L'ultima ora, la recensione del mystery thriller su Prime Video

Sébastien Marnier firma un affascinante thriller, autoriale e di genere al contempo, dove un insegnante si trova alle prese con enigmatici studenti.

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Pierre Hoffman, professore di francese, viene nominato come supplente nel rinomato Saint Joseph College. Il suo predecessore infatti si trova in coma farmacologico, dopo essersi gettato di sua spontanea volontà dalla finestra di una classe. Classe frequentata da ragazzini che eccellono in ogni materia, creata come una sorta di esperimento dal preside per accomunare gli alunni più promettenti dell'istituto.
Fin dalla prima lezione Pierre nota come sei dei suoi alunni manifestino degli strani comportamenti e che a un'intelligenza fuori dal comune si accompagni un'evidente difficoltà a relazionarsi con i propri coetanei.
Nonostante le preoccupanti avvisaglie che qualcosa non vada in loro, i suoi colleghi tendono a sottovalutarne i segnali e giorno dopo giorno Pierre si ritrova sempre più ossessionato da quegli studenti, iniziando a essere vittima di incubi e di inquietanti telefonate nel cuore della notte.

A che ora è la fine del mondo?

Alla base vi è l'omonimo romanzo pubblicato nel 2002 da Christophe Dufossé e il grande merito del regista francese Sébastien Marnier, a due anni dall'avvincente esordio con Irréprochable (2016), è quello di averlo trasposto su grande schermo con uno stile unico e personale, in magistrale equilibrio tra cinema d'autore e di genere.
L'ultima ora è un compendio assoluto di pura, primigenia, suspense fin dallo scioccante prologo, dove ha luogo il tentato suicidio del precedente insegnante. Quando poi entra in campo il suo successore la vicenda propende su territori sempre più subdoli e morbosi, che paiono rimasticare due grandi cult nei quali bambini/ragazzini si trovano al centro di eventi misteriosi: stiamo parlando di un classico dell'horror come Il villaggio dei dannati (1960) e del torbido apologo morale de Il nastro bianco (2009), opere con le quali i cento minuti di visione non sfigurano affatto.

Una strada senza ritorno

La sensazione di irrequietezza è totale e non abbandona mai lo spettatore, pronto a scoprire insieme al personaggio di Pierre l'apparentemente insondabile enigma che questi studenti del tutto particolari celano a ogni costo, spingendosi a prove sempre più estreme e dimostrandosi dei maestri dell'inganno, in una narrazione che non si limita assolutamente a un microcosmo circoscritto ma anzi si spinge su riflessioni che, nel bene e soprattutto nel male, coinvolgono noi tutti.
Perché i numerosi filmati che mostrano le atrocità sugli animali, l'inquinamento ambientale, la violenza della guerra o le dichiarazioni dissennate di politicanti suggeriscono una fine del mondo inevitabile, laddove l'umanità è prima o poi destinata a cadere sotto il peso dei propri sbagli.
L'epilogo è una chiosa amarissima e perfetta di quanto mostrato in precedenza e permette di riequilibrare sotto un'ulteriore ottica il leit-motiv principale del film.
Marnier si dimostra lucido e incisivo nella gestione delle ambientazioni, sia al chiuso che in esterni, e delle atmosfere, e senza correre riesce a dare organicità a una sceneggiatura priva di tempi morti, nella quale ogni sequenza è strettamente necessaria all'evoluzione dei fatti, in un crescendo angoscioso che avvinghia sempre di più nei suoi risvolti pseudo-mystery.
E in più riesce a tirar fuori il meglio dal cast, con il Laurent Lafitte del memorabile Elle (2016) alle prese con un ruolo complesso, sfumato, e il gruppo di giovani colleghi a dar vita a figure quanto mai conturbanti.

L'ultima ora Quello che inizialmente può apparire come un disturbante incrocio tra Il villaggio dei dannati (1960) e Il nastro bianco (2009) si trasforma ben presto in un'entità unica e profonda, capace di aprire spunti di riflessione, sempre e comunque rivisitando il cinema di genere in un'ottica piacevolmente autoriale. L'ultima ora vede per protagonista un professore che si trova alle prese con una classe difficile, composta da studenti dall'intelligenza sopra la media ma che nascondono un inquietante lato oscuro. La tensione è una costante dei cento minuti di visione e dal prologo all'epilogo non lascia un attimo di respiro, incuriosendo sempre più nel versante mystery e preparando il campo al finale, che si pone quale ulteriore metafora del messaggio promulgato in precedenza: perché nel mondo di oggi nessuno può dirsi veramente tranquillo sul futuro a venire.

8

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