Recensione Un perfetto gentiluomo

Due uomini persi nella promiscua creatività di Manhattan

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Compagni di vita e di lavoro ormai da lungo tempo, Shari Springer Berman e Robert Pulcini hanno debuttato alla regia di un lungometraggio nel 2003 con American Splendor (mai distribuito in Italia), un suggestivo biopic sul fumettista Harvey Peckar, personaggio-filtro (attraverso i suoi fumetti-diario) di una variegata umanità di persone comuni impegnate nel loro ‘comune' vivere. E anche in questo terzo film per il cinema, dopo Diario di una tata, i due registi tornano a parlare di esistenze a un tempo comuni e sensazionali, affidando al loro protagonista (come accadeva al Nick Carraway di Fitzgerald investito del ruolo di lente sulla società) il ruolo di occhio narrante e/o filtro emozionale dei personaggi-specchio di un'epoca.

Sognando Fitzgerald

Louis Ives (Paul Dano), schivo e solitario professore di inglese affetto da una sorta di crisi di identità sessuale sogna di diventare il nuovo F. Scott Fitzgerald. Quando, sorpreso con indosso il baby doll di una collega, viene licenziato dalla scuola di Princeton nella quale insegna, decide di trasferirsi a Manhattan, convinto che quella possa forse essere la sua grande occasione per affermarsi come scrittore. In cerca di un alloggio a poco prezzo, prenderà in affitto una stanza in casa dello stravagante Henry Harrison (Kevin Kline), commediografo fallito che si guadagna da vivere come extra-man, accompagnatore di ricche e attempate signore che gli offrono la possibilità di frequentare l'alta società. Nonostante le endemiche differenze tra i due, tanto pacato e insicuro Louis quanto eccentrico e bacchettone Henry (il suo essere cattolico è un rigurgito di bigottismo e misoginia), si farà largo poco a poco tra di loro una sorta di amicizia legata a un senso di reciproca stima e a un latente sentimento di insita solitudine che renderà l'uno indispensabile all'altro, iniziando inoltre Louis al ‘lavoro' di extra-man. Inoltre, il dedalo di incomprensioni e riappacificazioni percorso dai due (gentil)uomini sarà ulteriormente arricchito dalla quanto mai variegata e bizzarra ‘compagnia' di Henry, che va dalle facoltose e opportuniste vegliarde di cui lui non può fare a meno, passando per l'irsuto vicino di casa (un Hagrid ‘manhattiano' dalla voce femminea), fino all'ex inquilino gobbo che secondo Henry avrebbe rubato l'unica grande commedia da lui mai scritta. Un mix di personaggi di rara 'eccentricità' che finiranno in un modo o nell'altro per gravitare attorno a un'unica, volteggiante Manhattan.

Due (e più) personaggi in cerca di storia

Un perfetto gentiluomo parla della capacità di elevare a realtà il proprio immaginario, della stravaganza intesa come joe de vivre, della malia che certe persone riescono a esercitare sul mondo circostante e sugli altri, coinvolgendoli nel loro personale teatro di vita. Come ne Il grande Gatsby di Fitzgerald (penna ispiratore del protagonista Louis) il ‘modesto' Nick Carraway fungeva da lente d'ingrandimento per raccontare il mondo falsamente dorato di Gatbsy e di tutta una società franata sotto al peso del sogno infranto, allo stesso modo Louis è personaggio propedeutico al ritratto di aspirazione e miseria che troverà nella Manhattan in cui l'utopia ha soppiantato il sogno (svanito tra le ceneri di incolmabili solitudini e incontrollabili frustrazioni), ma che è manifesto, ciononostante, di una febbrile smania di vivere, divenendo così inesorabilmente il luogo dove tutte le anime smarrite si trovano a confluire. Un film che si basa soprattutto sull'eclettismo creativo dei protagonisti, ognuno immerso in un proprio mondo di alienazione e carisma umani, molto ben veicolati dai due attori protagonisti: un dimesso e sognante Paul Dano e un irritabile e sovraesposto Kevin Kline (esilarante come ai tempi di Un pesce di nome Wanda).

Ma non bastano degli ottimi personaggi (fatta eccezione per la molesta Mary di Katie Holmes - con taglio sbarazzino a caschetto a rievocare le flappers anni '20 ma vittima di una congerie di smorfiose ‘mossette' facciali che la legano ancora ai tumulti adolescenziali di Dawson's Creek) conditi di nobili valori a fare una storia. E la storia in Un perfetto gentiluomo latita; attendiamo che sgusci fuori tra i duetti o i momenti in solitaria dei protagonisti lungo i 105 minuti di film, ma questa stenta a far capolino, lasciando inesplorati e poi cadere nel nulla tutti i temi fin lì accennati (dalla crisi sessuale di Louis a quella artistica di Henry). Un vero peccato perché il materiale (tra ottimi dialoghi e ottimi attori) per un film fuori classe c'era tutto, invece rimane un (a tratti godibile, a tratti lento) resoconto sfilacciato delle vite di due amabili personaggi nella poliedrica e subdola Manhattan. Un passo indietro rispetto al decadente (con un superbo Giamatti) e puntuale ritratto della common American life di American Splendor.


Un perfetto gentiluomo Nonostante l’ottimo materiale a disposizione (dialoghi e attori in primis) Un perfetto gentiluomo sembra più che girare, volteggiare a vuoto. Alla ricca ed eccentrica atmosfera di esistenze fuori dal comune, immerse nella complessa crisi societaria dell’essere contro l’apparire, non corrisponde infatti una trama articolata in modo da seguire un percorso preciso, e condurre lo spettatore a una qualche soluzione di sorta. Al contrario, lo spettatore è invece lasciato in balia di eventi che rimangono (soprattutto da un certo punto in poi) slegati e, alla lunga, insensati, creando una generale disaffezione rispetto alla storia in generale.

5.5

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