Venezia 2011

L'Ultimo Terrestre, la recensione del debutto alla regia di Gipi

Funziona l'esordio registico del fumettista Gipi? Scopritelo leggendo la nostra recensione de L'Ultimo Terrestre.

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Ultimo dei tre film italiani in Concorso alla 68a Mostra del Cinema di Venezia, L’ultimo terrestre è l’opera d’esordio dietro la macchina da presa del noto e apprezzato fumettista pisano Gian Alfonso Pacinotti - meglio conosciuto con lo pseudonimo/vezzeggiativo Gipi - che adatta per il grande schermo la graphic novel di Giacomo Monti, Nessuno mi farà del male.
Concepibile, per certi versi - e con ovvie cognizioni di causa - come un ritorno dell’industria cinematografica nostrana al cinema di genere, quella a cui ci troviamo di fronte è in realtà una sincera e disarmante parabola sulla natura umana - più che extraterrestre - sui sentimenti, sulle emozioni, sulle relazioni e sull’incapacità di comunicare. Il tutto visto attraverso gli occhi ingenui ma fortemente disillusi di Luca Bertacci (Gabriele Spinelli), uomo di mezza età senza alcun legame affettivo e contraddistinto da una forte inadeguatezza ad affrontare la vita stessa e a instaurare rapporti con le persone che lo circondano. L’imminente arrivo sulla Terra degli alieni suscita nella popolazione reazioni contrastanti, che spaziano dalla paura all’ammirazione fino alla totale indifferenza e addirittura al disprezzo. Ma per Luca, la prospettiva di entrare in contatto con gli extraterrestri rappresenta ben più di una semplice novità. La sua è un’autentica occasione di riscatto, di poter trovare una propria dimensione e cominciare ad amare gli altri oltre che se stesso.

I NUOVI INCONTRI RAVVICINATI

«Mi chiedo sempre come saranno fatti. Cioè la forma, proprio. Se sono alti, bassi. Se si possono toccare oppure se sono solo energia.». E’ con questa frase pronunciata da Anna (Anna Bellato), personaggio femminile cardine della narrazione e oggetto del desiderio del protagonista, che si apre il trailer de L’ultimo terrestre, portando all’attenzione del pubblico un dilemma che “tormenta” l’umanità sin dagli albori della sua specie. Ma le apparenze, troppo spesso, sono fuorvianti. E se in qualche modo un piccolo film di fantascienza dal titolo District 9, uscito nelle sale due anni or sono e divenuto presto un caso cinematografico a livello internazionale, aveva rinverdito il genere sci-fi con una storia strutturata secondo lo stile del mockumentary e che presentava gli extraterrestri sotto sembianze e ideologie del tutto differenti dal solito, la pellicola di Pacinotti sembra voler proseguire su questo cammino sviluppando un’idea forse non propriamente originale ma che tenta per lo meno di stimolare lo spettatore alla riflessione e al confronto con se stesso. District 9 era difatti un pretesto per mostrare la crudeltà insita nella natura umana e le conseguenze da essa provocate, e L’ultimo terrestre ne è, appunto, la degna reincarnazione.
Pacinotti ci racconta di un’Italia ormai schiava dei propri vizi e in cui la decadenza incombe minacciosamente, molto più dell’arrivo degli extraterrestri. Solitudine, incertezza, rabbia e sconforto sono le costanti dell’esistenza di ognuno, in particolar modo del protagonista Luca Bertacci, un uomo solo, isolato dal mondo, rimasto orfano della madre in tenera età e che trova la sua unica valvola di sfogo andando a prostitute e facendo intime confidenze all'amico transessuale.
Più che un film di fantascienza, L’ultimo terrestre è lo specchio del nostro stivale, è il modo più onesto di raccontare attraverso il mezzo cinema l’attuale situazione dello stato italiano. Un film costruito su paradossi, esagerazioni, costantemente in bilico tra il serio e il grottesco, come se stesse per sbottare, come il suo protagonista, d’altronde. Un film duro, spietato, capace di regalare sequenze visivamente forti come il pestaggio del transessuale - girato con una sola, efficacissima inquadratura fissa con la macchina da presa posta all’interno dell’auto del protagonista - e altre di notevole impatto emotivo come quella finale del definitivo approdo sulla Terra della civiltà extraterrestre.
Accolto tutto sommato benevolmente dalla critica veneziana - seppur con alcuni giudizi non proprio entusiastici - L’ultimo terrestre lascia il segno, commuove, affascina e sconvolge, ma soprattutto parla chiaro. Ama i suoi personaggi volutamente borderline e dice ciò che vuole dire senza mezzi termini né inutili compromessi.
Se ci troviamo davvero di fronte al cinema italiano del futuro, ben vengano prodotti come questo del Gipi.

L'Ultimo Terrestre Al suo debutto come regista, l’autore di fumetti Gian Alfonso Pacinotti - in arte Gipi - realizza una struggente parabola sull’incomunicabilità e la sofferenza mascherata da sci-fi movie. Tra personaggi sopra le righe, sequenze forti e visioni oniriche, L’ultimo terrestre è un’opera coraggiosa che pone a confronto la natura umana con quella extraterrestre, raccontando la storia di un paese - la nostra Italia - ormai sull’orlo del baratro.

7.5

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