Tutti i soldi del mondo, la recensione del nuovo film di Ridley Scott

Sbarca oggi nelle sale il thriller del regista di Alien con protagonista Christopher Plummer nei panni del controverso magnate John Paul Getty.

recensione Tutti i soldi del mondo, la recensione del nuovo film di Ridley Scott
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Erano ormai quattro anni che il poliedrico Ridley Scott aveva abbandonato la regia di un thriller duro e puro dopo il criticatissimo The Counselor - Il procuratore, sviluppato su di una freschissima sceneggiature di Cormack McCarthy e prodotto in fretta e furia data l'attesa attorno al progetto. E dal 2014 ad oggi, dopo quella cocente delusione, il regista di Blade Runner ha dedicato il suo talento al suo primissimo amore, la fantascienza, portando prima al cinema l'ottimo The Martian - Sopravvissuto e poi Alien: Covenant giusto pochi mesi fa, prima di impegnarsi nelle regia di questo Tutti i soldi del mondo, suo vero e proprio ritorno al thriller in un film incentrato totalmente sullo storico rapimento di John Paul Getty III, nipote del magnate del petrolio John P. Getty.
Il film ha quindi goduto di un certo interesse dato il tema trattato e i nomi coinvolti, per poi finire in mezzo al caso sexual harrassment di Kevin Spacey, scelto dalla produzione come interprete di Getty con tanto di pesante trucco e parrucco, il che gli ha donato in parte un'anticipata fama negativa e ne ha ovviamente aumentato l'interesse internazionale. E ora, al netto del pro e dei contro, possiamo affermare che Tutti i soldi del mondo è molte chiacchiere e poco distintivo, sicuramente un buon Scott, ma niente per cui entusiasmarsi troppo.

Padri, madri e figli

Per chi non conoscesse il fatto di cronaca avvenuto all'incirca 45 anni fa, sappiate che il caso John Paul Getty III (Charlie Plummer) è forse il secondo più famoso evento al mondo con al centro il taglio di un orecchio dopo quello relativo alla follia di Vincent van Gogh. Tutto ebbe inizio nel 1973, nella Roma di Giulio Andreotti, quando l'erede dell'impero petrolifero Getty Oil venne rapito da un furgone e portato via dalla Capitale. Bisogna pensare che al tempo John P. Getty era senza se se senza ma l'uomo più ricco del mondo, con un ricavato mensile che sfiorava i 15 milioni di dollari, quindi i suoi eredi (aveva molti altri nipoti) erano per i criminali di un intero emisfero della vere e proprie galline dalle uova d'oro. E i primi a pensare di sfruttare queste incredibili leve furono gli italiani del sud, immischiati tra mafia siciliana e 'ndrangheta calabrese, che dopo aver preso in ostaggio il nipote preferito di Getty chiesero come riscatto la somma di 17 milioni di dollari. In men che non si dica, il caso divenne motore primario della cronaca mondiale, con reporter e fotografi che assediarono letteralmente l'immensa tenuta Getty in Inghilterra, dove risiedeva il magnate. E anche se potrebbe sembrare che il rapimento sia fulcro centrale della storia, in realtà a muovere le fila di una narrazione lenta e dialogata, dai tempi dilatatissimi e spesso snervanti, è il rapporto ossessivo di John Paul Getty con i soldi e la loro utilità, una ponderata fruizione degli stessi. Certamente buona parte del film ha atmosfere da crime thriller molto classiche, dove non si tenta neanche per un secondo la ricerca di un solo virtuosismo, restando legati quando fedelmente quando in modo romanzato ai fatti realmente accaduti, ma l'avarizia di Getty, la sua arroganza, sono più importanti di quanto si potesse immaginare.
Quando è stato scelto Christopher Plummer come sostituto di Spacey, infatti, si pensava che, a un mese dall'uscita nelle sale, la parte fosse in realtà molto ridotta rispetto a quelle di Michelle Williams e di Mark Wahlberg, rispettivamente nei panni di Gail Getty, madre del rapito, e Fletcher Chace, ex-agente della CIA e braccio destro di Getty senior, scelto proprio da quest'ultimo per cercare una soluzione "accettabile ed economica" per riavere indietro il "suo amato nipote".

Il ruolo si è rivelato invece essere addirittura centrale e corposo, con un Plummer gigantesco che in circa 10 giorni di reshoot ha saputo imprimere tormento e contraddizione a un personaggio tanto complesso quanto affascinante, scelta addirittura migliore di uno Spacey appositamente "addobbato" e messo lì al posto di Plummer per il peso del suo nome, lo stesso che lo ha però trascinato a fondo. In fondo il leggendario interprete classe '29 ha svolto un eccellente lavoro di immedesimazione ed espressività grazie anche al suo physique-du-role, capace di gelare con un semplice sguardo lo spettatore, forte di una certa autorità e di totale controllo, di soggezione.
17 milioni erano una cifra tutto sommato accettabile per un uomo dal patrimonio di un miliardo di dollari, ma il suo rapporto compulsivo con il denaro non gli permise di fare la scelta giusta fino al tristemente noto taglio dell'orecchio. Getty preferiva investire in capolavori artistici piuttosto che "sprecare soldi per un affare non economico", anche se questo riguardava salvare la vita al suo adorato nipote, lo stesso che considerava parte di una futura e sperata dinastia, in quanto amava parlare di se stesso come di una reincarnazione dell'Imperatore Augusto.

Il potere dei soldi

Sfruttando allora il rapimento di John Paul Getty III, che è l'anima thriller del progetto, lo sceneggiatore David Scarpa è riuscito ad analizzare e approfondire in modo molto più organico del tema centrale l'aspetto psicologico che legava il magnate all'insopportabile sperpero di denaro e alla sua grande capacità negli affari. Così Tutti i soldi del mondo vive spesso indeciso tra le tinte gialle e crime della storia del nipote -che presenta alcune sequenze addirittura imbarazzanti, oltre che un doppiaggio italiano da mani nei capelli- e quelle biopic legate invece a Getty senior, che in ultima analisi risultano ben più interessanti e strutturate. Nella sua veste italiana, il racconto del rapimento viene affossato da una sceneggiatura dall'appeal ridotto e dall'azione blanda, incentrato necessariamente su di uno sviluppo forzoso e obbligato di eventi già conosciuti, con parti romanzate che vanno dal debole all'accettabile. Nella sua veste classica e di buona realizzazione, infine, il film di Scott manca di entusiasmo e mordente -specie per quanto riguarda il thriller-, scorrendo addosso come un freddo e delicato venticello invernale, leggero e godibile ma incapace di lasciare un segno tangibile nonostante l'ottima performance di Plummer e una parte biopic di per sé riuscita sia narrativamente che per l'approccio alla tematica del corrotto dualismo soldi-potere.

Tutti i soldi del mondo Il ritorno di Ridley Scott al thriller rappresenta con Tutti i soldi del mondo un'occasione in parte sprecata. Schivando la ricerca del virtuosismo e attenendosi a un veste molto classica, il regista confeziona infatti un titolo che vive in bilico scostante tra due anime, quella dalle tinte gialle e l'altra biopic. La prima perde però mordente a causa di un ritmo lento e dialogato, dall'azione blanda, mentre la seconda acquista valore grazie all'ottima performance di Christopher Plummer e a una sceneggiatura attenta a sottolineare il complesso e intrigante rapporto tra denaro e potere. Un film tutto sommato interessante per diverse tematiche affrontate e in parte godibile, anche se il caso Kevin Spacey ha fatto sì che si diffondesse molto rumore per nulla.

6

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