Recensione Una Fragile Armonia

Un lento adagio per metabolizzare la consapevolezza di una stagione oramai finita

Recensione Una Fragile Armonia
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Dopo venticinque anni di onorata carriera come uno dei quartetti d'archi più celebri della ‘piazza' mondiale (The Fugue), i talentuosi componenti del rinomato gruppo musicale si apprestano a celebrare la loro apertura di stagione portando in scena niente meno che l'Opera 131 di Beethoven (più precisamente Il Quartetto per archi n. 14 in Do diesis minore, op. 131 di Ludwig van Beethoven), una delle opere più sofisticate e complesse realizzate dal musicista nei suoi ultimi anni di attività. Una sfida di per sé già notevole che si andrà inasprendo quando Peter, padre putativo nonché indiscusso punto di riferimento del quartetto, annuncerà ai compagni di essere affetto da Parkinson e dunque costretto a suonare di lì a breve il suo concerto di commiato. La ferale notizia si abbatterà sull'armonia del gruppo scordando cuori e strumenti in egual misura, spingendo gli altri a farsi (loro malgrado) carico di una rottura destinata a cambiare per sempre gli accordi di quella storica (e armonica) unione. Scalpiteranno così per venire a galla tutte le stonature di un gruppo rimasto a lungo unito e solido solo in virtù della ricerca di una perfezione musicale da tutti condivisa e ricercata - a discapito del resto. A discapito delle proprie - altre - passioni (Daniel), delle proprie ambizioni (Robert) e delle proprie reali pulsioni amorose (Juliette). Un rimosso destinato a riemergere nello squilibrio di una nuova unitarietà che dovrà costruirsi attorno alla presa di coscienza di fragilità plurime che intrecceranno e insidieranno i rapporti tra i quattro amici e colleghi di vita ora (improvvisamente) costretti a leggere ognuno negli occhi dell'altro i limiti di una vita vissuta solo ed esclusivamente in funzione del liberatorio miraggio di un adagio perfetto.

In bilico tra i 'tempi'

"Il tempo presente e il tempo passato / sono forse entrambi presenti nel tempo futuro, / e il tempo futuro è contenuto nel tempo passato. / Se tutto il tempo è eternamente presente / tutto il tempo è irredimibile".
(T. S. Eliot)
Questo passo tratto da Burnt Norton (composto e pubblicato nel 1935 e primo dei Quattro quartetti facente parte dell'opera del poeta e critico statunitense T. S. Eliot) rappresenta una profonda riflessione sul lirismo della musica classica e in particolare sull'opera di Beethoven. Ed è da qui che si dipana e prende corpo la filosofia narrativa di Una fragile armonia (A Late Quartet), debutto alla regia per il documentarista Yaron Zilberman. Film che anestetizza il suo pathos in una soffice cornice di classicismo e perfezionismo musicale al centro della quale finirà invece per roteare vorticosamente tutta l'imperfetta schizofrenia della vita reale, celata a lungo e come per incanto dentro una fragile campana di sonate perfette (o quasi). Ma il contrasto portato alla luce da Zilberman perde ben presto il tratto della sfumatura, addensandosi sempre più prepotentemente attorno al profondo stato confusionale emotivo che farà seguito alla notizia di una stagione che si avvia alla sua (giusta) fine. L'armonia tra le due anime del film (quella musicale da un lato e quella umana dall'altro) è così ben presto (e bruscamente) interrotta da un crescendo di drammi - nel dramma - che tendono a sfuggire e a inficiare la ‘partitura' narrativa del film. E nell'insistere sulle ragioni di una deriva umana di vite (più) tese di corde di violino e a un tratto animate da violenti dissapori, tradimenti, biasimi e lancinanti egoismi, si perde anche la sobrietà di quell'importante raccordo tra musica e senilità, passione e decadimento che ben si presta al lavoro di analisi filmica. Un'opera che perde troppo presto e troppo vivacemente di vista il suo spartito lasciando così che anche la voce di un cast di prim'ordine (Philip Seymour Hoffman, Christopher Walken, Imogen Poots, Catherine Keener, Wallace Shawn) si perda tra le maglie di una messa in scena che non trova il giusto sound per mediare tra gli alti (sublimi) della musica e i bassi (meschini) della vita.

Una Fragile Armonia Il documentarista Yaron Zilberman debutta alla regia con un’opera che (in linea con un recente trend filmico) prova a mischiare arte (musicale) e vita per affrontare il più ampio discorso di una senilità (e dunque decadenza fisica) che arriva a interrompere tutto il vantaggio (talento e passione) che la vita aveva concesso. Troppo sbilanciato e superficiale nel suo sviluppo ‘emotivo’ Una fragile armonia non riesce però mai a farsi carico dell’onere e dell’onore dei temi trattati, sfiorando il classicismo solo attraverso le parole e le note di sottofondo e abbracciando invece appieno la superficie dell’instabilità umana. In fin dei conti un’occasione mancata per guardare all’interno di una delle dinamiche più dolorose della vita, ovvero la necessaria presa di coscienza della inoppugnabile ‘finitezza’ umana.

5

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