Berlinale 64

Recensione Two Men in Town

Il nuovo film di Rachid Bouchareb, regista celebre per i suoi film a tematica di alienazione.

Recensione Two Men in Town
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Rachid Bouchareb è francese, da genitori algerini, e nel tempo si è affermato come sceneggiatore e regista soprattutto di film a tematica di alienazione, ostilità del luogo, immigrazione. È noto per London river e Little Senegal, ma soprattutto per Indigenes: una lezione su come il cinema può impattare la realtà. Il film debuttò a Cannes nel 2006 e proseguiva il discorso di Bouchareb sullo sradicamento e l'amalgamarsi dei popoli, raccontando la brutale storia delle elevate perdita di tirailleurs africani impiegati dall'esercito francese in guerra. Un'idea che grossomodo si presenterà pochi anni dopo con Spike Lee e il suo Miracolo a Sant'Anna. Il film di Bouchareb riscosse un forte successo, ma soprattutto sensibilizzò l'opinione pubblica, scatenò accese discussioni e spinse la classe politica ad aumentare le pensioni dei militari africani. Incuriosivano le premesse con cui Bouchareb porta a Berlino il suo ultimo film, Two Men in Town (noto col titolo originale La voie de l'ennemi, "verso il nemico"): il mirino si distoglie con decisione dalle questioni multiculturali francesi per focalizzarsi, ancora una volta, su quella moda del Cartello movie di cui avevamo parlato, al confine tra Messico e Texas, su un uomo che tenta di rifarsi una vita dopo aver speso i suoi anni più importanti in carcere.

18 ANNI DOPO

Forest Whitaker smette le vesti di maggiordomo alla Casa Bianca per interpretare William Garnett, incarcerato per oltre diciott'anni per l'assassinio del vice sceriffo, e prossimo alla parziale scarcerazione in libertà vigilata. Il suo giudice di sorveglianza è Emily (Brenda Blethyn), una donna da poco in città, onesta e risoluta, pur dietro il suo enigmatico passato e il carattere burbero. Con William c'è poco da faticare: la prigione pare averlo cambiato davvero, negli anni si è convertito all'Islam e sembra ansioso di farsi una nuova vita. Prende il primo lavoro che gli capita e non si fa scappare l'occasione per uscire con la donna che gli ha aperto il conto bancario: tutto pare andare liscio, ma la piccola città messicana pullula di occhi e rancori sopiti. Primo su tutti lo sceriffo Bill Agati (Harvey Keitel), ormai onnipresente al cinema e soprattutto in questa Berlinale), deciso a tormentare Garnett per il resto dei suoi giorni per aver ammazzato il suo vice, ma anche quella testa calda di Terence (Luis Guzman), boss di traffici tra il Cartello messicano e l'America, che rivuole tra le sue fila uno dei suoi uomini migliori. Come fai a ricominciare, quando il resto del mondo ti ricorda (e ti vuole ancora) com'eri? I guai sono in arrivo - e la fine è abbastanza prevedibile.

POCHE GIOIE

Una grossa delusione per il ritorno di Bouchareb su grande schermo: l'idea di continuare l'esplorazione di tematiche quali l'alienazione, lo sradicamento e le ostilità, trapiantandole dagli usuali confini (narrativi e geografici) dell'autore franco-algerino, per spostarsi sul tema dell'uomo uscito di prigione, era molto interessante, perché permetteva a un regista come Bouchareb di mostrare come lo sradicamento possa essere forte anche tornando (restando) nello stesso luogo. Peccato però che l'occasione è semplicemente sprecata: il film si nutre quasi solamente di cliché, nemmeno Harvey Keitel riesce a spiccare dietro un ruolo che pare preconfezionato industrialmente. Forest Whitaker senza infamia e senza lode, ma la più convincente è Brenda Blethyn, di fatto quasi protagonista del film a fianco di Garnett. Nel film però manca tutto: il percorso di integrazione nella società pare rapido e a schiocco di dita, inguaiato solo successivamente per i tiri mancini giocati dallo sceriffo e dal gangster. La velocità robotica da nastro di fabbrica con cui le sequenze si articolano meccanicamente e in modo del tutto innaturale, la prevedibilità dell'intreccio e soprattutto del terzo atto e del finale, sono solo gli errori più gravi. Il vero problema però è che il film non è coerente, il personaggio di William Garnett è del tutto incomprensibile nella sua genesi e crescita (e non sappiamo nemmeno come mai aveva ucciso, o qualsiasi altro dettaglio - l'incontro con la madre non serve a ispessire un personaggio già debole e trascurato), la fidanzatina Teresa pare un burattino privo di personalità, mentre diversi fili narrativi sono accennati solo brevemente, sempre per segnare il solco delle problematiche d'immigrazione, ma stonano col contesto della storia.

Two Men in Town Un risultato da dimenticare, purtroppo, da un autore che negli anni si è rivelato prolifico e incisivo, e che speriamo torni a mostrare il suo vero smalto. Nel frattempo però Two Men in Town fallisce nei suoi intenti, e riceve una fredda accoglienza a Berlino. L’idea di base era buona, ma la storia che ne è stata sviluppata fa acqua da tutte le parti: l’ideale sarebbe stato togliere del tutto la figura del boss Terence e giocare esclusivamente nei rapporti rancorosi con lo sceriffo, evitando inoltre le sotto storie inserite nel film.

5

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