilità di sopravvivenza secondo le previsioni dei medici) la donna, già madre della piccola Jane, decide di seguire le lezioni di entrambi per non compromettere la carriera del compagno.
In seguito, dopo essersi laureata con il massimo dei voti e con una situazione familiare migliorata grazie alla guarigione di Martin, Ruth sta cercando un impiego presso uno studio legale ma fatica ad essere assunta: appartenere al "sesso debole" le complica le cose, spingendola a perorare una causa di lotta contro ogni discriminazione sessuale.

In Una giusta causa la protagonista inizia così una battaglia per i diritti di tutte le donne e per farlo riporta all'attenzione della giuria un caso che riguardava paradossalmente un comportamento di ingiustizia nei confronti di un uomo.
Nonostante le ostilità dell'intero universo giuridico, dall'impronta ancora fortemente maschilista, Ruth andrà avanti per la sua strada con la collaborazione dell'amato Martin e della figlia Jane, nel frattempo diventata una tosta adolescente.

La strada più semplice

Un noto proverbio ci ricorda come la strada dell'inferno sia lastricata di buone intenzioni e molto spesso il cinema commerciale, pur di catalizzare l'attenzione del grande pubblico, non esita ad approfittare della via più semplice. Certamente un'operazione come Una giusta causa non conduce verso la dannazione, ma in ambito strettamente cinefilo è facile notare la furberia dietro trasposizioni di questo tipo, ispirate a storie di persone realmente esistite, o ancora vive e vegete come in questo caso, che hanno contribuito all'affermazione di svolte sociali fondamentali nella storia di un Paese.

E la figura di Ruth Bader Ginsburg, avvocato, magistrato e giudice della Corte suprema degli Stati Uniti d'America che ha lottato per anni contro le discriminazioni nei confronti delle donne, era quanto mai ghiotta per non essere notata da Hollywood, con la messa in cantiere di un biopic a tema che ne ripercorre in maniera relativamente lineare le fasi salienti dell'esistenza.
Basti pensare al successo ottenuto da un film semplice come Il caso Spotlight (2015), ma profondamente impegnato, vincitore dell'Oscar per il miglior film, ed è facile comprendere come le case di produzione vedano quali galline dalle uova d'oro le vicende realmente accadute e dall'impronta morale capace di catalizzare le attenzioni del grande pubblico.

Tra il dire e il fare

Una giusta causa, la cui sceneggiatura è stata pur inserita nella black list relativa ai migliori script non realizzati del 2014, è per l'appunto un film canonico che si adagia su un verboso didascalismo nel resoconto dei fatti, privando di effettive scene madri le due, eccessive, ore di visione. Il cambiamento d'epoca tra gli anni '50 e gli anni '70 appare soltanto nei dialoghi, visto che il background, scenografico e ambientale, è lasciato volutamente in secondo piano, con le sequenze in campo aperto che si contano sulle dita di una mano (e paradossalmente il prologo, con la protagonista ripresa di spalle mentre si muove in mezzo a una folla di uomini vestiti tutti uguali, rimane la più incisiva) in favore di un susseguirsi di discussioni in interni, siano questi case private, uffici di giornali o aule di tribunale.

La stessa arringa finale non possiede il necessario pathos per imprimere un minimo slancio emotivo e la rapida apparizione della reale Ruth Bader Ginsburg nell'epilogo, prima dei titoli di coda, figura come un omaggio più che scontato. Eppure, in questo anonimato stilistico e registico (la cineasta Mimi Leder, che aveva esordito alla fine degli anni '90 con due piccoli cult come The Peacemaker e Deep Impact, sembra aver perso lo smalto di un tempo), il cast ce la mette tutta per restituire la giusta importanza alla vicenda e ai personaggi: Armie Hammer e una magnifica Felicity Jones, dal corpo minuto ma dal carattere temprato, formano infatti una coppia determinata e affiatata, pronta a tutto per lottare prima contro la malattia di lui e in seguito contro i pregiudizi delle classi dominanti, rivelandosi di fatto il maggior motivo d'interesse dell'intera operazione.

Una giusta causa Come sottolinea il titolo italiano, Una giusta causa lo è davvero quella intrapresa da Ruth Bader Ginsburg, avvocato e magistrato statunitense che lottò in favore dei diritti delle donne e della parità dei sessi. Peccato che la trasposizione biografica su grande schermo non possieda però la forza necessaria per rivelarsi un film realmente incalzante, cedendo in più occasioni a un noioso didascalismo e limitandosi a elencare senza verve o forza cinematografica i passaggi salienti della vita della protagonista, qui raccontata a cavallo tra due decenni (ma senza i titoli a informarci sull'anno in corso e il cambiamento di età della figlia sarebbe stato difficile accorgersi dell'avanzamento temporale, vista la scarsa attenzione rivolta al background storico e le limitate scene in campo aperto). A tentare di risollevare la scialba e anonima messa in scena ci prova il solido cast, con Armie Hammer e, soprattutto, Felicity Jones a infondere la corretta intensità ai due personaggi principali, pronti a tutto pur di far trionfare la giustizia.

5.5

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