L'ultimo dominatore dell'aria, la recensione del film di M. Night Shyamalan

La trasposizione dell'omonimo anime targata M. Night Shyamalan convince a metà: scoprite il resto nella nostra recensione.

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M. Night Shyamalan lo considera come il "suo" Guerre stellari, primo capitolo di una trilogia che, se gli incassi mondiali seguiranno i già ottimi su suolo americano, vedrà nei prossimi anni gli altri due episodi nelle sale. E dire che il regista indiano deve tale successo, dopo anni di riscontri al botteghino non sempre eccelsi, alla sua figlia piccola, appassionata dell' omonimo "anime" statunitense di cui Avatar - The last airbender è la trasposizione in carne e ossa. Orfano del termine sanscrita divenuto sin troppo famoso grazie al kolossal tridimensionale di James Cameron, e tradotto in italiano come L'ultimo dominatore dell'aria, a settembre è pronto ad invadere anche i cinema del Belpaese.

Il ritorno dell'Avatar

In un mondo fantastico, suddiviso in quattro distinte nazioni appartenenti a un rispettivo elemento (acqua, terra, fuoco, aria), alcuni individui sviluppano il potere di controllare i rispettivi elementi del loro luogo natio. A mantenere una sorta di equilibrio pacifico vi è l'Avatar, uno spirito che si reincarna ad ogni generazione, in grado di divenire maestro in tutti gli elementi, ma da oltre cento anni non vi è più traccia del prescelto a questo compito. In questo modo la nazione del Fuoco guidata da un crudele imperatore, ha intrapreso una guerra contro le altre, soggiogandole e costringendole alla schiavitù. Ma un giorno la giovane Katara (Nicola Peltz) e suo fratello Sokka (Jackson Rathbone), della nazione dell'acqua,  trovano semiibernato sotto un ghiacciaio il dodicenne Aang (Noah Ringer), che si rivela essere proprio l'Avatar. Dopo un iniziale disorientamento, dovuto a oltre cento anni di "letargo" criogenico, il ragazzino comprende l'importanza della sua missione, e dopo esser stato catturato dal principe Zuko (Dev Patel) della nazione del fuoco, ed esser riuscito grazie alle sue formidabili abilità a fuggire, si mette in viaggio con Katara e Sokka, liberando città in città i popoli sottomessi. Ma il suo percorso non è ancora completo, infatti deve ancora imparare a padroneggiare gli altri elementi, visto che il percorso istruttivo prima del congelamento centenario si era fermato soltanto al suo elemento di appartenenza, quello dell'aria.

Acqua e fuoco

L'ultimo dominatore dell'aria è un film a metà. A metà strada tra la grandezza epica che una storia del genere aveva le potenzialità di raggiungere, e tra un uso smodato di effetti speciali non sempre convincenti. L'anima c'è, a tratti si intravede, ma non è così nitida e chiara come il progetto avrebbe richiesto. Shyamalan dirige il suo film meno personale, tanto che il suo stile è quasi indistinguibile dagli svariati kolossal a tematica fantasy partoriti dalla mecca hollywoodiana negli ultimi anni. Il suo intento quindi di rimanere nella storia con una nuova, grande, saga, è per il momento lontano dal realizzarsi, anche se non è esclusa un'impennata qualitativa nei probabili episodi successivi. Fatta questa dovuta premessa, non è comunque così negativo il giudizio da esprimere su questa pellicola. Se in primis la storia, ammantata di rimandi al buddhismo, è senza dubbio affascinante, vi sono altri punti convincenti. A cominciare dall'interpretazione del giovane protagonista, al suo esordio assoluto. Noah Ringer, già cintura nera alla sua giovane età, è eccellente nelle scene d'azione, con evoluzioni degne dei migliori wuxia orientali, e se la cava con una certa disinvoltura anche nella recitazione, spiccando su un cast altrimenti non certo indimenticabile, con il (quasi) villain interpretato dal "millionaire" Dev Patel, che qui non convince come aveva fatto nel film di Danny Boyle. Le sequenze action sono invece pregne di un eco spirituale, quasi che i movimenti, le attese degli scontri e le funamboliche acrobazie beneficino di un'ispirazione genuina e nondimeno originale. Buona anche la caratterizzazione dei personaggi di contorno, su cui spicca lo zio del principe Zuko, unico tra gli appartenenti alla nazione del Fuoco a dimostrare saggezza e umanità. Ritornando sulla sceneggiatura, e sulle dichiarazioni del regista, "contento" di aver condensato una vicenda che nella serie animata superava le trenta ore, in circa novanta minuti, vi è da sottolineare come i tagli pesino, e non poco, sullo sviluppo dei protagonisti, la cui evoluzione morale è sin troppo abbozzata e con alcune scelte poco chiare per quanto mostrato. Gli effetti speciali si muovono su livelli incostanti, alternando immagini affascinanti ad altre sin troppo "finte" nella loro esasperata digitalizzazione. Muovendosi tra alti e bassi quindi, L'ultimo dominatore dell'aria si guadagna una risicata sufficienza, sperando che nel proseguio della saga vengano chiariti alcuni punti che, per gli ignari della serie animata, qui rimangono davvero troppo oscuri.

L'ultimo dominatore dell'aria Shyamalan per la prima volta si dedica a una storia altrui, trasportando un'apprezzata serie animata sul grande schermo. E convince a metà. L'ultimo dominatore dell'aria è un film godibile ma non trascendentale, diviso tra ispirate reminescenze poetiche e debitrici a un buddismo "condensato", e un idea di grandezza purtroppo figlia del digitale e del cinema più mainstream. Nota di merito per la scelta del giovane protagonista, che dimostra buone doti recitative e un impressionante abilità acrobatica.

6

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